18.10.2026 – Commemorazione Eccidio Comando Unico Bosco di Corniglio

Ambra Lazzari Presidente ANPI Corniglio

Ringrazio le autorità, i rappresentanti delle istituzioni, e tutte le cittadine e i cittadini per essere presenti qui oggi.

A nome della sezione ANPI di Corniglio e delle tre associazioni partigiane ANPI, ALPI e ANPC, che oggi rappresento e di cui porto il saluto, vorrei condividere con voi una riflessione. 

E vorrei farlo partendo da un’immagine.

Bosco di Corniglio, la mattina del 17 ottobre 1944: il rumore delle armi rompe la quiete del paese e la violenza irrompe nelle sue strade. Le case vanno a fuoco, il fumo invade le strade, trasformate in un campo di battaglia.

[...]

 

continua

[...]

E poi il silenzio, il dolore, il difficile compito di chi è sopravvissuto e deve trovare la forza di andare avanti.

Un attacco nazifascista colpisce il Comando Unico partigiano. Sei uomini perdono la vita: Pablo, Renzi, Penola, Enzo, Boeri e Settimio.

Sei nomi che oggi pronunciamo con rispetto. Ma dietro quei nomi ci sono sei persone, sei vite, sei storie interrotte. Uomini che avevano scelto di opporsi alla dittatura e all’occupazione nazifascista, consapevoli che quella scelta poteva costare loro tutto.


Non erano eroi perché non conoscevano la paura. Erano uomini che, nonostante la paura e il rischio, avevano deciso da che parte stare.


Eppure, la storia di Bosco non si ferma alla tragedia di quel giorno. Ed è proprio quello che accadde dopo che vorrei ricordare insieme a voi.


Il giorno successivo, i superstiti decisero che il Comando avrebbe continuato a operare. La lotta non poteva interrompersi. Ma nei giorni seguenti si aprì anche un confronto su chi dovesse guidarlo.


Da una parte, una nomina imposta dall’alto; dall’altra, le brigate partigiane che rivendicavano il diritto di scegliere democraticamente i propri rappresentanti. Il contrasto fu risolto attraverso un compromesso, per evitare una frattura e consentire alla Resistenza di proseguire.


Fermiamoci un momento su questo passaggio.


Quegli uomini erano in guerra. Avevano perso compagni, avevano visto la violenza da vicino, sapevano che ogni giorno poteva essere l’ultimo. Eppure, anche in quelle condizioni, la questione di come prendere le decisioni, di chi fosse legittimato a prenderle e di quale voce dovesse essere ascoltata non era affatto secondaria.


Non bastava combattere per la libertà. Bisognava anche provare a praticarla.


Ecco perché la Resistenza non è stata soltanto una lotta militare contro un esercito occupante e un regime dittatoriale. È stata anche un laboratorio di democrazia, con tutte le sue difficoltà, i suoi contrasti e la necessità di trovare soluzioni condivise.


La democrazia, infatti, non nasce quando tutti sono d’accordo. Nasce quando le differenze possono esprimersi senza essere cancellate dalla forza, quando il dissenso non diventa una colpa e quando nessuno può pretendere di avere sempre l’ultima parola soltanto perché è più forte.


Da quella esperienza, da quella lotta e da quella pluralità di idee è nata anche la nostra Costituzione.


Oggi la leggiamo, la citiamo, la celebriamo. Ma forse dovremmo chiederci più spesso quanto la mettiamo davvero in pratica. 

Perché la libertà non è soltanto poter dire ciò che si pensa. 
È anche poterlo fare senza paura.

Non è soltanto avere dei diritti scritti sulla carta, ma poterli esercitare concretamente. Non è soltanto essere uguali davanti alla legge, ma lavorare perché la dignità e le opportunità non dipendano dal luogo in cui si nasce, dalle proprie condizioni economiche o dalla possibilità di far sentire la propria voce.

La Costituzione non è un oggetto da custodire sotto una teca. È uno strumento con cui leggere il presente, riconoscere le ingiustizie e capire quando i diritti di qualcuno rischiano di diventare meno importanti di quelli di qualcun altro.


