assemblea nazionale cervia

nicola maestri


Carissime e carissimi tutti.

Se dovessi dare un titolo a questa breve incursione, la definirei "Il nemico è alle porte" prendendolo in prestito dalla famosa opera cinematografica. Il tema della centralizzazione e decentralizzazione dello Stato attraversa il Paese sin dall’Unità d’Italia. Già dalla costruzione del nuovo Stato lo sviluppo fu dicotomico, l’esaltazione del modello decentrato inglese da parte della classe dirigente liberale andò a disperdersi nella paura della disgregazione del nuovo Stato e nella difficoltà nel governare una società sempre meno liberale e sempre più di massa, su questa prima disomogeneità di valori si scelse la forma di stato unitaria centralizzata su modello francese, pur mantenendo autonomie locali. [...]

continua

[...]

Lo sviluppo italiano continua poi a muoversi su due fronti, quasi come un doppio stato. Il definirsi della struttura nazionale istituzionale si allontanò quindi da un contro bilanciamento naturale e vitale dei poteri in uno stato democratico per avvicinarsi più ad un servilismo nonché utilitarismo amministrativo.

La situazione si è ripresentata con le dovute e sostanziali differenze al termine del secondo conflitto mondiale quando a prevalere fu il decentramento amministrativo e legislativo e un accentuato regionalismo. Ad influenzarne la scelta fu anche inevitabilmente l’esempio negativo e contiguo del regime fascista, ben innervato nella cultura mnestica del paese, il quale abolì la suddivisione del territorio nazionale in circoscrizioni e arrivò a sopprimere le autonomie locali.

A prevalere fu dunque la linea più particolarmente degasperiana, egli fin da giovane fautore del regionalismo, della maggiore indipendenza delle autonomie locali e del decentramento burocratico e soprattutto dei poteri. La linea del capo provvisorio dello Stato aveva forti radici che affondavano anche nella storica linea del Partito Popolare Italiano e di Papa Pio XI, quest’ultimo tra l’altro firmatario dei Patti Lateranensi.

“All’unità degli atomi si preferiva l’unità degli organi” diceva lo stesso De Gasperi. Il fatto che gli organi in Italia fossero così sbilanciati non costituì evidentemente elemento di sfiducia, così come la presenza di una criminalità organizzata presente e influente in più di ogni altro paese, sviluppatasi parallelamente all’unità del 1861, quando l’attenzione

dell’allora primo ministro Cavour si focalizzò nell’investimento univoco alla classe imprenditoriale e industriale del Nord abbandonando il Mezzogiorno e anzi trasformandolo in una “palla al piede del settentrione” più avanzato dal quale trarre forze vitali e utilitarismo mercantile. Questo già provocò grande spinta centrifuga nel Regno, squilibrio interno economico e quindi culturale, velocità di sviluppo differenti e crescita delle diseguaglianze.

Un primo solco nella frattura dell’unità con il proliferare di strutture mafiose che si incunearono nell’assenza e nei mancati adempimenti dello Stato. E infine lo sciagurato percorso attuale sulla struttura istituzionale regionale, sulle richieste di autonomie differenziate, anche se tecnicamente differenti tra loro ma che hanno in comune sicuramente la zona di provenienza: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, tre regioni settentrionali che nel solco della storia perseguono sicuramente e comprensibilmente interessi regionali convenienti ma che allontanano e colpiscono un’Italia già ferita.

Queste tre regioni hanno chiesto di trattenere il 90% del gettito fiscale proveniente dai cittadini, questo peserebbe sulle casse dello Stato per 190 miliardi di entrate in meno sulle 750 totali derivate normalmente da tale processo, circa un quarto del valore complessivo. Questo vuole meccanicamente dire, maggiore sviluppo ed efficienza per tali Regioni e meno per lo Stato nel suo complesso e quindi per risorse destinate alla equa redistribuzione, cioè automaticamente meno per chi sta peggio, meno per il Mezzogiorno, significa ancora una volta ampliare la differenza di velocità a cui le due o varie Italie sembrano andare.

Nel breve periodo è possibile che i veneti, i lombardi e gli emiliani possano godere di un effettivo maggior benessere, potendosi avvantaggiare di una quota cospicua di risorse che, invece, dovrebbero essere destinate alla redistribuzione sul territorio nazionale, ma al di là di ogni rilievo circa la violazione del principio di solidarietà sociale ed economica, al crollo sociale ed economico dei territori svantaggiati, non può che conseguire una crisi dell’intero sistema Paese.


