Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma
Buongiorno e benvenuti a tutte e tutti. Saluto con commozione e affetto i parenti delle vittime. Saluto e ringrazio il Sindaco e tutte le autorità presenti. Porto il saluto del Comitato Provinciale di ANPI Parma e delle altre Associazioni partigiane ALPI e ANPC. Il 1 Settembre non è per me come per questa città una data come un’altra, per questo ricordarlo non è retorica e nemmeno più un’azione scontata. Questo è il quinto anno che mi vede presente alle celebrazioni nella veste di presidente provinciale di ANPI Parma e sarà in questo ruolo anche l’ultimo. Dal prossimo anno tornerò a partecipare come semplice cittadino e familiare delle vittime. Il 1 Settembre di ogni anno noi tutti ricordiamo e celebriamo una delle pagine più nere e ignobili della nostra città: lo facciamo qui, insieme, perché lo facciamo anche fuori da qui, individualmente. Ed è importante avere consapevolezza che nessuno di noi là fuori sia da solo, ma anche che nessuno debba mai restarlo. Da questo barbaro e disumano eccidio Parma, con la sua parte e le sue forze migliori, ha avuto la forza e la dignità di risollevarsi anelando alla Liberazione attraverso quella Resistenza che ha cambiato la storia d’Italia, la storia di ognuno di noi, con la sconfitta del nazifascismo. Vent’anni di lotte antifasciste, anni durante i quali decine di migliaia di italiani sono stati perseguitati, arrestati, confinati, deportati e uccisi perché contrari al regime fascista.
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Ed è importante ribadirlo e ricordarlo per ribadire e ricordare che la libertà e la democrazia non sono doni ma conquiste, raggiunte con la lotta pagando sacrifici durissimi e quindi da mantenersi solo con altrettanta lotta. In questo senso ricordare è militare, battersi e parteggiare. Essere partigiani della memoria in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori, delle donne, l'inviolabilità delle persone, dei corpi e della Costituzione stessa sono tornati sotto attacco. In un momento storico in cui si moltiplicano episodi di violenza, inizialmente verbale e poi come sempre fisica, di revisionismo storico, di ricostruzioni fallaci, di manipolazioni disinformative e misinformative indubbiamente criminali, nonché di aperta apologia del fascismo, di programmi politici in manifesta opposizione all’ordine democratico, repubblicano, Costituzionale e soprattutto umano.
È nuovamente il tempo del buio della politica, dell’odio e della paura, è nuovamente il tempo però di anche tutti noi, è il tempo di non cedere, è il tempo di non credere, a chi ha soluzioni semplici per problemi complessi, a chi cerca nemici per calmare l’insoddisfazione che proprio la stessa mentalità chiusa, gretta e miope ha causato. È il tempo, permettetemi, di alzare lo sguardo, alzarlo per vedere che in alto stanno i nostri problemi e allo stesso tempo per scostarli nel guardare all’orizzonte che ci chiede di essere curato e poi ammirato. Ma è il tempo anche di abbassarlo finalmente questo sguardo per vedere chi di quei problemi soffre veramente, chi non ha mai smesso di subire una società basata sullo sfruttamento, sulla gerarchia, chi è costretto dalle cinghie dei circuiti culturali, informativi, lavorativi di classi sociali destinate e predestinate a mondi diversi, apparentemente inconciliabili le cui implicazioni vengono troppo spesso ignorate.
Sta a noi ricostruire i fili della sofferenza nel darle un’origine e un nome comune, e non possiamo farlo senza ricordare e commemorare chi, dal fondo di queste classi, dalla miseria e dalla sofferenza, non ha mai perso la dignità, la lucidità, la consapevolezza e il coraggio per metterci oltre a tutto il resto anche la propria vita, anche la propria morte. E andrebbe ricordato anche a chi oggi siede su scranni pagati col sangue, non lo stesso di chi li occupa, così come ad ampie fasce del nostro paese, come fa Bernardo Bertolucci sul finire di Novecento, che i fascisti sono sempre stati e sempre saranno dalla parte dei padroni. Oggi, come il 25 aprile, come sempre, è invece doveroso, necessario, parlare apertamente di antifascismo. E farlo, oggi, non è come vogliono farci credere roba vecchia, “storia superata”, è guardare il presente con le lenti di coloro a cui è stato tolto un futuro e a cui per questo è inaccettabile tentare di cancellarne anche il passato.