E questo riguarda tutti noi.


Riguarda il modo in cui trattiamo chi è diverso da noi, chi arriva da lontano, chi è più fragile, chi non ha il potere di difendersi da solo. Riguarda il rispetto delle istituzioni, ma anche la capacità delle istituzioni di rispettare le persone. Riguarda la partecipazione alla vita pubblica, perché la democrazia non può ridursi al gesto di mettere una scheda in un’urna ogni tanto, per poi lasciare che siano sempre altri a decidere.


E riguarda anche l’indifferenza.


Perché la libertà non viene minacciata soltanto da chi la nega apertamente. Può indebolirsi anche quando smettiamo di interessarci agli altri, quando pensiamo che un diritto violato non ci riguardi, purché non sia il nostro. Quando ci convinciamo che la democrazia sia qualcosa di scontato, destinato a durare comunque, senza bisogno del nostro impegno.


Ottantadue anni ci separano da quel 17 ottobre. Il mondo è cambiato, le condizioni sono diverse e sarebbe sbagliato sovrapporre semplicemente il presente a quel passato. Ma alcune domande restano attuali.


Chi decide? In nome di chi? Chi viene ascoltato? E quanto siamo disposti a fare perché la libertà non sia un privilegio riservato a chi ha più forza, più mezzi o più possibilità?

Sono domande che i partigiani di Bosco si posero in circostanze estreme. Sono domande che noi possiamo e dobbiamo porci in una società libera, proprio perché abbiamo la possibilità di farlo.


Come associazioni partigiane, abbiamo il compito di custodire questa memoria. Ma custodire non significa imbalsamare la storia, ripetere ogni anno le stesse parole o trasformare i caduti in figure lontane, appartenenti a un tempo che non ci riguarda più.


Significa restituire loro la complessità delle persone che furono. Raccontare le loro scelte, le loro difficoltà, il prezzo che pagarono. E fare in modo che la loro storia continui a interrogare la nostra coscienza.


Oggi siamo qui, a Bosco di Corniglio, non soltanto per guardare indietro, ma per assumere una responsabilità verso il futuro.


Ai sei caduti dobbiamo la memoria. Alla Costituzione dobbiamo rispetto e attuazione. Alle generazioni che verranno dobbiamo la possibilità di vivere in un Paese in cui la libertà, i diritti e la dignità di ogni persona non siano mai considerati concessioni, ma patrimonio comune.

Perché la libertà non si eredita una volta per tutte.


Si eredita, sì, ma soltanto se siamo capaci di esercitarla, difenderla e trasmetterla.

Onore ai caduti della Resistenza.

Viva la libertà, viva la Costituzione, viva la Repubblica democratica e antifascista.

Grazie.

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Comunicato stampa ANPI Sez. Felino e CGIL – Camera del Lavoro di Felino

Nei giorni precedenti alla Commemorazione dei Martiri di Cefalonia, prevista per il 12 settembre, la sezione ANPI Felino aveva concordato con le consuete modalità con gli uffici comunali l’intervento conclusivo del Presidente provinciale ANPI, Nicola Maestri. Il programma condiviso non lasciava intendere alcuna criticità, considerato che le locandine erano state esposte nelle varie bacheche comunali.

Tuttavia, in data 9 settembre, sul sito istituzionale del Comune è stata pubblicata una locandina nella quale l’intervento del Presidente provinciale risultava cancellato.

ANPI Felino ha contattato immediatamente il Sindaco per chiedere chiarimenti. Il Sindaco ha confermato la decisione di escludere l’intervento del Presidente Nicola Maestri, senza fornire alcuna motivazione plausibile.