Già oggi il divario è molto forte: Lo Stato spende per un cittadino del Centro-Nord 17.621 Euro, mentre per un cittadino meridionale 13.613 Euro. Pertanto, se lo Stato volesse spendere la stessa cifra pro capite senza togliere risorse al Nord, dovrebbe mettere a bilancio circa 80 miliardi in più per il Sud.

Ciò concretamente significa che il divario si aggraverebbe ulteriormente, con l’arretramento della presenza dello Stato: ovvero meno ospedali, meno scuole, meno infrastrutture, meno asili, meno musei e università, laddove già oggi mancano e nessuna perequazione sarebbe possibile.

L’autonomia differenziata da una parte contraddice e nega il principio di eguaglianza formale e sostanziale, dall’altra frammenta la naturale unitarietà funzionale delle infrastrutture del Paese, beni comuni della Repubblica, e dunque essa, anche al di là della disuguaglianza delle risorse economiche, crea disuguaglianze formali e sostanziali ed incide sulla funzionalità (e sulla competitività) delle grandi infrastrutture logistiche. Si pretende di regionalizzare la vera e propria “spina dorsale” del Paese, la scuola statale, sostituendola potenzialmente con 20 sistemi scolastici differenti, attribuendo alle Regioni la potestà legislativa sull’intera materia: sulle norme generali, sulle assunzioni del personale, sulla valutazione, in tema di formazione. Insomma, sul come e sul cosa insegnare.

Si tratta di un approccio modesto ed egoistico verso una serie di funzioni che, al contrario, dovrebbero rappresentare uno strumento dell’interesse generale. La configurazione di sistemi scolastici a marce differenti segnerebbe inevitabilmente il passaggio da una scuola organo dello Stato unitario e garante di un livello di istruzione analogo in tutte le regioni italiane, ad un sistema strutturalmente disuguale che forma studenti di serie A e di serie B.


In un tempo, più di altri, in cui la disgregazione e l’allontanamento dalle grandi istituzioni democratiche per smanie e tendenze machiste porta a isolamento e sfibramento, abbiamo affrontato e vissuto l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la quale si è trovata a dover affrontare una pandemia in solitaria, un mai così frenetico e disordinato ricambio istituzionale, una costrizione del mercato europeo, il 58% della popolazione che oggi voterebbe per stare all’interno dell’Unione Europea, e tra altri e vari elementi un dato preminente: l’iscrizione ai propri atenei universitari da parte di studenti europei di fatto dimezzata.

Avremmo dovuto imparare da questa nefasta scelta, perché si crea dunque, soprattutto, una questione di opportunità, dove sta l’opportunità e l’investimento nel futuro di una nazione che atrofizza la propria appetibilità e il proprio afflusso culturale, dove sta l’opportunità, quindi, nel picconare l’unità di intenti e dei destini di una popolazione e di una istituzione per la frenetica affissione di bandierine da campagna elettorale permanente, da miti federalisti da sguainare o da storie pronte da confezionare e spedire all’elettorato del futuro. Nella politica della rivendicazione, della rappresentazione superiore alla realtà, diventa importante preservare la sostanza con maggiore puntualità e aprioristicamente rispetto a quella che è la velocità della strumentalizzazione.

Dove sta quindi, l’opportunità, in un’Italia divisa di fronte alla guerra alle porte, perché come dicevo in premessa la guerra è sempre alle porte, e a quelle di ognuno, anche quando sembra lontana. Nella stessa politica dell’apparenza, o del “clima d’opinione” come dice la storiografia, con che autorevolezza si presenta in diplomazia un’istituzione mortificata? E chissà con quale autorevolezza si presenta in diplomazia chi pone il segreto di Stato, come questo governo, sulle proprie forniture di armamenti per paura che quella stessa rappresentazione politica non gli si ritorca contro. Ora quindi, se non si è più in grado di farne una questione di sostanza, è ora di sostanziarne l’apparenza, perché la guerra si serve delle fratture come la gravità dello scarso calcestruzzo, chissà che nel giocare con le rappresentazioni non ci si ritrovi la realtà.

