Comitato Provinciale 31.01.2026

Relazione introduttiva dei lavori

Nicola Maestri Presidente Comitato provinciale ANPI Parma

Buongiorno a voi tutte e tutti e benvenuti a questo Comitato Provinciale che avevamo annunciato all’assemblea dei CDS del 29 novembre scorso presso la sala della CGIL a Parma. 

Il Vicepresidente vicario Stefano Cresci si è fatto carico di fare una sintesi di tutti gli interventi avvenuti in quella sede, oggi, come promesso, elaboreremo insieme quelle richieste nate da esperienze territoriali e uscite da quella giornata così significativa. 


Proposta di progetto organizzativo
Comitato Provinciale
 

Dal tenore della discussione e dei singoli interventi nasce una richiesta di discussione ed elaborazione politica nonché di una maggiore incisività [...] 

continua

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e una presenza sul territorio con l’esigenza di essere più organizzati e reattivi nelle risposte. In questi ultimi anni, grazie un buon lavoro fatto sul lato della comunicazione, tema sempre delicato ma cruciale se utilizzato in maniera intelligente, abbiamo offerto diverse possibilità di fruizione dal punto di vista informatico, anche se a mio avviso abbiamo ampi margini di coinvolgimento e miglioramento. Come saprete già tra un anno, di questi giorni, saremo immersi nella fase congressuale, per cui ritengo essere prioritario da parte nostra, guardare avanti e possibilmente interpretare correttamente quelle che dovranno essere le linee guida che ci permetteranno di dare un futuro solido alla nostra Associazione. Di semplice oggi c’è rimasto davvero poco. Einstein ha sempre parlato della necessità di non smettere mai di interrogarsi, sottolineando il valore della sacra curiosità, egli utilizzava spesso termini come passione, curiosità e fatica, noi aggiungeremo l’impegno, la conoscenza, la dedizione e l’ascolto e sono convinto che con queste premesse potremo trovare ancora molte cittadine e cittadini che si riconosceranno in questa tavola valoriale e pronti a camminare al nostro fianco. Il documento che Stefano ci proporrà è ovviamente una proposta e un progetto organizzativo che va nella direzione di una più efficace collaborazione tra i vari soggetti. L’ambizione è sicuramente quella di migliorare l’aspetto organizzativo ma al tempo stesso anche quella di avere una più forte spinta propulsiva e una più influente penetrazione culturale. L’obiettivo tangibile sarà proprio quello di implementare le attività e aggiungere volontari attivi su tutto il territorio provinciale che siano disponibili a un impegno più puntuale all’interno dei diversi ambiti del Comitato Provinciale. Devo correggere al rialzo il numero degli iscritti nel 2025. Infatti al termine dei conteggi gli iscritti ad ANPI del Comitato Provinciale sono poco più di 3350, credo sia un ottimo risultato che tutti insieme abbiamo contribuito a raggiungere. Le persone vedono nella nostra Associazione un baluardo democratico, tocca a noi, come recita il lascito morale di Giordano Cavestro e Giacomo Ulivi, dover prendere in mano il futuro. La fiducia c’è, è tangibile, alcuni passi di riqualificazione dei canali di informazione sono stati fatti, a questi dovranno seguirne altri e la proposta di oggi segue quell’orizzonte. Se ognuno di noi si farà carico di un piccolo peso da portarsi appresso ogni giorno, pensate un po’ quanti portatori di coscienza avremo, sollevando quei pochi che quel peso se lo accollano quotidianamente. Al tempo stesso aumenteremo la condivisione del messaggio che vogliamo veicolare.


 


Formazione e mobilitazione
per il Referendum

Per quanto riguarda il referendum sulla giustizia, come sapete ANPI è tra i promotori a livello nazionale del Comitato per il No. Anche a Parma si è costituito tale Comitato formato da associazioni, partiti, sindacato, la cosiddetta società civile e lo scorso 17 gennaio abbiamo dato vita a un’affollata conferenza stampa. [...] 

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[...]