Questa decisione, inattesa e non giustificata, ha reso necessario il presente comunicato. La sezione ANPI Felino e la CGIL - Camera del Lavoro di Felino esprimono rammarico per la decisione del Sindaco di non accettare l’intervento del Presidente Provinciale ANPI durante la commemorazione dell’8 settembre al cippo dedicato ai Martiri di Cefalonia. Una scelta che riteniamo sbagliata, qualunque sia la motivazione. «La memoria non appartiene a un’amministrazione: appartiene alla comunità.» La voce dell’ANPI è parte della storia che queste commemorazioni mantengono viva e la sua esclusione indebolisce il senso della cerimonia, togliendo un pezzo di verità e di dignità. In un momento storico in cui riemergono linguaggi e simboli che richiamano ideologie pericolose, il pluralismo delle voci e la vigilanza democratica sono essenziali. La sez. ANPI di Felino continuerà a svolgere il proprio ruolo con responsabilità e impegno, nel rispetto della comunità e della storia della Resistenza.

ANPI Sez. Felino Felino CGIL – Camera del Lavoro di Felino

ANPI Sezione Felino
CGIL - Camera del Lavoro Felino 

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08.09.2026 – Felino – Commemorazione MArtiri di Cefalonia

Simona Damenti Presidente ANPI Felino

Siamo qui oggi. Davanti a questo cippo. Davanti alla memoria di uomini coraggiosi. E non siamo qui per una celebrazione. Siamo qui per un atto di verità. Perché la memoria non è un gesto gentile. La memoria è una responsabilità che brucia. Questi tre ragazzi non sono pietre. Non sono simboli da usare quando fa comodo. Sono vite spezzate. Sono domande che bussano alle nostre coscienze. Sono la prova che dignità, scelta, sacrificio… non sono parole astratte. Sono carne. Sono sangue. Sono futuro strappato via. E oggi, mentre pronunciamo il nome di Ezio Damenti, il fratello di mio nonno che abitava alla Valle di Sant’Ilario, dobbiamo ricordare che non era un eroe scolpito. Era un ragazzo vero. «Io vi penso sempre… non credete che vi abbia abbandonato… e sempre vi penserò… così spero che voi ripensiate a me…» scriveva dalla prigionia alla famiglia. Parole che non erano solo affetto: erano paura.

[...]

 

continua

[...]


La paura più umana e più crudele. La paura di essere dimenticato. La paura che la distanza, la

guerra, la prigionia potessero spegnere il suo posto nel cuore della sua famiglia.

Un ragazzo che parlava dei bambini, dei familiari, della fisarmonica del nipotino Renzo. Un ragazzo che avrebbe voluto tornare a casa. Un ragazzo che non ha potuto.

E mentre ricordiamo lui, Pietro Reverberi e Luigi Venturini, non possiamo ignorare ciò che accade nel mondo. A Gaza, la devastazione continua. In Ucraina, la guerra divora città e famiglie da anni.

Nuovi conflitti si accendono in varie parti del mondo come scintille in un campo già incendiato. 

Il mondo brucia. E chi finge di non vedere, sceglie l’indifferenza. Le immagini di oggi non sono così diverse da quelle del 1943. E questo dovrebbe farci tremare.


Ogni guerra ci interroga. Ogni vittima ci somiglia. Ogni scelta di resistenza ci riguarda.

Ricordare non è un gesto formale. È un gesto scomodo. È dire: io vedo. Io riconosco. Io non mi volto dall’altra parte.

Ed è proprio per questo che oggi non possiamo tacere. La decisione del Sindaco di non accettare l’intervento del Presidente provinciale ANPI. E’ una scelta sbagliata, qualunque sia la motivazione.

Perché la memoria non appartiene a un’amministrazione. Appartiene alla comunità. La voce dell’ANPI non è un accessorio. È parte della storia che oggi commemoriamo.

Escluderla significa togliere un pezzo di verità. Significa togliere un pezzo di dignità.

La memoria è ciò che ci rende umani. È ciò che ci permette di imparare, di scegliere, di non essere complici dell’oblio. E’ la via per la redenzione

Primo Levi ci ha lasciato parole che oggi non possiamo ignorare: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare.»

E oggi, più che mai, dobbiamo vigilare. Perché mentre siamo qui, mentre ricordiamo chi ha resistito al nazifascismo, un’ondata filo‑nazifascista sta rialzando la testa. In Italia. In Europa. Nel mondo.

Si infiltra nei linguaggi. Nelle piazze. Nei social. Nelle istituzioni. Si traveste da “opinione”, da “tradizione”, da “identità”. Ma resta ciò che è: un veleno. Un veleno che divide. Che disumanizza.

