Comunicato stampa ANPI Sez. Felino e CGIL – Camera del Lavoro di Felino

Nei giorni precedenti alla Commemorazione dei Martiri di Cefalonia, prevista per il 12 settembre, la sezione ANPI Felino aveva concordato con le consuete modalità con gli uffici comunali l’intervento conclusivo del Presidente provinciale ANPI, Nicola Maestri. Il programma condiviso non lasciava intendere alcuna criticità, considerato che le locandine erano state esposte nelle varie bacheche comunali.

Tuttavia, in data 9 settembre, sul sito istituzionale del Comune è stata pubblicata una locandina nella quale l’intervento del Presidente provinciale risultava cancellato.

ANPI Felino ha contattato immediatamente il Sindaco per chiedere chiarimenti. Il Sindaco ha confermato la decisione di escludere l’intervento del Presidente Nicola Maestri, senza fornire alcuna motivazione plausibile.

Questa decisione, inattesa e non giustificata, ha reso necessario il presente comunicato. La sezione ANPI Felino e la CGIL - Camera del Lavoro di Felino esprimono rammarico per la decisione del Sindaco di non accettare l’intervento del Presidente Provinciale ANPI durante la commemorazione dell’8 settembre al cippo dedicato ai Martiri di Cefalonia. Una scelta che riteniamo sbagliata, qualunque sia la motivazione. «La memoria non appartiene a un’amministrazione: appartiene alla comunità.» La voce dell’ANPI è parte della storia che queste commemorazioni mantengono viva e la sua esclusione indebolisce il senso della cerimonia, togliendo un pezzo di verità e di dignità. In un momento storico in cui riemergono linguaggi e simboli che richiamano ideologie pericolose, il pluralismo delle voci e la vigilanza democratica sono essenziali. La sez. ANPI di Felino continuerà a svolgere il proprio ruolo con responsabilità e impegno, nel rispetto della comunità e della storia della Resistenza.

ANPI Sez. Felino Felino CGIL – Camera del Lavoro di Felino

ANPI Sezione Felino
CGIL - Camera del Lavoro Felino 

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08.09.2026 – Felino – Commemorazione MArtiri di Cefalonia

Simona Damenti Presidente ANPI Felino

Siamo qui oggi. Davanti a questo cippo. Davanti alla memoria di uomini coraggiosi. E non siamo qui per una celebrazione. Siamo qui per un atto di verità. Perché la memoria non è un gesto gentile. La memoria è una responsabilità che brucia. Questi tre ragazzi non sono pietre. Non sono simboli da usare quando fa comodo. Sono vite spezzate. Sono domande che bussano alle nostre coscienze. Sono la prova che dignità, scelta, sacrificio… non sono parole astratte. Sono carne. Sono sangue. Sono futuro strappato via. E oggi, mentre pronunciamo il nome di Ezio Damenti, il fratello di mio nonno che abitava alla Valle di Sant’Ilario, dobbiamo ricordare che non era un eroe scolpito. Era un ragazzo vero. «Io vi penso sempre… non credete che vi abbia abbandonato… e sempre vi penserò… così spero che voi ripensiate a me…» scriveva dalla prigionia alla famiglia. Parole che non erano solo affetto: erano paura.

[...]

 

continua

[...]


La paura più umana e più crudele. La paura di essere dimenticato. La paura che la distanza, la

guerra, la prigionia potessero spegnere il suo posto nel cuore della sua famiglia.

Un ragazzo che parlava dei bambini, dei familiari, della fisarmonica del nipotino Renzo. Un ragazzo che avrebbe voluto tornare a casa. Un ragazzo che non ha potuto.

E mentre ricordiamo lui, Pietro Reverberi e Luigi Venturini, non possiamo ignorare ciò che accade nel mondo. A Gaza, la devastazione continua. In Ucraina, la guerra divora città e famiglie da anni.

Nuovi conflitti si accendono in varie parti del mondo come scintille in un campo già incendiato. 

Il mondo brucia. E chi finge di non vedere, sceglie l’indifferenza. Le immagini di oggi non sono così diverse da quelle del 1943. E questo dovrebbe farci tremare.


Ogni guerra ci interroga. Ogni vittima ci somiglia. Ogni scelta di resistenza ci riguarda.

Ricordare non è un gesto formale. È un gesto scomodo. È dire: io vedo. Io riconosco. Io non mi volto dall’altra parte.