Mi chiedo questa Unità dove si possa trovare se non nei momenti di crisi, se non nella vicinanza all’estinzione, e per di più per molteplici motivi come il riscaldamento globale, una condanna non un rischio, e l’attualissimo sciagurato rischio della guerra mondiale nucleare. Sarà bene guardarsi attorno e capire qualcosa in più di come ci si guarda, per capire che questa richiesta di autonomia non riguarda solo l’Italia, per capire che la guerra non riguarda solo l’Ucraina, per capire che il riscaldamento globale non riguarda solo qualche isola del Pacifico o le nostre valigie per le vacanze.

Per tutto questo sarà bene guardarsi attorno. E la nostra Associazione può e deve guardarsi attorno e per questo può e deve svolgere un ruolo importante. Gramsci diceva: "Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.


Basta tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza"

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autonomia differenziata

Approvato in Consiglio dei ministri il ddl sull'Autonomia differenziata, messo a punto dal ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli. "Con il disegno di legge quadro sull'autonomia puntiamo a costruire un'Italia più unita, più forte e più coesa".

E' veramente così ? 

La nostra posizione



L'AUTONOMIA DIFFERENZIATA NON PUÒ CONTRADDIRE L'UNITÀ E L'INDIVISIBILITÀ DELLA REPUBBLICA. 

L'ANPI SOSTIENE LA RACCOLTA DI FIRME SULLA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PER LA MODIFICA DELL'ART.116 E 117 DELLA COSTITUZIONE [...]

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Mentre cresce l'inflazione, crescono i tassi d'interesse, ci sono pesanti ritardi nell'attuazione del Pnrr, vengono apportati tagli alla spesa sociale e si addensano nubi fosche sul futuro economico e sociale del Paese che accresceranno le già gravi e preoccupanti diseguaglianze, il tema della autonomia differenziata, come avevamo previsto, sta occupando sempre più spazio nel dibattito politico.


La presentazione del disegno di legge delega Calderoli, peggiorativo del precedente disegno legge Gelmini in quanto prevede di fare ancora riferimento alla spesa storica per il finanziamento delle materie delegate alle Regioni anche in attesa della definizione dei LEP (livelli essenziali di prestazioni), ha provocato la reazione nettamente negativa delle regioni meridionali. Esse infatti in questo modo vedrebbero mantenuto e non corretto il loro divario dalle Regioni del Nord, che, come certifica il rapporto Svimez, continua ad aumentare. Non sono mancate critiche e riserve sul progetto anche in altre parti del Paese. L'on. Calderoli è stato quindi costretto a declassare la sua proposta da disegno di legge a bozza per la discussione. Contemporaneamente la Presidente del Consiglio Meloni ha cercato di rassicurare il Mezzogiorno garantendo l'utilizzo dei fondi del Pnrr per colmare le diseguaglianze territoriali.


Si tratta di un gioco delle parti che tuttavia evidenzia la contraddizione tra la necessità della Lega di riconquistare l'elettorato del nord contrastando l'offensiva di Bossi, e il bisogno di FdI di riconfermare la sua linea di unità nazionale per non tradire uno dei capisaldi della propria identità e non scontentare il suo importante elettorato del Mezzogiorno, già deluso dalla riduzione del reddito di cittadinanza.


Intanto nella legge di bilancio all'art.143 si prevede la costituzione di una cabina di regia per la definizione dei LEP sulla base di una ricognizione delle prestazioni sociali di natura fondamentale erogate nelle regioni e della spesa ad esse riferita. I LEP così definiti sarebbero adottati con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro per gli affari regionali e le autonomie, acquisita l'intesa della Conferenza Unificata delle Regioni, senza passaggi parlamentari.


Sembra che ci troviamo di fronte ad una nuova accelerazione del processo di autonomia regionale differenziata a fronte della quale il Comitato Nazionale dell'Anpi riconferma il proprio giudizio negativo su una riforma istituzionale che, poiché rischia di allargare le diseguaglianze tra cittadini e territori e di rompere l'unità nazionale diversificando i diritti sociali e civili dei cittadini, apre la strada ad uno stravolgimento della Costituzione antifascista.