Che riscrive la storia per cancellare le responsabilità. E allora oggi, davanti a questo cippo, dobbiamo dirlo con chiarezza: non permetteremo che il nazifascismo torni a camminare nella nostra terra. Non permetteremo che la memoria venga manipolata. Non permetteremo che l’odio diventi normalità.

Perché la Resistenza non è finita. Perché la democrazia non si difende da sola. Perché la memoria

non è un ricordo. È un impegno.

VIVA LA RESISTENZA DI EZIO PIETRO E LUIGI

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Ringrazio la sezione ANPI di Felino per l’invito alle Celebrazioni per i Martiri di Cefalonia. Visto che l’Amministrazione Comunale del Paese ha scelto di non permettere ad ANPI provinciale la possibilità di portare il proprio contributo, in qualità di presidente lo pubblico sui canali social. Ringrazio inoltre tutti coloro che si sono mostrati solidali di fronte a questa grave decisione. “Proprio in questi giorni, potremmo dire in queste ore, ottantatre anni fa, nell'isola di Cefalonia si consumava il sacrificio della Divisione Acqui.

[...]

 

continua

[...]

A distanza di tanti anni siamo qui per ricordare quella tragedia e trarne ancora una volta insegnamento. Non tanto per noi, che un buon tratto lo abbiamo compiuto, ma soprattutto per i più giovani, per le nuove generazioni che troppo spesso non conoscono, perché troppo in pochi glielo hanno insegnato, quanti sacrifici è costata la conquista della libertà e delle istituzioni democratiche.

Ci ritroviamo quindi oggi per rendere omaggio alla memoria dei combattenti di Cefalonia e per ricordare agli immemori che alla data dell'8 settembre 1943 le truppe italiane occupavano parte della Francia, la Jugoslavia, l'Albania, la Grecia, le Isole dell'Egeo e la Corsica. Era questo l'immenso arco lungo il quale era disseminato l'esercito italiano nel momento più tragico della nostra storia nazionale, in un intricato groviglio di avvenimenti, quando, venuta meno una direttiva generale di difesa, si svolse il dramma delle nostre Forze Armate all'estero, prese avvio la Resistenza e diverse unità italiane attaccarono e si batterono anche per riabilitare il nome dell'Italia dinanzi agli occhi degli altri popoli.

Quello della Divisione Acqui è uno dei primi episodi di resistenza organizzata e uno dei pochi che ha visto protagonista una grande unità delle Forze Armate italiane contro l'esercito nazista, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Mai un così elevato numero di uomini, alcuni dei quali - voglio sottolinearlo - giovanissimi, scelsero in piena coscienza la via del supremo sacrificio.

Undicimilacinquecento soldati insieme con i loro ufficiali decisero liberamente di affrontare un combattimento impari, contro un nemico feroce, preponderante per uomini e mezzi.

Fra il 13 e il 28 settembre 1943 si compie l'eccidio dell'intera divisione che presidia le isole di Cefalonia e Corfù, di alto valore strategico a causa della loro posizione geografica. Con appassionate rievocazioni lo hanno ricordato in questi lunghi anni i superstiti di quella tragedia: padre Romualdo Formato, Lorenzo Apollonio, Amos Pampaloni. Memorie tangibili di quei giorni terribili, come del resto il martirio dei tre caduti felinesi della “Divisione Acqui”Ezio Damenti, Pietro Reverberi e Luigi Venturini. 

È pur vero che in diverse località vi fu la resistenza disperatamente chiusa in se stessa, senza possibilità di sviluppo, che lasciò solo l'eredità del sacrificio, ma vi fu anche quella destinata a prolungarsi nel tempo, ossia vi fu il susseguirsi su una scacchiera così vasta di situazioni diverse, di fatti, che costituirono le radici della identità della nazione italiana e della coscienza democratica che si andava sempre più risvegliando.

Chi ha vissuto o conosce quelle pagine di storia sa che vi furono anche eventi che portarono i militari italiani ad unirsi e ad essere inquadrati nelle formazioni partigiane dei diversi paesi, sconfiggendo lo smarrimento, ritrovando la fierezza della loro italianità, divenendo, da reparti di occupazione, a combattenti della libertà e ambasciatori di pace.