Abbiamo avuto già un incontro molto partecipato anche se in remoto con l’ex magistrato Domenico Gallo che ha avuto il pregio di esemplificare in maniera molto comprensibile temi da addetti ai lavori. Nei prossimi giorni, come Comitato per il NO, avremo diversi incontri, il 9 febbraio con la vice presidente del Senato del PD Anna Rossomando, il 18 di febbraio con il sindacalista della CGIL nazionale Christian Ferrari, in data da definirsi con la ex parlamentare M5S Giulia Sarti, mentre il 27

febbraio in un primo incontro di cartello con il Prof Francesco Pallante docente di Diritto Costituzionale all’Università di Torino e il Presidente del collegio giudicante del processo Aemilia e già presidente dei tribunali di Reggio Emilia e Bologna Francesco Maria Caruso. Il giorno successivo alle 16.30, organizzato dal circolo il Borgo si terrà a Parma un confronto pubblico tra chi rappresenta il SÍ come l’ex senatore Giorgio Pagliari e chi rappresenta il NO ovvero l’ex magistrato e giurista Gherardo Colombo. Altri incontri sono in fase di definizione. Per marzo, con data da definirsi abbiamo in programma di organizzare un incontro con il Comitato “Giusto dire NO” dell’ANM Dott Ludovico Valotti, giovane magistrato con incarico a Parma, che abbiamo conosciuto alle celebrazioni per l’ottantanovesimo anniversario della morte di Guido Picelli, ci ha garantito la sua disponibilità per un incontro pubblico. Successivamente vi informeremo dei vari banchetti che si terranno a Parma in diversi punti della città. PD, M5S, Europa Verde hanno messo a disposizione del Comitato per il NO i loro banchetti già prenotati. Ci sarà bisogno anche dei nostri volontari per garantire una presenza assidua ai volantinaggi, soprattutto nelle ore di maggior passaggio, tipo il sabato pomeriggio ad esempio. Ci sembra però opportuno che anche la nostra Associazione faccia la propria parte verso i nostri dirigenti e iscritti. E dopo aver avuto la disponibilità da parte del responsabile di ANPI nazionale della formazione, nonché membro della segreteria provinciale Paolo Papotti, abbiamo deciso di fare un incontro specifico e mirato rivolto al nostro interno, in cui si tratteranno soprattutto gli aspetti che più riguardano i cittadini. Ci sembra giusto farlo per fornire maggiori strumenti da potersi spendere nei vari incontri che ci vedranno impegnati da qui al 22-23 marzo prossimi.

Manderemo a breve l’invito rivolto a tutti i comitati di sezione, vi anticipo comunque che il giorno stabilito sarà venerdì 13 febbraio alle ore 20.45, grazie all’ospitalità di CGIL il luogo sarà la sala Trentin in via Confalonieri a Parma.

Il referendum sul disegno di legge costituzionale cosiddetto Nordio, di fatto non riguarda la giustizia nel suo insieme, ma è una riforma rivolta solo alla magistratura.

La vittoria del SI avrebbe effetti dirompenti sull’intera giustizia, non solo penale ma anche civile, e il referendum riguarda quindi i diritti di tutti i cittadini, che non dovrebbero fare l’errore di sottovalutarlo, pensando che non si raggiungerà il quorum, perché in questo caso non occorre alcun quorum (si vince con un voto in più, a prescindere dal numero dei votanti).

Anche perché il referendum non coinvolge solo la giustizia, ma la democrazia nel suo complesso, che rischia di essere notevolmente indebolita se vincessero i SI.