Ed è proprio per questo che oggi non possiamo tacere. La decisione del Sindaco di non accettare l’intervento del Presidente provinciale ANPI. E’ una scelta sbagliata, qualunque sia la motivazione.

Perché la memoria non appartiene a un’amministrazione. Appartiene alla comunità. La voce dell’ANPI non è un accessorio. È parte della storia che oggi commemoriamo.

Escluderla significa togliere un pezzo di verità. Significa togliere un pezzo di dignità.

La memoria è ciò che ci rende umani. È ciò che ci permette di imparare, di scegliere, di non essere complici dell’oblio. E’ la via per la redenzione

Primo Levi ci ha lasciato parole che oggi non possiamo ignorare: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare.»

E oggi, più che mai, dobbiamo vigilare. Perché mentre siamo qui, mentre ricordiamo chi ha resistito al nazifascismo, un’ondata filo‑nazifascista sta rialzando la testa. In Italia. In Europa. Nel mondo.

Si infiltra nei linguaggi. Nelle piazze. Nei social. Nelle istituzioni. Si traveste da “opinione”, da “tradizione”, da “identità”. Ma resta ciò che è: un veleno. Un veleno che divide. Che disumanizza.

Che riscrive la storia per cancellare le responsabilità. E allora oggi, davanti a questo cippo, dobbiamo dirlo con chiarezza: non permetteremo che il nazifascismo torni a camminare nella nostra terra. Non permetteremo che la memoria venga manipolata. Non permetteremo che l’odio diventi normalità.

Perché la Resistenza non è finita. Perché la democrazia non si difende da sola. Perché la memoria

non è un ricordo. È un impegno.

VIVA LA RESISTENZA DI EZIO PIETRO E LUIGI

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Ringrazio la sezione ANPI di Felino per l’invito alle Celebrazioni per i Martiri di Cefalonia. Visto che l’Amministrazione Comunale del Paese ha scelto di non permettere ad ANPI provinciale la possibilità di portare il proprio contributo, in qualità di presidente lo pubblico sui canali social. Ringrazio inoltre tutti coloro che si sono mostrati solidali di fronte a questa grave decisione. “Proprio in questi giorni, potremmo dire in queste ore, ottantatre anni fa, nell'isola di Cefalonia si consumava il sacrificio della Divisione Acqui.

[...]

 

continua

[...]

A distanza di tanti anni siamo qui per ricordare quella tragedia e trarne ancora una volta insegnamento. Non tanto per noi, che un buon tratto lo abbiamo compiuto, ma soprattutto per i più giovani, per le nuove generazioni che troppo spesso non conoscono, perché troppo in pochi glielo hanno insegnato, quanti sacrifici è costata la conquista della libertà e delle istituzioni democratiche.

Ci ritroviamo quindi oggi per rendere omaggio alla memoria dei combattenti di Cefalonia e per ricordare agli immemori che alla data dell'8 settembre 1943 le truppe italiane occupavano parte della Francia, la Jugoslavia, l'Albania, la Grecia, le Isole dell'Egeo e la Corsica. Era questo l'immenso arco lungo il quale era disseminato l'esercito italiano nel momento più tragico della nostra storia nazionale, in un intricato groviglio di avvenimenti, quando, venuta meno una direttiva generale di difesa, si svolse il dramma delle nostre Forze Armate all'estero, prese avvio la Resistenza e diverse unità italiane attaccarono e si batterono anche per riabilitare il nome dell'Italia dinanzi agli occhi degli altri popoli.

Quello della Divisione Acqui è uno dei primi episodi di resistenza organizzata e uno dei pochi che ha visto protagonista una grande unità delle Forze Armate italiane contro l'esercito nazista, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Mai un così elevato numero di uomini, alcuni dei quali - voglio sottolinearlo - giovanissimi, scelsero in piena coscienza la via del supremo sacrificio.

Undicimilacinquecento soldati insieme con i loro ufficiali decisero liberamente di affrontare un combattimento impari, contro un nemico feroce, preponderante per uomini e mezzi.

Fra il 13 e il 28 settembre 1943 si compie l'eccidio dell'intera divisione che presidia le isole di Cefalonia e Corfù, di alto valore strategico a causa della loro posizione geografica. Con appassionate rievocazioni lo hanno ricordato in questi lunghi anni i superstiti di quella tragedia: padre Romualdo Formato, Lorenzo Apollonio, Amos Pampaloni. Memorie tangibili di quei giorni terribili, come del resto il martirio dei tre caduti felinesi della “Divisione Acqui”Ezio Damenti, Pietro Reverberi e Luigi Venturini. 