Il prezzo pagato fu altissimo, il valore dell'impresa anche: ma oltre 35.000 soldati italiani, volontari per la libertà dei popoli, caddero sul campo.

Quei nostri morti restituirono onore e dignità al nome dell'Italia all'estero e coloro che sopravvissero agli aspri combattimenti delle prime settimane successive all'armistizio, alle orrende stragi e alle deportazioni, presero in mano la bandiera della libertà e continuarono fino in fondo la lotta. Ciò avveniva mentre entro i confini nazionali, militari e operai, studenti e intellettuali, sceglievano la strada della lotta e della montagna, ed altri si organizzavano nelle città dove si costituivano i primi nuclei di gappisti e sappisti.

E dopo Cefalonia altri massacri per rappresaglia devasteranno l'Italia: Boves, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema, Vinca, Civitella in Val di Chiana, solo per ricordarne alcuni. Un prezzo altissimo, pagato da uomini coraggiosi e dalle popolazioni che parteciparono alla lotta. Il prezzo del riscatto morale e civile per realizzare la Repubblica, istituzioni libere e democratiche, capaci di assicurare una lunga stagione di pace alle nuove generazioni.

Inoltre vi fu la vicenda dei 600.000 internati militari nei lager tedeschi. Forse il termine "internato" non suggerisce alle giovani generazioni particolari immagini di valore, se non quelle legate all’attualità come per esempio quello che avviene nei lager a cielo aperto nel deserto libico. C’è chi lo vede come una specie di limbo, pallido e squallido, e non riesce a comprendere quali meriti possa rivendicare dalla storia. Ma è sufficiente ricostruire gli accadimenti, le umiliazioni subite dai militari che, trovatisi sbandati, furono catturati dai tedeschi e avviati alla deportazione dove conobbero il dramma dell'internamento nei lager, senza poter avere, per il loro status, la possibilità di invocare l'applicazione delle garanzie giuridiche internazionali. Situazioni ancora oggi attuali. 

Si deve conoscere il dramma degli internati, di come affrontarono le condizioni di vita più avvilenti per un essere umano, come e quali sacrifici sopportarono nei lager dove oltre 50.000 italiani lasciarono la loro giovane vita. Vi furono le Unità italiane del risorto esercito che dalla disperata e sanguinosa battaglia di Montelungo alla Linea Gotica, avanzarono, combattendo verso il Po e le città del Centro-Nord. Erano il simbolo dell'Italia che risorgeva con il suo popolo, con le sue nuove e diplomatiche Istituzioni, era la testimonianza che la libertà non veniva regalata ma conquistata con grande sacrificio dai suoi combattenti per la Libertà e dai giovani soldati del rinato esercito italiano.

Avanzavano combattendo, con il Tricolore ripulito dall'onta e dalla vergogna del fascismo, a dimostrazione anche per gli alleati che la libertà non ci veniva regalata ma conquistata con enorme sacrificio di sangue.

É in particolare nella tragica vicenda della Divisione Acqui che si ritrova sintetizzato il dramma dei militari italiani dislocati all'estero nel momento dell'armistizio, ed è questo il motivo e la ragione per cui siamo qui riuniti. Ciò in quanto quello di Cefalonia fu un episodio che si staccò da ogni altro per il profondo significato che ebbe la straordinaria volontà di rivolta che contemporaneamente infiammò l'animo di migliaia di uomini e che fu tanto forte da avere ragione d'ogni elementare istinto di conservazione.

Potremmo definirlo un eroico furore quello che dominò tutta l'epopea di Cefalonia ed elevò il sacrificio della Divisione Acqui sul piano della leggenda. Ma sarebbe davvero sbagliato e riduttivo  fare di questa storia scritta da una Divisione di soldati un fatto puramente passionale, come alcune volte si è tentato di fare. Io ritengo che proprio dall’ epopea di Cefalonia emerga che sempre, ma soprattutto in guerra, il soldato è solo in parte quello che i regolamenti e l'addestramento vorrebbero: sotto la divisa rimane l'uomo con la sue infinite problematicità, con le sue grandi o piccole idealità, con la sua disperata umanità. 