Nel disegno di legge costituzionale non c’è infatti una riforma della giustizia diretta a rendere i processi più veloci, a rendere più facile l’accesso alla giustizia, a tutelare meglio i diritti dei cittadini. Nessun intervento sul numero dei magistrati, del personale, dei locali, delle strutture, dell’organizzazione degli uffici giudiziari, rivolto a migliorare tempi, efficienza e qualità dei procedimenti, no, non c’è traccia di tutto questo. Anche ascoltando gli attori di questa “deforma” si evince candidamente la volontà, nel medio e lungo termine, di voler assoggettare il potere giudiziario a quello esecutivo. La separazione delle carriere non c’entra assolutamente nulla, nonostante l’informazione stia martellando con affermazioni spesso menzoniere. Dalla riforma Cartabia del 2022 la separazione delle carriere è già nei fatti, tant’è che negli ultimi 5 anni una parte assolutamente marginale lo (0,31%) degli interessati cambia ruolo da giudice a pubblico ministero e viceversa, per cui cosa si nasconde dietro a questo disegno se non la malcelata volontà di un forte condizionamento della politica sulla magistratura? Oppure, leggendo in chiaroscuro il nostro percorso storico, si sta mettendo in pratica il progetto finale del maestro venerabile della Loggia massonica P2, Licio Gelli, i cui estimatori non mancano nell’attuale compagine governativa. Aldilà delle diverse letture e interpretazioni che ognuno di noi potrà individuare, ritengo sia giusto che la nostra Associazione si faccia interprete di questo impegno a difesa dell’impianto Costituzionale, perché è piuttosto evidente e grave l’attacco che si vuole portare al cuore delle nostre istituzioni. Non è la prima volta che questo avviene, ma probabilmente mai come ora è così fondato, reale e pericoloso, perché nonostante la lezione di Antonio Gramsci, nella società in cui viviamo l’indifferenza dilaga e questo rende assai permeabile e vulnerabile ogni sistema democratico. Il quesito referendario di marzo rischia di essere uno spartiacque tra il prima e il dopo. ANPI continuerà ad essere vigile e presente, assieme a tutte le forze democratiche e antifasciste, dentro e fuori il parlamento.

Abbiamo visto tutti il tentativo di Casapound, con l’aiuto di un esponente leghista, di varcare la soglia della sala conferenze della Camera dei deputati per presentare una proposta di legge sulla remigrazione. Il messaggio è stato chiaro, sono lì davanti pronti per entrare, per certi versi mi ha ricordato l’aggressione, l’attentato a Capitol Hill di cinque anni fa, quando decine, centinaia di persone violarono la casa delle istituzioni americane, e ciò è potuto avvenire perché questi personaggi si sentivano assolutamente sostenuti e protetti da una parte ben precisa dei poteri forti.

Bene hanno fatto, per fortuna, le forze parlamentari di opposizione ad occupare fisicamente la sala delle conferenze, impedendo di fatto questa vergogna. Gli spazi democratici ci vengono sottratti pezzo dopo pezzo, e il più delle volte in maniera silente, senza bisogno di sbraitare. Noi siamo stati, siamo e saremo sempre da quella parte, a difesa delle istituzioni e della autonomia e indipendenza tra i diversi poteri dello Stato, ognuno con le proprie funzioni a solenne difesa della democrazia.

Senza la volontà di voler drammatizzare questo momento storico, anche perché più di così diventa difficile, ma sono dell’idea che la democrazia così per come l’abbiamo conosciuta fino ai nostri giorni, stia attraversando un periodo di grave crisi, ragion per cui questo è il momento di serrare i ranghi e al contempo di allargare quanto più possibile i nostri orizzonti.

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Comitato provinciale Società civile per il NO nel referendum costituzionale

Conferenza stampa Sabato 17 Gennaio 2026, ore 11 Sala Arta di Via Treves, 2 Parma


Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale Parma

Come ANPI provinciale e come componenti di questo Comitato per il No siamo convinti che di fatto questa sia una controriforma e motiviamo il nostro No a una modifica che indebolisce la magistratura nell’equilibrio con gli altri poteri della democrazia, mortifica il Parlamento e ci trascina a un giudizio referendario, opaco, divisivo e costoso.

Intanto i problemi che affliggono tanti cittadini e tante cittadine nell’accesso alla giustizia restano del tutto inalterati. Il potere può degenerare e quel delicato gioco di pesi e contrappesi cerca di evitare al meglio tali degenerazioni. 

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La modifica costituzionale che ci viene proposta altera questo gioco: indebolisce la magistratura mutando l’equilibrio tra i poteri esecutivo e legislativo. É buona prassi non fare paragoni azzardati perché sono periodi storici differenti, ma non possiamo nascondere di avere una ragionevole preoccupazione per gli interventi governativi in atto che stanno limitando progressivamente gli spazi di partecipazione e gli equilibri democratici così faticosamente raggiunti.

La cosiddetta legge Nordio è un attacco frontale ai fondamenti costituzionali. Non c’è neppure, se non marginalmente, una separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nonostante quello che si dice. Perché la separazione è già in atto dopo la riforma Cartabia del 2022, che consente il passaggio una sola volta e solo cambiando regione.