È pur vero che in diverse località vi fu la resistenza disperatamente chiusa in se stessa, senza possibilità di sviluppo, che lasciò solo l'eredità del sacrificio, ma vi fu anche quella destinata a prolungarsi nel tempo, ossia vi fu il susseguirsi su una scacchiera così vasta di situazioni diverse, di fatti, che costituirono le radici della identità della nazione italiana e della coscienza democratica che si andava sempre più risvegliando.

Chi ha vissuto o conosce quelle pagine di storia sa che vi furono anche eventi che portarono i militari italiani ad unirsi e ad essere inquadrati nelle formazioni partigiane dei diversi paesi, sconfiggendo lo smarrimento, ritrovando la fierezza della loro italianità, divenendo, da reparti di occupazione, a combattenti della libertà e ambasciatori di pace.

Il prezzo pagato fu altissimo, il valore dell'impresa anche: ma oltre 35.000 soldati italiani, volontari per la libertà dei popoli, caddero sul campo.

Quei nostri morti restituirono onore e dignità al nome dell'Italia all'estero e coloro che sopravvissero agli aspri combattimenti delle prime settimane successive all'armistizio, alle orrende stragi e alle deportazioni, presero in mano la bandiera della libertà e continuarono fino in fondo la lotta. Ciò avveniva mentre entro i confini nazionali, militari e operai, studenti e intellettuali, sceglievano la strada della lotta e della montagna, ed altri si organizzavano nelle città dove si costituivano i primi nuclei di gappisti e sappisti.

E dopo Cefalonia altri massacri per rappresaglia devasteranno l'Italia: Boves, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema, Vinca, Civitella in Val di Chiana, solo per ricordarne alcuni. Un prezzo altissimo, pagato da uomini coraggiosi e dalle popolazioni che parteciparono alla lotta. Il prezzo del riscatto morale e civile per realizzare la Repubblica, istituzioni libere e democratiche, capaci di assicurare una lunga stagione di pace alle nuove generazioni.

Inoltre vi fu la vicenda dei 600.000 internati militari nei lager tedeschi. Forse il termine "internato" non suggerisce alle giovani generazioni particolari immagini di valore, se non quelle legate all’attualità come per esempio quello che avviene nei lager a cielo aperto nel deserto libico. C’è chi lo vede come una specie di limbo, pallido e squallido, e non riesce a comprendere quali meriti possa rivendicare dalla storia. Ma è sufficiente ricostruire gli accadimenti, le umiliazioni subite dai militari che, trovatisi sbandati, furono catturati dai tedeschi e avviati alla deportazione dove conobbero il dramma dell'internamento nei lager, senza poter avere, per il loro status, la possibilità di invocare l'applicazione delle garanzie giuridiche internazionali. Situazioni ancora oggi attuali. 

Si deve conoscere il dramma degli internati, di come affrontarono le condizioni di vita più avvilenti per un essere umano, come e quali sacrifici sopportarono nei lager dove oltre 50.000 italiani lasciarono la loro giovane vita. Vi furono le Unità italiane del risorto esercito che dalla disperata e sanguinosa battaglia di Montelungo alla Linea Gotica, avanzarono, combattendo verso il Po e le città del Centro-Nord. Erano il simbolo dell'Italia che risorgeva con il suo popolo, con le sue nuove e diplomatiche Istituzioni, era la testimonianza che la libertà non veniva regalata ma conquistata con grande sacrificio dai suoi combattenti per la Libertà e dai giovani soldati del rinato esercito italiano.

Avanzavano combattendo, con il Tricolore ripulito dall'onta e dalla vergogna del fascismo, a dimostrazione anche per gli alleati che la libertà non ci veniva regalata ma conquistata con enorme sacrificio di sangue.

É in particolare nella tragica vicenda della Divisione Acqui che si ritrova sintetizzato il dramma dei militari italiani dislocati all'estero nel momento dell'armistizio, ed è questo il motivo e la ragione per cui siamo qui riuniti. Ciò in quanto quello di Cefalonia fu un episodio che si staccò da ogni altro per il profondo significato che ebbe la straordinaria volontà di rivolta che contemporaneamente infiammò l'animo di migliaia di uomini e che fu tanto forte da avere ragione d'ogni elementare istinto di conservazione.