È certo che, al di là di ogni meschina speculazione, Cefalonia rimane l'episodio più tragico e più fulgido di tutta la Resistenza italiana all'estero, e testimoniò all'Italia e al mondo la volontà di riscossa che animava i nostri soldati. A Cefalonia morirono 9.000 soldati italiani e le loro ossa furono abbandonate insepolte nell'isola perché, come si espresse all'epoca il comando della Wermacht: "I ribelli italiani non meritano sepoltura". Sarà solo la pietà dei greci che, più tardi, radunerà quelle spoglie in primitivi tumuli.

E allora abbiamo tutti il dovere, al di là di ogni calcolo o furbizia politica, di ogni convenienza e opportunità, identificata anche nella Realpolitik, come purtroppo è avvenuto, di attuare le necessarie iniziative affinché i caduti della Divisione Acqui e i superstiti abbiano sotto ogni aspetto la giusta e imperitura gratitudine e l'omaggio della nazione e degli italiani.

Nel concludere vorrei rimanesse una piccola traccia per le nuove giovani generazioni, per il futuro, per dire loro che non è cosa meschina ma alta e nobile tramandare gli accadimenti che investono la storia e impedire così che la memoria collettiva vada dispersa nel deserto della storia dove, per alcuni, ogni cosa è piatta e uniforme, è uguale all'altra, ossia una cosa vale l'altra.

Invece no, sappiamo che la storia è fatta di tanti momenti che non hanno lo stesso peso e la stessa natura, e sappiamo che la storia non può e non deve essere assoggettata agli interessi politici di un particolare momento. Così come deve essere rintracciata nella memoria e nella coscienza collettiva la matrice dolorosa e drammatica, ma anche eroica e luminosa della Resistenza e delle istituzioni democratiche dell'Italia.” 

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C’è Chi Dice No

ANPI MONCHIO PALANZANO

A proposito dell'arrivo di Vannacci a Monchio domani


*A Monchio e a Palanzano c'è chi dice NO.*

Non abbiamo bisogno di generali perché non siamo soldati (e tra l'altro anche il sindacato dei militari denuncia certi programmi), ma cittadinə attivə che hanno scelto la pace (vd.articolo 11 della Costituzione).


Sappiamo chi siamo e quali sono le nostre radici, le troviamo nella gente, nelle piante, nella terra, non nella paura..

[...]

 

continua

Non ci servono richiami all'identità miope e meschina di chi non vede oltre i propri interessi; ci serve convivere con le differenze, di genere, di orientamento sessuale, di etnia, di cultura, di religione (avendo ben chiari i diritti e i doveri: art.2 e art.3 della Costituzione).


Ci servono la ricchezza di diversi punti di vista e la lotta alla povertà che impedisce la partecipazione: è la democrazia.

C'è chi ha combattuto e dato la vita per questo, la Costituzione è nata anche sulle nostre montagne.


Ci serve la storia, non la retorica di chi ostenta un passato che conosce solo superficialmente o manipola vergognosamente.

Non ci serve la nostalgia dell'impero romano per ricordarci che il Mediterraneo è mare _nostrum_ e ogni vita di chi ci si avventura conta.


Ci serve rispetto per le vite e le scelte delle donne, non "patriarcato mediterraneo".


Abbiamo bisogno di educazione affettiva e sessuale, non di educazione militare!


Ci servono lavoro, dignità, diritti, non "remigrazione" e fumo negli occhi.


Ci servono prospettive e strategie contro il capitalismo mercificante e disumanizzante, non armi di distrazione di massa.


Ci servono leggerezza e serietà, non _humour_ nero e multe sulle bestemmie.


Il futuro è internazionale

e la memoria resistente.