Quindi passare da una carriera all’altra è difficilissimo, tanto che negli ultimi 5 anni la percentuale media dei passaggi è stata pari allo 0,31% Non è per niente una riforma della giustizia e non servirà ad accelerare i tempi dei processi. Noi crediamo che serva soprattutto per assoggettare gradualmente i magistrati al cappello governativo. Limitare tutto ciò a una battaglia tra governo e magistrati sarebbe un errore di enorme sottovalutazione.

Nel disegno di legge costituzionale infatti non c’è una riforma della giustizia diretta a rendere i processi più veloci, a rendere più facile l’accesso alla giustizia, a tutelare meglio i diritti dei cittadini. Lo riconoscono gli stessi fautori della riforma. Nessun intervento sul numero dei magistrati, del personale, dei locali, delle strutture, dell’organizzazione degli uffici giudiziari, rivolto a migliorare tempi, efficienza e qualità dei procedimenti. Anzi, il nuovo sistema costituzionale creerebbe problemi organizzativi non indifferenti.

Questo referendum riguarda eccome tutti i cittadini.

Nel 2028 festeggeremo gli ottant’anni della Costituzione.

Speriamo vivamente di arrivarci con la pienezza di queste norme.

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Celebrazione per 81°anniversario della strage dell’Epifania

VARANO MARCHESI, 6 GENNAIO 2026 “Il passato come avvertimento, la pace come sentimento”

Sonia Carloni Presidente ANPI Medesano

Salutiamo le Autorità civili, militari e religiose, le Associazioni combattentistiche e d’arma, le Associazioni di volontariato e Voi tutti per essere intervenuti a questa celebrazione.

Come ogni anno ci ritroviamo saldamente qui per ricordare e portare avanti la storia di quanto accaduto 81 anni fa in questa piccola comunità. E come ogni anno ci preme raccontare di nuovo cosa avvenne nella notte tra il 5 e 6 gennaio 1945.Quella notte cadde più di un metro di neve. Era la condizione ideale per dare avvio al rastrellamento nazifascista che si stava preparando già dal dicembre 1944 sulle colline attorno a Varano Marchesi, frutto di un disegno di rastrellamento ancora più ampio nella provincia. [...] 

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I bersaglieri della divisione "Italia" insieme alle divisioni tedesche e alla 162ma denominata “Turk” arrivati qui frugarono i boschi, le case e le stalle alla ricerca dei gruppi di partigiani.

L'ordine di sganciarsi non fu sufficiente a mettere in salvo tutti i resistenti. Non salvò nemmeno la popolazione civile, che subì comunque le conseguenze dell'aver aiutato i ribelli. Molti tra loro vengono imprigionati e torturati per estorcere delle informazioni sui gruppi di partigiani. Il bilancio dopo circa 10 giorni di terrore fu di più di 20 tra civili e partigiani uccisi, numerose persone imprigionate nelle carceri o spedite nel campo di concentramento di Mauthausen.

Una ferita aperta per molto tempo per tutta la comunità, fatta di famiglie che hanno perso i propri cari o che non sapranno per molto tempo dove fossero e in che condizioni. Come ogni anno Vi invitiamo a leggere i nomi, a guardare i volti sul monumento qui a

fianco. Vi invitiamo ad immaginare le loro esistenze, uniche ed irripetibili, a pensare alla vita che avrebbero potuto avere in un paese in pace. E come avvenne qui accadde anche in tantissime altre località italiane a nord della linea Gotica oppure nel centro e sud Italia. Le sole vittime civili delle rappresaglie nazifasciste in Italia si contano in almeno 10.000 persone. Avvicinandoci a questa data è ogni anno più difficile trovare le parole per leggere la complessa e sempre più tragica e preoccupante realtà che ci circonda.

Celebrare questa data senza approcciarci all’attualità renderebbe vano il ricordo dei caduti e di coloro che si sono spesi anche con la vita per garantire a noi un paese democratico.

Nel mondo, ormai ogni giorno, si sta alzando l’asticella di quanto è tollerabile, di quanto non è più considerato esecrabile agli occhi della cosiddetta civiltà.