Potremmo definirlo un eroico furore quello che dominò tutta l'epopea di Cefalonia ed elevò il sacrificio della Divisione Acqui sul piano della leggenda. Ma sarebbe davvero sbagliato e riduttivo  fare di questa storia scritta da una Divisione di soldati un fatto puramente passionale, come alcune volte si è tentato di fare. Io ritengo che proprio dall’ epopea di Cefalonia emerga che sempre, ma soprattutto in guerra, il soldato è solo in parte quello che i regolamenti e l'addestramento vorrebbero: sotto la divisa rimane l'uomo con la sue infinite problematicità, con le sue grandi o piccole idealità, con la sua disperata umanità. 

È certo che, al di là di ogni meschina speculazione, Cefalonia rimane l'episodio più tragico e più fulgido di tutta la Resistenza italiana all'estero, e testimoniò all'Italia e al mondo la volontà di riscossa che animava i nostri soldati. A Cefalonia morirono 9.000 soldati italiani e le loro ossa furono abbandonate insepolte nell'isola perché, come si espresse all'epoca il comando della Wermacht: "I ribelli italiani non meritano sepoltura". Sarà solo la pietà dei greci che, più tardi, radunerà quelle spoglie in primitivi tumuli.

E allora abbiamo tutti il dovere, al di là di ogni calcolo o furbizia politica, di ogni convenienza e opportunità, identificata anche nella Realpolitik, come purtroppo è avvenuto, di attuare le necessarie iniziative affinché i caduti della Divisione Acqui e i superstiti abbiano sotto ogni aspetto la giusta e imperitura gratitudine e l'omaggio della nazione e degli italiani.

Nel concludere vorrei rimanesse una piccola traccia per le nuove giovani generazioni, per il futuro, per dire loro che non è cosa meschina ma alta e nobile tramandare gli accadimenti che investono la storia e impedire così che la memoria collettiva vada dispersa nel deserto della storia dove, per alcuni, ogni cosa è piatta e uniforme, è uguale all'altra, ossia una cosa vale l'altra.

Invece no, sappiamo che la storia è fatta di tanti momenti che non hanno lo stesso peso e la stessa natura, e sappiamo che la storia non può e non deve essere assoggettata agli interessi politici di un particolare momento. Così come deve essere rintracciata nella memoria e nella coscienza collettiva la matrice dolorosa e drammatica, ma anche eroica e luminosa della Resistenza e delle istituzioni democratiche dell'Italia.” 

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C’è Chi Dice No

ANPI MONCHIO PALANZANO

A proposito dell'arrivo di Vannacci a Monchio domani


*A Monchio e a Palanzano c'è chi dice NO.*

Non abbiamo bisogno di generali perché non siamo soldati (e tra l'altro anche il sindacato dei militari denuncia certi programmi), ma cittadinə attivə che hanno scelto la pace (vd.articolo 11 della Costituzione).


Sappiamo chi siamo e quali sono le nostre radici, le troviamo nella gente, nelle piante, nella terra, non nella paura..

[...]

 

continua

Non ci servono richiami all'identità miope e meschina di chi non vede oltre i propri interessi; ci serve convivere con le differenze, di genere, di orientamento sessuale, di etnia, di cultura, di religione (avendo ben chiari i diritti e i doveri: art.2 e art.3 della Costituzione).


Ci servono la ricchezza di diversi punti di vista e la lotta alla povertà che impedisce la partecipazione: è la democrazia.

C'è chi ha combattuto e dato la vita per questo, la Costituzione è nata anche sulle nostre montagne.


Ci serve la storia, non la retorica di chi ostenta un passato che conosce solo superficialmente o manipola vergognosamente.

Non ci serve la nostalgia dell'impero romano per ricordarci che il Mediterraneo è mare _nostrum_ e ogni vita di chi ci si avventura conta.


Ci serve rispetto per le vite e le scelte delle donne, non "patriarcato mediterraneo".


Abbiamo bisogno di educazione affettiva e sessuale, non di educazione militare!


Ci servono lavoro, dignità, diritti, non "remigrazione" e fumo negli occhi.


Ci servono prospettive e strategie contro il capitalismo mercificante e disumanizzante, non armi di distrazione di massa.


Ci servono leggerezza e serietà, non _humour_ nero e multe sulle bestemmie.