Pertanto il Comitato Nazionale dell'ANPI ribadisce che gli articoli 116 e 117 della Costituzione devono essere interpretati sulla base dell'art.5 della stessa che, nel riaffermare l'unità indivisibile della Repubblica, pone le basi per un Regionalismo solidale e non competitivo. Né in tema di autonomia differenziata si può assumere a regola generale ciò che la Costituzione indica come possibilità.


Ritiene inoltre che:


  • si debba monitorare costantemente l'uso delle risorse del PNRR affinché siano prioritariamente indirizzate a risolvere il divario di infrastrutture sociali ed economiche tra Nord-Centro e Sud del paese;

le risorse assegnate alle Regioni debbano essere trasparenti e tracciabili;

  • i livelli di prestazione debbano essere uniformi e universali e non semplicemente essenziali per tutto il territorio della Repubblica e debbano essere adeguatamente finanziati;

  • il Parlamento, in quanto titolare del potere legislativo, debba essere pienamente investito della discussione sulle materie delegabili alle Regioni annullando l'iter pattizio Stato –Regioni;

  • si debba stabilire una clausola di supremazia della legge statale per la tutela dell'interesse nazionale;

si cancelli l'art.143 dalla legge di bilancio.

Il Comitato Nazionale decide inoltre di incontrare associazioni e partiti politici al fine di ribadire la posizione dell'ANPI, di programmare azioni comuni di mobilitazione dei cittadini, di avviare una riflessione pubblica su come fino ad oggi è stato attuato il regionalismo, sulla sua efficacia e il suo impatto sull'autonomia comunale. Inoltre sostiene la proposta di legge di iniziativa popolare per la modifica dell'art.116 e 117 della Costituzione promossa da Massimo Villone ed altri, perché contiene molte delle proposte qui riportate e può essere un utile strumento di diffusione delle stesse e di ampliamento del dibattito sull'autonomia differenziata; sollecita perciò gli iscritti ANPI ed i cittadini/e a firmare la proposta di legge e a promuoverne la conoscenza attraverso iniziative pubbliche.

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dal Presidente nazionale ANPI

Care amiche e cari amici iscritti all'ANPI, care compagne e cari compagni,

vi invio questo messaggio che, mi rendo conto, è piuttosto inusuale, perché vorrei farvi partecipi di una preoccupazione, meglio, di un vero allarme per quello che sta succedendo e che può succedere in un prossimo futuro nel nostro Paese, in Europa, nel mondo.


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Come avevamo previsto nel nostro Congresso nazionale nel marzo dell'anno scorso, stiamo assistendo all'impazzimento della guerra avviata dalla irresponsabile invasione russa dell'Ucraina. Da quel momento abbiamo assistito a una continua escalation con una tragica espansione di vittime e di distruzioni.


Ma ciò che sta avvenendo da qualche settimana avvicina ancora di più la possibilità di scenari catastrofici. Da un lato la Federazione russa aumenta costantemente il numero di militari e di armamenti in Ucraina intensificando gli attacchi e i bombardamenti; dall'altro crescono i rifornimenti militari occidentali al governo ucraino con armamenti sempre più offensivi. Dall'Europa e dall'America arriveranno vari tipi di carri armati; Zelensky chiede i cacciabombardieri F16 e i sommergibili; si riparla sempre più in modo irresponsabile dell'uso di armi nucleari “tattiche”. In questa situazione il ministro della Difesa Crosetto si è spinto a dire che se i russi arrivano a Kiev scoppia la terza guerra mondiale.


Dall'Iran ad Israele ai territori palestinesi alla Siria vengono notizie di un incendio che dilaga.


Le spese di riarmo crescono in modo osceno ovunque, come avvenne prima delle due guerre mondiali, mentre i governi europei - compreso il nostro - diventano sempre più autoritari verso chiunque si permetta di criticare questa mostruosa deriva bellicista, nonostante i sondaggi dicano che la maggioranza degli italiani (e anche degli europei) è contraria all'invio di armi e all'intervento della NATO. Nelle carceri russe sono reclusi centinaia e centinaia di dissidenti ed una durissima repressione è in corso in Russia ormai da molto tempo.


Intanto a causa del gioco fra sanzioni e controsanzioni è aumentata l'inflazione a livelli sconosciuti nel nuovo secolo, il costo dell'energia ha generato difficoltà enormi ad imprese e famiglie ed in generale sono peggiorate le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini europei e italiani.