Gli organismi sovranazionali (migliorabili certo) nati a seguito della Seconda guerra mondiale e riconosciuti da tutte le parti in causa oggi sono rifiutati da una classe dirigente mondiale che si ripiega sui propri interessi particolari. Lo sfregio al diritto internazionale, e alla vita stessa delle persone, operato da alcune delle maggiori potenze mondiali in questi ultimi anni (e non ultimo in questi giorni) sta ridefinendo quella che è la modalità di mantenere i rapporti tra Stati del mondo. Rapporti basati sulla volgare potenza di fuoco e su malcelati interessi economici. Tutto questo, come sempre, a discapito delle popolazioni più in difficoltà, delle minoranze, dei ceti più poveri. Un ritorno all’indietro, al peggiore Novecento, in vari stati mondiali che hanno visto una forte ondata nera di movimenti con idee reazionarie e razziste. Chi ha l’enorme responsabilità di governare in qualsiasi momento storico (e mi riferisco ora nello specifico al nostro Paese) deve ispirarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione, sulla quale ha giurato:

“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Facciamo poi nostro l’appello alla pace così fortemente espresso dal Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno e ne sottolineiamo questo passaggio fondamentale:

“La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio. Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale.”


Dicevo che avvicinandoci a questa data è ogni anno più complesso trovare le parole ed è per questo che torniamo spesso da chi la tragedia della Seconda guerra mondiale l’ha vissuta e che ha partecipato al riscatto del nostro paese. Qualche giorno fa parlando di attualità con il partigiano “John”, Walter Cantoni, siamo tornati a casa con due affermazioni, semplici solo in apparenza, che ci hanno colpito profondamente e continuano a interrogarci: “il passato come avvertimento” e “la pace è un sentimento”.

Due frasi che, se ascoltate davvero, diventano una chiamata alla responsabilità, individuale e collettiva.

La prima, il passato come avvertimento, ci richiama al dovere della conoscenza della nostra storia.

Lo storico Francesco Filippi, in un articolo apparso su un giornale nazionale, afferma che:

“Alla domanda «che mi importa del passato?», io solitamente rispondo che il passato è il luogo in cui si trovano le risposte al nostro modo di guardare la realtà. È nel passato che si forma la mappa genetica del nostro vivere: se ci piacciono i capelli lunghi o corti, se dal macellaio troviamo la carne di coniglio ma non quella di gatto, se pensiamo sia normale passare otto ore al giorno lavorando, se accettiamo di vivere in pace o di morire in guerra. È tutto scritto nella stratificazione delle scelte di generazioni che ci hanno preceduto, in un’opera di sedimentazione lenta e inesorabile.” In queste parole c’è una verità profonda: nulla di ciò che siamo nasce per caso. Le nostre abitudini, le nostre convinzioni, perfino ciò che riteniamo “normale”, sono il frutto di decisioni, conflitti, rinunce e conquiste che altri hanno compiuto prima di noi.

Conoscere ciò che è stato non significa restare prigionieri del passato, ma dotarsi degli strumenti per comprendere il presente. Significa saper riconoscere i segnali, cogliere le analogie, mettersi in allarme quando riemergono dinamiche che la storia ci ha già mostrato essere pericolose. Conoscere la storia, allora, non è nostalgia: è vigilanza. È la bussola che ci aiuta a capire in quale direzione stiamo andando. La seconda affermazione, “la pace è un sentimento”, acquista un valore ancora più forte se accostata alle parole e ai richiami costanti del Presidente della Repubblica.

Dire che la pace è un sentimento significa sottrarla alla retorica e riportarla nella profondità dell’esperienza umana. Il vocabolario ci aiuta a comprendere: sentimento è, innanzitutto, l’azione di sentire, di percepire stimoli interni ed esterni; è consapevolezza di sé, della propria forza e della propria fragilità. È la capacità di riconoscere e apprezzare un valore, di distinguere ciò che è umano da ciò che lo nega.

Dire che la pace è un sentimento significa quindi riconoscerne il valore profondamente umano e affermare anche che la pace è un modo di pensare significa educare lo sguardo, la coscienza, la sensibilità. Perché la pace non è solo assenza di guerra: è rispetto, responsabilità, cura dell’altro. È una scelta quotidiana che definisce il modo in cui guardiamo il mondo e le persone che lo abitano.