Il futuro è internazionale

e la memoria resistente.

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01.09.2026 – Sette Martiri

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Buongiorno e benvenuti a tutte e tutti. Saluto con commozione e affetto i parenti delle vittime. Saluto e ringrazio il Sindaco e tutte le autorità presenti. Porto il saluto del Comitato Provinciale di ANPI Parma e delle altre Associazioni partigiane ALPI e ANPC. Il 1 Settembre non è per me come per questa città una data come un’altra, per questo ricordarlo non è retorica e nemmeno più un’azione scontata. Questo è il quinto anno che mi vede presente alle celebrazioni nella veste di presidente provinciale di ANPI Parma e sarà in questo ruolo anche l’ultimo. Dal prossimo anno tornerò a partecipare come semplice cittadino e familiare delle vittime.  Il 1 Settembre di ogni anno noi tutti ricordiamo e celebriamo una delle pagine più nere e ignobili della nostra città: lo facciamo qui, insieme, perché lo facciamo anche fuori da qui, individualmente. Ed è importante avere consapevolezza che nessuno di noi là fuori sia da solo, ma anche che nessuno debba mai restarlo. Da questo barbaro e disumano eccidio Parma, con la sua parte e le sue forze migliori, ha avuto la forza e la dignità di risollevarsi anelando alla Liberazione attraverso quella Resistenza che ha cambiato la storia d’Italia, la storia di ognuno di noi, con la sconfitta del nazifascismo. Vent’anni di lotte antifasciste, anni durante i quali decine di migliaia di italiani sono stati perseguitati, arrestati, confinati, deportati e uccisi perché contrari al regime fascista.

[...]

 

continua

[...]

Ed è importante ribadirlo e ricordarlo per ribadire e ricordare che la libertà e la democrazia non sono doni ma conquiste, raggiunte con la lotta pagando sacrifici durissimi e quindi da mantenersi solo con altrettanta lotta. In questo senso ricordare è militare, battersi e parteggiare. Essere partigiani della memoria in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori, delle donne, l'inviolabilità delle persone, dei corpi e della Costituzione stessa sono tornati sotto attacco. In un momento storico in cui si moltiplicano episodi di violenza, inizialmente verbale e poi come sempre fisica, di revisionismo storico, di ricostruzioni fallaci, di manipolazioni disinformative e misinformative indubbiamente criminali, nonché di aperta apologia del fascismo, di programmi politici in manifesta opposizione all’ordine democratico, repubblicano, Costituzionale e soprattutto umano.

È nuovamente il tempo del buio della politica, dell’odio e della paura, è nuovamente il tempo però di anche tutti noi, è il tempo di non cedere, è il tempo di non credere, a chi ha soluzioni semplici per problemi complessi, a chi cerca nemici per calmare l’insoddisfazione che proprio la stessa mentalità chiusa, gretta e miope ha causato. È il tempo, permettetemi, di alzare lo sguardo, alzarlo per vedere che in alto stanno i nostri problemi e allo stesso tempo per scostarli nel guardare all’orizzonte che ci chiede di essere curato e poi ammirato. Ma è il tempo anche di abbassarlo finalmente questo sguardo per vedere chi di quei problemi soffre veramente, chi non ha mai smesso di subire una società basata sullo sfruttamento, sulla gerarchia, chi è costretto dalle cinghie dei circuiti culturali, informativi, lavorativi di classi sociali destinate e predestinate a mondi diversi, apparentemente inconciliabili le cui implicazioni vengono troppo spesso ignorate.

Sta a noi ricostruire i fili della sofferenza nel darle un’origine e un nome comune, e non possiamo farlo senza ricordare e commemorare chi, dal fondo di queste classi, dalla miseria e dalla sofferenza, non ha mai perso la dignità, la lucidità, la consapevolezza e il coraggio per metterci oltre a tutto il resto anche la propria vita, anche la propria morte. E andrebbe ricordato anche a chi oggi siede su scranni pagati col sangue, non lo stesso di chi li occupa, così come ad ampie fasce del nostro paese, come fa Bernardo Bertolucci sul finire di Novecento, che  i fascisti sono sempre stati e sempre saranno dalla parte dei padroni. Oggi, come il 25 aprile, come sempre, è invece doveroso, necessario, parlare apertamente di antifascismo. E farlo, oggi, non è come vogliono farci credere roba vecchia, “storia superata”, è guardare il presente con le lenti di coloro a cui è stato tolto un futuro e a cui per questo è inaccettabile tentare di cancellarne anche il passato.