Non basta: il presidente degli Stati Uniti e il segretario generale della NATO indicano nella Cina il prossimo e più potente nemico da affrontare, se necessario, anche sul piano militare.


Anche di questo discuteremo nell'assemblea nazionale dell'ANPI che svolgeremo fra pochi giorni a Cervia; ma ci tenevo ad anticiparvi un quadro drammatico a cui non si può rispondere né con la rassegnazione né col fatalismo. Occorre razionalmente prendere atto di questa realtà e di impegnarsi in ogni modo per contrastarla, per far andare indietro le lancette dell'ora X della guerra nucleare, che nei giorni scorsi gli scienziati del mondo hanno immaginato alla metaforica e ravvicinatissima distanza di 9 minuti.


C'è bisogno dell'impegno consapevole, piccolo o grande che sia, da parte di tutte e di tutti, per fermare il treno della follia e della morte che sta correndo a tutta velocità verso l'autodistruzione.


Per questo mi permetto di invitarvi a partecipare ad ogni iniziativa che abbia come obiettivo finale il ristabilimento della pace. L'impegno più immediato è per il 24 febbraio, primo anniversario dell'invasione russa, e per i due giorni successivi. Si svolgeranno manifestazioni in tante capitali europee. In queste tre giornate l'ANPI darà vita assieme a Europe for Peace a una rete di iniziative locali in tutta Italia. Ma non ci fermeremo qui. Cercheremo sempre la più larga unità con tutti coloro che, pur con opinioni diverse sulle responsabilità di questa guerra, sull'invio o meno di armi, sull'erogazione o meno di sanzioni, condividano il nostro allarme attuale: fermiamo la guerra.


L'ONU deve essere la sede istituzionale necessaria, il suo Consiglio di Sicurezza è lo spazio per tracciare la strada verso un trattato internazionale che ponga fine alla guerra e ristabilisca un pacifico ordine mondiale.


L'ANPI propone che il governo italiano e l'Unione Europea avanzino finalmente una seria proposta di avvio di negoziati, cosa mai avvenuta fino ad oggi, per trovare un realistico punto di incontro fra le parti e comunque per frenare la frenetica escalation in corso; propone una Conferenza internazionale per concordare la sicurezza di tutti i Paesi coinvolti; propone che si avvii la smilitarizzazione dei confini fra la Russia e gli altri Paesi europei con l'obiettivo di una progressiva diminuzione di tutti gli armamenti nucleari; propone, in sostanza, di ricostruire un clima di coesistenza pacifica e di collaborazione fra gli Stati e i popoli in Europa e nel mondo.


La pace, garantita in Europa per più di 70 anni, è stata il risultato di un lungo percorso politico, istituzionale e giuridico seguito alla devastazione di due guerre mondiali. Abbiamo bisogno di riprendere immediatamente quella visione e quel progetto, frutto della Resistenza al nazifascismo, e lascito dei nostri resistenti e dei nostri partigiani.


Lo ha detto Papa Francesco: “Questa guerra è una follia”. Aiutiamoci tutti, l'uno con l'altro, a fermarla. Ne va del futuro dell'umanità.


Un abbraccio,


Il Presidente nazionale dell'ANPI


Gianfranco Pagliarulo

Europe for Peace
presidente anpi

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comitato provinciale

Riunione del Comitato Provinciale
in prima convocazione venerdì 20 gennaio alle ore 20.00, e in seconda convocazione


sabato 21 gennaio 2023 alle ore 9,30

presso la sede provinciale Anpi 

P.le T. Barbieri 1/a - Parma


Ordine del Giorno


  1. approvazione del verbale della seduta precedente;
cooptazione nuovi membri nel comitato provinciale;
quota associativa 2023;
aggiornamenti Runts.

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eccidio del dordia – saluti ANPI Provinciale

Nicola Maestri 
Presidente Anpi Provinciale Parma


Con piacere porto i più sentiti saluti di Anpi provinciale e delle altre associazioni partigiane Alpi e Anpc. Vorrei utilizzare questo spazio per condividere con voi alcune riflessioni sulla

definizione della parola Scelta. A questa scelta appunto che i 18 ragazzi che oggi ricordiamo ci lasciano eredi di questo monito. Per rendersene conto basta aprire il vocabolario e constatare che essa ha numerosi sinonimi, ma nessun contrario. [...]

continua

[...]