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01.09.2026 – Sette Martiri

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Buongiorno e benvenuti a tutte e tutti. Saluto con commozione e affetto i parenti delle vittime. Saluto e ringrazio il Sindaco e tutte le autorità presenti. Porto il saluto del Comitato Provinciale di ANPI Parma e delle altre Associazioni partigiane ALPI e ANPC. Il 1 Settembre non è per me come per questa città una data come un’altra, per questo ricordarlo non è retorica e nemmeno più un’azione scontata. Questo è il quinto anno che mi vede presente alle celebrazioni nella veste di presidente provinciale di ANPI Parma e sarà in questo ruolo anche l’ultimo. Dal prossimo anno tornerò a partecipare come semplice cittadino e familiare delle vittime.  Il 1 Settembre di ogni anno noi tutti ricordiamo e celebriamo una delle pagine più nere e ignobili della nostra città: lo facciamo qui, insieme, perché lo facciamo anche fuori da qui, individualmente. Ed è importante avere consapevolezza che nessuno di noi là fuori sia da solo, ma anche che nessuno debba mai restarlo. Da questo barbaro e disumano eccidio Parma, con la sua parte e le sue forze migliori, ha avuto la forza e la dignità di risollevarsi anelando alla Liberazione attraverso quella Resistenza che ha cambiato la storia d’Italia, la storia di ognuno di noi, con la sconfitta del nazifascismo. Vent’anni di lotte antifasciste, anni durante i quali decine di migliaia di italiani sono stati perseguitati, arrestati, confinati, deportati e uccisi perché contrari al regime fascista.

[...]

 

continua

[...]

Ed è importante ribadirlo e ricordarlo per ribadire e ricordare che la libertà e la democrazia non sono doni ma conquiste, raggiunte con la lotta pagando sacrifici durissimi e quindi da mantenersi solo con altrettanta lotta. In questo senso ricordare è militare, battersi e parteggiare. Essere partigiani della memoria in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori, delle donne, l'inviolabilità delle persone, dei corpi e della Costituzione stessa sono tornati sotto attacco. In un momento storico in cui si moltiplicano episodi di violenza, inizialmente verbale e poi come sempre fisica, di revisionismo storico, di ricostruzioni fallaci, di manipolazioni disinformative e misinformative indubbiamente criminali, nonché di aperta apologia del fascismo, di programmi politici in manifesta opposizione all’ordine democratico, repubblicano, Costituzionale e soprattutto umano.

È nuovamente il tempo del buio della politica, dell’odio e della paura, è nuovamente il tempo però di anche tutti noi, è il tempo di non cedere, è il tempo di non credere, a chi ha soluzioni semplici per problemi complessi, a chi cerca nemici per calmare l’insoddisfazione che proprio la stessa mentalità chiusa, gretta e miope ha causato. È il tempo, permettetemi, di alzare lo sguardo, alzarlo per vedere che in alto stanno i nostri problemi e allo stesso tempo per scostarli nel guardare all’orizzonte che ci chiede di essere curato e poi ammirato. Ma è il tempo anche di abbassarlo finalmente questo sguardo per vedere chi di quei problemi soffre veramente, chi non ha mai smesso di subire una società basata sullo sfruttamento, sulla gerarchia, chi è costretto dalle cinghie dei circuiti culturali, informativi, lavorativi di classi sociali destinate e predestinate a mondi diversi, apparentemente inconciliabili le cui implicazioni vengono troppo spesso ignorate.

Sta a noi ricostruire i fili della sofferenza nel darle un’origine e un nome comune, e non possiamo farlo senza ricordare e commemorare chi, dal fondo di queste classi, dalla miseria e dalla sofferenza, non ha mai perso la dignità, la lucidità, la consapevolezza e il coraggio per metterci oltre a tutto il resto anche la propria vita, anche la propria morte. E andrebbe ricordato anche a chi oggi siede su scranni pagati col sangue, non lo stesso di chi li occupa, così come ad ampie fasce del nostro paese, come fa Bernardo Bertolucci sul finire di Novecento, che  i fascisti sono sempre stati e sempre saranno dalla parte dei padroni. Oggi, come il 25 aprile, come sempre, è invece doveroso, necessario, parlare apertamente di antifascismo. E farlo, oggi, non è come vogliono farci credere roba vecchia, “storia superata”, è guardare il presente con le lenti di coloro a cui è stato tolto un futuro e a cui per questo è inaccettabile tentare di cancellarne anche il passato.