Celebrare oggi questo giorno significa non permettere a nessuno di riscrivere la storia antifascista di questo Paese. Perché il fascismo non è di certo finito il 25 aprile 1945. È stato battuto, certamente, ma non sconfitto. Sergio Mattarella in visita alcuni anni fa ad Auschwitz-Birkenau non casualmente pronunciò queste parole: “Coltivare la memoria, contrastare odio, pregiudizio e indifferenza, non sono impegni dai quali si può deflettere, soprattutto adesso”. Perché l’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’indifferenza, la violenza, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli. E per questa ragione non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni neofasciste di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base per la pace e per la giustizia sociale.  Siamo qui oggi a rendere omaggio e fare memoria dei 7 antifascisti, cittadini inermi torturati a lungo con atti di una violenza e di una disumanità inaudita da parte della brigata nera, perché è bene ricordarlo ancora una volta, questo è un eccidio perpetrato da italianissimi fascisti.

Al tempo stesso ricordiamo anche i milioni di cittadini assassinati da un regime sanguinario come quello nazista che, con la complicità dei regimi fascisti europei e dei padri politici di chi oggi si definisce falsamente patriota, consegnarono propri concittadini alla morte, macchiandosi di crimini  orrendi contro l’umanità. Il 1 Settembre è quindi coltivare. Onorare. Preservare. E le istituzioni hanno il dovere di onorare e preservare la memoria del sacrificio delle antifasciste, degli antifascisti, delle partigiane, dei partigiani e di tutte le vittime del nazifascismo. Ma hanno anche il dovere di non disperdere tale sacrificio, insieme a tutti noi, perché le istituzioni siamo noi, dobbiamo essere noi, rivendicare di esserne gli unici referenti. Come facciamo ogni anno ormai da molto tempo torniamo qui oggi non per adempiere a un rituale, ma per rispondere a un’esigenza profonda che sentiamo rinnovarsi continuamente in noi. Nessuno ci obbliga. Nulla ci spinge, se non il richiamo insopprimibile che proviene dalle radici fondanti dell’antifascismo, del nostro pensare e del nostro agire, che qui affondano nel terreno fertile della testimonianza. Il bisogno di ritornare alla sorgente del nostro esistere come uomini liberi e come persone, che qui sgorga dai segni lasciati dalla Storia.

Siamo liberi di pensare e di agire, perché da oltre ottant’anni ci nutriamo dalla linfa di queste radici. Possediamo la dignità di “persone”, perché da oltre ottant’anni beviamo l’acqua di questa sorgente. Per questo siamo tornati e continueremo a tornare. Per questo non ce ne andremo mai. Abbiamo bisogno di riempire un vuoto di empatia per i più deboli. Abbiamo bisogno di umanesimo, soprattutto se l’altro da noi è perseguitato, cacciato dalla sua casa o privo di casa, deportato, disumanizzato. Questa è l’impronta che ha segnato la parte migliore della nostra civiltà. La parte peggiore la conosciamo forse di più ed è fatta di guerre, stragi e genocidi. È fatta da quella parte di persone e quindi di istituzioni che non riconosce i crimini e i misfatti perpetrati dal regime fascista e ritiene di non dover presenziare mai e sottolineo mai, alle celebrazioni in ricordo di chi ha sacrificato la propria vita per tutti quanti, e non solo per i suoi.
Per chi cerca una curiosa riappacificazione, autoponendosi peraltro dalla parte dei fascisti e quindi fuori da questa Repubblica sarà ben contento di scoprire come qui si ricordano indelebilmente e lucidamente tutte la parti, ben in grado però di stare nella realtà (anche quella passata, non si preoccupi la presidente del Consiglio) e di distinguere tra chi moriva per opprimere e chi invece per liberare, per resistere e per esistere.

Solo dalla memoria del nostro passato possiamo trarre la forza per opporci a nuovi crimini inenarrabili contro l’umanità e per avanzare di questa un’ idea inedita e alternativa, forse l’ultima che ci è concessa. 