Celebrare oggi questo giorno significa non permettere a nessuno di riscrivere la storia antifascista di questo Paese. Perché il fascismo non è di certo finito il 25 aprile 1945. È stato battuto, certamente, ma non sconfitto. Sergio Mattarella in visita alcuni anni fa ad Auschwitz-Birkenau non casualmente pronunciò queste parole: “Coltivare la memoria, contrastare odio, pregiudizio e indifferenza, non sono impegni dai quali si può deflettere, soprattutto adesso”. Perché l’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’indifferenza, la violenza, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli. E per questa ragione non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni neofasciste di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base per la pace e per la giustizia sociale. Siamo qui oggi a rendere omaggio e fare memoria dei 7 antifascisti, cittadini inermi torturati a lungo con atti di una violenza e di una disumanità inaudita da parte della brigata nera, perché è bene ricordarlo ancora una volta, questo è un eccidio perpetrato da italianissimi fascisti.
Al tempo stesso ricordiamo anche i milioni di cittadini assassinati da un regime sanguinario come quello nazista che, con la complicità dei regimi fascisti europei e dei padri politici di chi oggi si definisce falsamente patriota, consegnarono propri concittadini alla morte, macchiandosi di crimini orrendi contro l’umanità. Il 1 Settembre è quindi coltivare. Onorare. Preservare. E le istituzioni hanno il dovere di onorare e preservare la memoria del sacrificio delle antifasciste, degli antifascisti, delle partigiane, dei partigiani e di tutte le vittime del nazifascismo. Ma hanno anche il dovere di non disperdere tale sacrificio, insieme a tutti noi, perché le istituzioni siamo noi, dobbiamo essere noi, rivendicare di esserne gli unici referenti. Come facciamo ogni anno ormai da molto tempo torniamo qui oggi non per adempiere a un rituale, ma per rispondere a un’esigenza profonda che sentiamo rinnovarsi continuamente in noi. Nessuno ci obbliga. Nulla ci spinge, se non il richiamo insopprimibile che proviene dalle radici fondanti dell’antifascismo, del nostro pensare e del nostro agire, che qui affondano nel terreno fertile della testimonianza. Il bisogno di ritornare alla sorgente del nostro esistere come uomini liberi e come persone, che qui sgorga dai segni lasciati dalla Storia.
Siamo liberi di pensare e di agire, perché da oltre ottant’anni ci nutriamo dalla linfa di queste radici. Possediamo la dignità di “persone”, perché da oltre ottant’anni beviamo l’acqua di questa sorgente. Per questo siamo tornati e continueremo a tornare. Per questo non ce ne andremo mai. Abbiamo bisogno di riempire un vuoto di empatia per i più deboli. Abbiamo bisogno di umanesimo, soprattutto se l’altro da noi è perseguitato, cacciato dalla sua casa o privo di casa, deportato, disumanizzato. Questa è l’impronta che ha segnato la parte migliore della nostra civiltà. La parte peggiore la conosciamo forse di più ed è fatta di guerre, stragi e genocidi. È fatta da quella parte di persone e quindi di istituzioni che non riconosce i crimini e i misfatti perpetrati dal regime fascista e ritiene di non dover presenziare mai e sottolineo mai, alle celebrazioni in ricordo di chi ha sacrificato la propria vita per tutti quanti, e non solo per i suoi.
Per chi cerca una curiosa riappacificazione, autoponendosi peraltro dalla parte dei fascisti e quindi fuori da questa Repubblica sarà ben contento di scoprire come qui si ricordano indelebilmente e lucidamente tutte la parti, ben in grado però di stare nella realtà (anche quella passata, non si preoccupi la presidente del Consiglio) e di distinguere tra chi moriva per opprimere e chi invece per liberare, per resistere e per esistere.
Solo dalla memoria del nostro passato possiamo trarre la forza per opporci a nuovi crimini inenarrabili contro l’umanità e per avanzare di questa un’ idea inedita e alternativa, forse l’ultima che ci è concessa.