Entriamo quindi in questo 2026, che porta con sé l’ottantesimo della nascita della Repubblica italiana (antifascista per costituzione) e della partecipazione (finalmente!) fondamentale delle donne al voto e alla vita pubblica, con molte preoccupazioni ma rinnovato impegno e speranza.

Cercando di scacciare la sensazione di impotenza che naturalmente potrebbe assalirci sapendo che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa di utile e sostanziale.

Come fecero i partigiani, le staffette e la popolazione civile tra queste colline.

Storia, memoria e pace, passato, sentimento e impegno: sono questi i fili che tengono insieme una comunità consapevole. Coltivarli non è un esercizio astratto, ma un atto civile, necessario, urgente. Perché solo conoscendo e sentendo davvero possiamo

mantenere e migliorare la nostra Repubblica democratica e garantirle un futuro più giusto, più umano, più degno della storia che gli antifascisti, i resistenti e le madri e padri Costituenti ci hanno consegnato.


 

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Buone feste

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Assemblea Provinciale Comitati di Sezione

Relazione introduttiva dei lavori

Nicola Maestri Presidente Comitato provinciale ANPI Parma

Benvenuti a tutte e tutti voi.

Ringrazio a nome di ANPI Provinciale la CGIL e la sua segretaria generale Lisa Gattini per la disponibilità dimostrata e per averci così gentilmente ospitato, facendoci sentire a casa nostra. Grazie di cuore.

Oggi diamo seguito ad una ormai consolidata volontà di confrontarci al fine di rendere la nostra azione più efficace su tutto il territorio provinciale. Oggi mi auguro possa essere una buona occasione di confronto e auspico che soprattutto i vostri interventi possano contribuire a migliorare e rendere più fluidi i rapporti tra sezioni territoriali e il provinciale. Come siamo tutti quanti consapevoli il nostro ruolo di “coscienza critica” ci impone una attenzione particolare verso la nostra Associazione. I tempi bui che stiamo attraversando ci chiedono una maggior efficacia organizzativa per riuscire a dare risposte adeguate alle degenerazioni democratiche che la nostra società è costretta a vivere. [...]

continua

[...]

A proposito di efficacia organizzativa a me ha sempre impressionato la pervicacia con la quale -la sera del 9 settembre del 1943 a Villa Braga, nel giorno successivo all’armistizio,- i dirigenti comunisti presenti in città si diedero appuntamento nella villa celata tra gli alberi alle porte della città, mentre l’esercito del Reich si insediava nelle caserme e negli edifici del potere. Come saprete la discussione verteva su ciò che stava accadendo e come reagire all’occupazione. Dopo vent’anni di dittatura e tre di guerra, era giunto il momento delle decisioni. Quella più importante: come prepararsi a contrastare l’esercito di occupazione. Ma la decisione era di fatto già presa: anche con le armi se necessario. La parola d’ordine che veniva ripetuta tra chi partecipò a quell’appuntamento così importante per noi, fu sempre e solo una: organizzazione!

E mai come in questo periodo storico quella condizione dovrebbe indurci a una ulteriore riflessione, oggi che quelle grandi figure di riferimento ci stanno lasciando.

Il problema però a mio avviso, non è solo quello del venir meno dei partigiani. Il problema è più complesso e riguarda il nostro essere nel presente e come affrontare una situazione sempre più complessa, tenendo ferma la nostra identità e le nostre finalità di fondo, nel quadro di un inesorabile mutamento generazionale.

Personalmente sono arrivato alla conclusione che sia riduttivo e probabilmente sbagliato il cosiddetto “passaggio del testimone” e convinzione, invece, che bisogna puntare tutto sulla continuità. Che significa avvalersi sino all’ultimo secondo prezioso dell’esperienza dei combattenti per la libertà, ma facendo avanzare le nuove generazioni; non considerando – peraltro – solo il problema dei giovani, ma anche quello delle generazioni intermedie.

Come si risolvono, queste difficoltà? Tenendo ferma la barra sui nostri fondamenti: memoria attiva, coscienza critica, valenza massima dei valori costituzionali. A ciò aggiungerei l’antifascismo e la difesa intransigente degli spazi di democrazia, contro ogni forma di populismo e di autoritarismo.