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25.8.2026 – Commemorazione Mariano Lupo

Giulio Varacca Comitato Provinciale ANPI Parma

Gent.mi familiari di Mariano, Sindaco Guerra, Autorità, Amici, Compagni, a voi tutti giungano i saluti del Comitato Provinciale ANPI Sono passati 54 anni da quell'estate. Allora l'Italia era attraversata da un profondo risveglio sociale e dalla richiesta di dignità, emancipazione, libertà. Si chiedeva la piena applicazione della Costituzione nella realtà quotidiana. Impegno, per altro, che resta ancora attuale E così a caratterizzare la decade degli anni Settanta arrivarono lo Statuto dei Lavoratori, la legge sul divorzio, ribadito anche referendum popolare, e fu la prima volta, e ancora le tutele per la maternità, gli asili nido pubblici, la riforma del diritto di famiglia, la nascita delle Regioni, il Servizio Sanitario Nazionale. Non furono conquiste concesse dall'alto, ma frutto della straordinaria spinta delle lotte dell’Autunno Caldo del movimento operaio, dei movimenti studenteschi, delle lotte straordinarie del femminismo, del sindacato, dei partiti progressisti. Ma proprio mentre la democrazia avanzava, la reazione eversiva non tardò a manifestarsi.

[...]

 

continua

[...]

Quando alle domande di riscatto e di emancipazione non si seppe oppure non si volle rispondere sul piano politico, la risposta delle forze reazionarie divenne quella che Antonio Gramsci aveva individuato come fondante e identitaria del fenomeno fascista: la violenza.

E così alle domande di dignità, di emancipazione, di lavoro si rispose con le pistole;

alle domande di giustizia sociale con le bombe; 

alle domande di partecipazione democratica con la paura.


È da qui che dobbiamo partire per comprendere l'omicidio di Mariano Lupo.


Mariano è un ragazzo di soli 19 anni, operaio edile, emigrato a Parma per trovare paga e dignità nel lavoro. Lavoro che non trova nella sua Sicilia. Le istanze di quei giorni sono le sue e le rivendica militando nella sinistra extraparlamentare, in Lotta Continua, con la forza di quel pensiero comunista che insieme alle culture cattolica, socialista, liberale e azionista repubblicana, ha sconfitto il nazifascismo e scritto - scritto!  e vale la pena ricordarlo sempre - la nostra Carta costituzionale.

E quello di Mariano — "Mario" per i Compagni — è un impegno quotidiano. Un impegno ben noto ai fascisti, tanto che un mese prima, il 28 luglio, lo aggrediscono per la partecipazione alle denunce contro lo squadrismo nero. Denunce contro violenze fisiche, contro gli attacchi alle sedi antifasciste della città, compreso l’attacco con bottiglie incendiarie all’ospedale psichiatrico di Colorno, allora occupato da studenti e lavoratori. Occupato la dignità dei malati ! Sono gli anni di Basaglia, Tommasini, della legge 180 

Di fronte a questa spinta democratica, che vede tra i suoi protagonisti anche Mariano, scatta la risposta fascista. E Mariano viene riconosciuto, aggredito e assassinato, secondo la consueta prassi squadrista: il branco contro uno. Solo, indifeso. Per quel delitto verranno inquisiti e condannati, fascisti locali, militanti del MSI  vicini ad Ordine Nuovo.


Come stabilirà la sentenza definitiva, in modo chiarissimo: si trattò di omicidio politico. Questo significa per noi Mariano Lupo

Ed è per questo motivo che la scelta effettuata dall'Amministrazione Comunale di Parma di intitolare una strada a Mariano, proprio nei pressi del luogo in cui fu barbaramente ucciso, è un atto dal grande valore simbolico e profondamente antifascista. Atto doveroso, ma per il quale ringraziamo con trasporto: perchè è tutta la città di Parma, medaglia d’oro per la Resistenza, che riconosce formalmente e ufficialmente il sacrificio di questo giovane operaio, consacrando la sua memoria a nuova figura della Resistenza democratica del Paese, un vero e proprio "nuovo partigiano" di diritti e libertà.

Ecco che ricordare Mariano Lupo – anche nella toponomastica della nostra città – non è un tributo nostalgico. È un dovere politico e civile che parla direttamente al nostro presente. 

Mariano ci parla di allora, certo: degli anni Settanta, quando lottava per un paese più giusto e l’eversione nera colpiva per impedire che la Costituzione entrasse nelle fabbriche e nella società. 

Ma Mariano ci parla di oggi, invitandoci a lottare per impedire il tentativo sistematico di svuotare, quella stessa Carta, dall'interno.