Credo sia importante qui oggi ricordare l’articolo 3 della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Rimuovere cioè gli ostacoli che impediscono l’esercizio della scelta. Compito della Repubblica è dunque creare le condizioni perché tutti possano scegliere liberamente. Perché - è ovvio ma conviene ricordarlo- la facoltà di scelta si nutre della libertà, anzi delle libertà, intese in una accezione profonda, solidale, empatica. Libertà dal bisogno, libertà dalla malattia, libertà dal sopruso dei criminali e dalla sopraffazione dei pubblici poteri, libertà dallo sfruttamento (di cui questi anni ci offrono esempi sempre più frequenti, anche nelle cosiddette democrazie più avanzate come la nostra), libertà dall’ignoranza, libertà dall’altrui pretesa di imporre convinzioni religiose o morali e di interferire in ambiti intimi, privatissimi e riservati. Le questioni fondamentali della politica non sono, a me pare, la libertà, la giustizia sociale, l’uguaglianza. Si tratta di temi importanti ma, in qualche misura, derivati. La questione fondamentale è la scelta, cioè chi sceglie cosa, per chi e in base a quali criteri. Compiere una scelta implica il passaggio da ciò che è indistinto a qualcosa cui possiamo dare un nome. Dall’ignoto alla conoscenza, dalla sofferenza inenarrabile, fisica e psicologica come quella subita dai 18 ragazzi dell'eccidio del Dordia che potrebbero essere nostri figli e nipoti, alla possibile salvezza. Scelta significa progetto, promessa e tentativo di controllo sul futuro e sul caso. Come ha scritto Hannah Arendt: “Rimedio all’imprevedibile, alla caotica incertezza del futuro, è la facoltà di fare e mantenere delle promesse”, cioè di progettare coraggiosamente il futuro. Le politiche della paura, le culture dell’esclusione, etnica, culturale, sociale, e della sopraffazione mascherata sotto il velo di princìpi etici e religiosi o di fittizie identità nazionali contraddicono quella stessa idea di libertà cui a volte dicono di ispirarsi. Esse violano il

principio dell’autonomia delle persone, intese come soggetti capaci di scegliere, e naturalmente titolari del diritto di scegliere. Ci sono momenti in cui quello che accade sfugge al nostro controllo, in cui il caso -ciò che non era prevedibile, e che comunque non è

governabile- sembra dominare le nostre vite, individuali e collettive. Ma anche in quei momenti possiamo decidere, e scegliere, come comportarci rispetto all’ottusa brutalità del destino e alla prepotenza di chi vorrebbe decidere per noi. Scorrere l’elenco e la giovanissima età dei ragazzi uccisi a sangue freddo dai nazifascisti ai bordi del rio Dordia il 10 gennaio di 78 anni fa, lascia attoniti, senza parole, un tremendo pugno nello stomaco. Una disumanità che non trova confini. Tante di queste giovani vite spezzate erano poco più che bambini, senza nemmeno un accenno di barba ad adornare i loro visi. Aberrante.

Schopenhauer, il filosofo tedesco vissuto nel diciannovesimo secolo, sostiene che il pessimista altro non è che un ottimista ben informato e il mio timore è che in parte avesse ragione. Affinché certi abissi non abbiano più la possibilità di affacciarsi su queste terre occorre calibrare ogni parola, ogni gesto, ogni comportamento. Per far sì che ogni prevaricazione venga messa al bando, occorre che ogni frammento di memoria venga preservata, custodita e mai dimenticata. Il concetto di comunità deve essere interiorizzato perché è ciò che tiene insieme le uguaglianze e le differenze. È un concetto attraverso il quale si può praticare un’idea non retorica di progresso, di solidarietà, di convivenza, di rispetto delle differenze.

Di cura e di ricerca della felicità.

La loro scelta la fecero questi nostri giovani uomini della meglio gioventù e fu determinante per la libertà di cui tutti noi oggi possiamo godere. Tocca a noi compiere il resto; con ottimismo e ostinazione, con rigore e fermezza, con tolleranza e gentilezza, senza rabbia ma con vigorosa memoria.

Nicola Maestri Varano de Melegari

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