A chi, peraltro, riversa sull’ANPI attese eccessive, bisogna rendere chiaro che non siamo un partito, né un sindacato; siamo l’ANPI e dobbiamo essere sempre e soltanto noi stessi, con la nostra identità e i nostri valori.

Ci sono, da risolvere e consolidare, problemi di rafforzamento organizzativo, a mio avviso non c’è una divisione tra politica e organizzazione che, invece, si compenetrano, perché tutti i problemi organizzativi sono anche, e soprattutto, politici (il tesseramento, il rapporto tra iscritti e militanti, le strutture organizzative, la composizione degli organismi dirigenti, l’ingresso nel Runts, e così via).

Continuiamo, insistendo su alcune direttrici e con più iniziative, più partecipazione, più coinvolgimento di tutti gli iscritti, maggiori e più intensi rapporti tra sezioni territoriali e Provinciale per essere più efficaci nella diffusione delle varie attività.

Le direttrici fondamentali sono: migliorare l’organizzazione strutturale, anche ai vertici dell’Associazione, più efficienza e più iniziative, più colloqui e confronti con i cittadini e le istituzioni, più formazione nel rispetto e nella attuazione della linea.

Ma il segreto fondamentale dello sviluppo e per affrontare il presente e il futuro nella maniera migliore, adeguandosi agli eventi, ai cambiamenti ed ai passaggi generazionali, sta in tre voci essenziali:

Formazione per tutti, non solo per i giovani (ognuno, giovane o meno giovane, dovrebbe avere piena conoscenza del fascismo, dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituzione, del dopo guerra, della storia dell’ANPI).

Quando si rileva, anche al nostro interno, che bisognerebbe elevare il livello culturale-politico dei nostri iscritti, devo rispondere che è giusto cercare di migliorare, ma questo deve essere un impegno per tutti gli organismi periferici, perché non sempre abbiamo fatto o stiamo facendo tutto ciò che occorre per la formazione. Abbiamo la fortuna di avere all’interno della nostra segreteria provinciale, il responsabile nazionale della formazione. Abbiamo la fortuna e l’opportunità di avere Paolo Papotti e sono convinto del fatto che potremmo investire maggiormente su questa risorsa.

Fondamentale, comunque, soprattutto per i più giovani, il rafforzamento e le esplicitazioni di una nuova idealità, che riesca a coniugare i valori tradizionali con l’attuazione dei diritti, di tutti i diritti.

Dobbiamo avere la forza e la volontà di compiere inserimenti ponderati di giovani e donne negli organismi dirigenti. In questi anni, e non solo nei ruoli apicali, le donne sono emerse con una forza dirompente e questo ci inorgoglisce.

Dobbiamo avere la forza per mettere in atto la circolazione delle idee e delle informazioni. Insomma, sul nostro presente e sul nostro futuro dobbiamo realizzare una grande discussione di massa, con la maggior partecipazione possibile da parte di tutti gli organismi e di tutti gli iscritti. La parola d’ordine, a mio parere, è “rinnovamento nella continuità”; che significa guardare al futuro, tenendo sempre presenti le nostre radici e la nostra storia, facendo in modo di essere sempre in grado di affrontare le novità che l’Italia, l’Europa e il mondo provvedono a metterci davanti.

La base, ricordiamocelo sempre, è quella cui ho già accennato: una linea coerente con le nostre finalità e i nostri valori, applicata con saggezza, autonomia e indipendenza, con l’esercizio continuo di quella coscienza critica che è un altro dei nostri fondamenti. Non obbedendo a pregiudiziali conservatorismi, ma sapendo sempre distinguere tra i cambiamenti necessari e quelli che non servono al bene comune, ma rispondono ad esigenze ben diverse da quelle che coincidono con il bene collettivo e con i valori della Costituzione e, infine, con la nostra stessa storia.

Così si affronta il futuro, con serenità, ma con impegno, rinnovandosi quando occorre, ma sempre tenendo conto dell’esperienza compiuta nella Resistenza, nella fase costituente e nel dopo guerra.