Guardiamo all'Italia di oggi con profonda preoccupazione. Assistiamo a un disegno coordinato e strutturato che intende scardinare l'architettura della nostra Repubblica e riscrivere il patto sociale nato con la Costituzione. 

Si pensi ai tentativi di riscrittura dell'assetto istituzionale e alle tentazioni di leggi elettorali maggioritarie e truffaldine.

Riscrittura con cui si punta a concentrare il potere nell’esecutivo, riducendo la centralità del Parlamento - immaginandone evidentemente il superamento - ed assegnando la rappresentanza democratica a mero orpello.

Ma ciò che inquieta di più è la parallela compressione degli spazi di confronto democratico. Attraverso un uso distorto, quasi patologico, della decretazione d'urgenza, dei cosiddetti "decreti sicurezza", si sta costruendo un clima di penalizzazione e criminalizzazione del dissenso sociale. 

Si risponde con il codice penale e con le strette repressive a chi protesta per il clima, a chi sfila per il lavoro, a chi esprime un'idea diversa di società, a chi lotta per la Pace, contro la Guerra, contro il genocidio a Gaza! Si vuole una cittadinanza silenziata, passiva, addomesticata.

E a questa stangata contro le libertà democratiche si accompagna un’offensiva culturale e revisionista, che parte dalla gogna mediatica dei social, ed arriva ad investire, in modo assai più preoccupante, i vertici stessi dello Stato.


Con la consueta calma e pacatezza che ci distingue, ma con altrettanta, necessaria fermezza e lucidità, avvertiamo il dovere civile di denunciare questo grave e continuo tentativo di revisionismo storico. 

Affermare che il giudizio sul fascismo sia variabile, quasi dipendesse dallo sguardo di chi c’era allora o dalla prospettiva di chi osserva oggi — come dichiarato di recente dalla Presidente del Consiglio — rappresenta un’affermazione gravissima e del tutto inaccettabile. Ridurre la pagina buia del Ventennio a una semplice questione di percezione temporale significa tentare di assolvere una dittatura che ha soppresso la libertà, distrutto la democrazia, perseguitato con torture e omicidio gli oppositori, emanato le leggi razziali e trascinato l'Italia nella tragedia della guerra.

È la stessa impostazione ideologica che ritroviamo nelle riletture degli accadimenti di Viale Abruzzi a Milano dell’agosto ‘44, oppure nei preoccupanti inviti a proseguire ipotetiche e strumentali piste d'indagine sulla strage di Bologna — questa volta ventilate dal Presidente del Senato — che ignorano le verità processuali definitive sulla matrice neofascista, infangando il lavoro della magistratura e la memoria delle vittime. 

Fino ad arrivare alle farneticanti dichiarazioni di un consigliere comunale di Genova, volte ad attribuire presunti meriti nella salvezza del porto alla Xª MAS: reparto criminale responsabile di torture, esecuzioni sommarie e spietati rastrellamenti contro partigiani e civili.

Tentativi maldestri di alterare la verità che abbiamo visto applicare, purtroppo, anche a fatti accaduti lo scorso ottobre proprio nella nostra città. Di fronte alle canzonacce fasciste sbraitate dentro e fuori la sede locale di Fratelli d'Italia, sempre il presidente del Senato ha avuto l’ardire di derubricarli ad una marachella di semplice "folklore".

No, non è folklore!

Non sono folklore i canti nostalgici del ventennio! Non è folklore celebrare la marcia su Roma. Non è folklore l'apologia del fascismo. E non è folklore quella violenza ideologica e materiale che oggi si ripropone, come nel recente vile tentativo di incendiare la sede del Fronte Comunista nell’Oltretorrente di Parma. Non è folklore, bensì la stessa matrice culturale del ventennio.

Una offesa alla storia antifascista di questa città, una ferita alla memoria di chi per la democrazia ha dato la vita, sulla Barricate e nella Resistenza, prima; ed anche di chi oltre cinquanta anni fa si oppose a quelle violenze, come Mariano Lupo. E per questo abbiamo il dovere civile di non tacere. 

Ci chiede di non tacere anche Mariano con il suo sacrificio. Sacrificio di un ragazzo di 19 anni, immigrato nella nostra città, un militante, che lottava per il riscatto, dignità e emancipazione, caduto, per mano fascista.

Un sacrificio che impone il rispetto e la consapevolezza che Parma era -  è - e resterà, città Antifascista ! 


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