Celebrare oggi questo giorno significa non permettere a nessuno di riscrivere la storia antifascista di questo Paese. Perché il fascismo non è di certo finito il 25 aprile 1945. È stato battuto, certamente, ma non sconfitto. Sergio Mattarella in visita alcuni anni fa ad Auschwitz-Birkenau non casualmente pronunciò queste parole: “Coltivare la memoria, contrastare odio, pregiudizio e indifferenza, non sono impegni dai quali si può deflettere, soprattutto adesso”. Perché l’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’indifferenza, la violenza, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli. E per questa ragione non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni neofasciste di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base per la pace e per la giustizia sociale.  Siamo qui oggi a rendere omaggio e fare memoria dei 7 antifascisti, cittadini inermi torturati a lungo con atti di una violenza e di una disumanità inaudita da parte della brigata nera, perché è bene ricordarlo ancora una volta, questo è un eccidio perpetrato da italianissimi fascisti.

Al tempo stesso ricordiamo anche i milioni di cittadini assassinati da un regime sanguinario come quello nazista che, con la complicità dei regimi fascisti europei e dei padri politici di chi oggi si definisce falsamente patriota, consegnarono propri concittadini alla morte, macchiandosi di crimini  orrendi contro l’umanità. Il 1 Settembre è quindi coltivare. Onorare. Preservare. E le istituzioni hanno il dovere di onorare e preservare la memoria del sacrificio delle antifasciste, degli antifascisti, delle partigiane, dei partigiani e di tutte le vittime del nazifascismo. Ma hanno anche il dovere di non disperdere tale sacrificio, insieme a tutti noi, perché le istituzioni siamo noi, dobbiamo essere noi, rivendicare di esserne gli unici referenti. Come facciamo ogni anno ormai da molto tempo torniamo qui oggi non per adempiere a un rituale, ma per rispondere a un’esigenza profonda che sentiamo rinnovarsi continuamente in noi. Nessuno ci obbliga. Nulla ci spinge, se non il richiamo insopprimibile che proviene dalle radici fondanti dell’antifascismo, del nostro pensare e del nostro agire, che qui affondano nel terreno fertile della testimonianza. Il bisogno di ritornare alla sorgente del nostro esistere come uomini liberi e come persone, che qui sgorga dai segni lasciati dalla Storia.

Siamo liberi di pensare e di agire, perché da oltre ottant’anni ci nutriamo dalla linfa di queste radici. Possediamo la dignità di “persone”, perché da oltre ottant’anni beviamo l’acqua di questa sorgente. Per questo siamo tornati e continueremo a tornare. Per questo non ce ne andremo mai. Abbiamo bisogno di riempire un vuoto di empatia per i più deboli. Abbiamo bisogno di umanesimo, soprattutto se l’altro da noi è perseguitato, cacciato dalla sua casa o privo di casa, deportato, disumanizzato. Questa è l’impronta che ha segnato la parte migliore della nostra civiltà. La parte peggiore la conosciamo forse di più ed è fatta di guerre, stragi e genocidi. È fatta da quella parte di persone e quindi di istituzioni che non riconosce i crimini e i misfatti perpetrati dal regime fascista e ritiene di non dover presenziare mai e sottolineo mai, alle celebrazioni in ricordo di chi ha sacrificato la propria vita per tutti quanti, e non solo per i suoi.
Per chi cerca una curiosa riappacificazione, autoponendosi peraltro dalla parte dei fascisti e quindi fuori da questa Repubblica sarà ben contento di scoprire come qui si ricordano indelebilmente e lucidamente tutte la parti, ben in grado però di stare nella realtà (anche quella passata, non si preoccupi la presidente del Consiglio) e di distinguere tra chi moriva per opprimere e chi invece per liberare, per resistere e per esistere.

Solo dalla memoria del nostro passato possiamo trarre la forza per opporci a nuovi crimini inenarrabili contro l’umanità e per avanzare di questa un’ idea inedita e alternativa, forse l’ultima che ci è concessa. 

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