C’è un aspetto importante da non sottovalutare e riguarda i pericoli della democrazia. Non voglio suscitare allarmismi, ma una società e una politica con tendenza alla degenerazione, con la caduta dei valori fondamentali e con la riduzione di spazi della democrazia e della rappresentanza, costituiscono sempre un pericolo effettivo, di cui bisogna tenere conto, attrezzandosi per evitarlo.

Conosciamo bene il pericolo di un nuovo fascismo; e ce lo dimostrano non solo le sempre più frequenti uscite allo scoperto di gruppi ed organismi che in un modo o nell’altro, si richiamano al fascismo (non solo a quello in camicia nera) ed al razzismo.

Ma forse siamo meno attrezzati di fronte ai fenomeni più nuovi e recenti.

Il primo è il formarsi di una tendenza a collegare le peggiori nefandezze razziste della Lega di Salvini e Vannacci, con quelle di organizzazioni tipicamente fasciste, seguendo il modello lepeniano. Pensiamo alla pletora di colonnelli che ruotano intorno alla presidente del consiglio e che ricoprono ruoli apicali nelle nostre Istituzioni, che nemmeno cercano più di celare le loro pulsioni più nere ma le esplicitano alla luce del sole. Badate bene, non sono più le manifestazioni che sconfinavano nel ridicolo, sono invece manifestazioni che cercano di suscitare e rafforzare i peggiori istinti egoistici della gente. E questo ha sempre, nella storia, rappresentato un pericolo; che è tanto più grave in quanto il fenomeno italiano si collega a quanto sta avvenendo in varie aree dell’Europa e del mondo. Non bisogna sottovalutare nulla e cercare di creare antidoti adeguati.

L’altro punto decisivo è il populismo, che – come è noto – può assumere, anzi spesso assume, connotati all’apparenza bonari, ma non per questo meno pericolosi.

Il populismo trova un terreno tanto più fertile quanto meno esistono i partiti (quelli veri, corrispondenti all’articolo 49 della Costituzione), quando molti cittadini non credono più in nulla, si astengono dal voto, quando avanza l’antipolitica, si abbassa il livello di fiducia nelle istituzioni, comprese quelle di garanzia, quando nessuno sembra in grado di rispondere alle attese delle famiglie e della popolazione nel suo complesso.

Ci sono più tipi di populismo da quello tipicamente “nero”, a quello nel passato incarnato da Berlusconi, a quello aggressivo dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America; noi dobbiamo diffidare di tutti e preoccuparci ogni volta che il populismo si esprime in una qualsiasi delle sue forme.

Il populismo approfitta della riduzione degli spazi di democrazia, quando viene ristretta la rappresentanza o quando il cittadino non si sente rappresentato, quando si sente il bisogno di un punto di riferimento che – col degrado di tutto il resto – finisce per essere “l’uomo solo o la donna sola al comando”.

Il populismo non coincide necessariamente col fascismo e con l’autoritarismo, ma può aprir loro la strada. Ed allora sono guai, come la storia ci insegna.

Fascismo e nazismo hanno costruito il loro potere sulle rovine di intere società, nel contesto di grave crisi, ed hanno offerto, all’inizio, un’apertura verso il nuovo e verso un futuro radioso. Poi, sappiamo come è andata a finire.

Non ci sono i presupposti uguali a quelli degli anni in cui è nato il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Tuttavia non bisogna creare gli spazi e le condizioni perché la storia possa ripetersi, naturalmente in forma diversa. L’alleanza nemmeno più tanto sotto traccia tra il PPE e la destra estrema dei Patrioti nel parlamento europeo dovrebbe toglierci il sonno. Occorre, dunque, impegnarsi, tutti, perché prevalgano, su tutto, i valori di fondo della Costituzione, e siano risolti i gravissimi problemi economici, sociali e soprattutto culturali che la crisi comporta e ingigantisce al tempo stesso. Ed è solo la partecipazione e l’impegno diffuso che possono impedire la realizzazione di quello a cui conduce il populismo, in una delle tante forme che esso assume.

In questo impegno, ovviamente, l’ANPI deve essere in prima linea; ce lo impone lo Statuto e ce lo impone la nostra storia e il debito che abbiamo contratto con tutti coloro che sono caduti per la nostra libertà.

 

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