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Celebrazione per 81°anniversario della strage dell’Epifania

VARANO MARCHESI, 6 GENNAIO 2026 “Il passato come avvertimento, la pace come sentimento”

Sonia Carloni Presidente ANPI Medesano

Salutiamo le Autorità civili, militari e religiose, le Associazioni combattentistiche e d’arma, le Associazioni di volontariato e Voi tutti per essere intervenuti a questa celebrazione.

Come ogni anno ci ritroviamo saldamente qui per ricordare e portare avanti la storia di quanto accaduto 81 anni fa in questa piccola comunità. E come ogni anno ci preme raccontare di nuovo cosa avvenne nella notte tra il 5 e 6 gennaio 1945.Quella notte cadde più di un metro di neve. Era la condizione ideale per dare avvio al rastrellamento nazifascista che si stava preparando già dal dicembre 1944 sulle colline attorno a Varano Marchesi, frutto di un disegno di rastrellamento ancora più ampio nella provincia. [...] 

continua

[...]

I bersaglieri della divisione "Italia" insieme alle divisioni tedesche e alla 162ma denominata “Turk” arrivati qui frugarono i boschi, le case e le stalle alla ricerca dei gruppi di partigiani.

L'ordine di sganciarsi non fu sufficiente a mettere in salvo tutti i resistenti. Non salvò nemmeno la popolazione civile, che subì comunque le conseguenze dell'aver aiutato i ribelli. Molti tra loro vengono imprigionati e torturati per estorcere delle informazioni sui gruppi di partigiani. Il bilancio dopo circa 10 giorni di terrore fu di più di 20 tra civili e partigiani uccisi, numerose persone imprigionate nelle carceri o spedite nel campo di concentramento di Mauthausen.

Una ferita aperta per molto tempo per tutta la comunità, fatta di famiglie che hanno perso i propri cari o che non sapranno per molto tempo dove fossero e in che condizioni. Come ogni anno Vi invitiamo a leggere i nomi, a guardare i volti sul monumento qui a

fianco. Vi invitiamo ad immaginare le loro esistenze, uniche ed irripetibili, a pensare alla vita che avrebbero potuto avere in un paese in pace. E come avvenne qui accadde anche in tantissime altre località italiane a nord della linea Gotica oppure nel centro e sud Italia. Le sole vittime civili delle rappresaglie nazifasciste in Italia si contano in almeno 10.000 persone. Avvicinandoci a questa data è ogni anno più difficile trovare le parole per leggere la complessa e sempre più tragica e preoccupante realtà che ci circonda.

Celebrare questa data senza approcciarci all’attualità renderebbe vano il ricordo dei caduti e di coloro che si sono spesi anche con la vita per garantire a noi un paese democratico.

Nel mondo, ormai ogni giorno, si sta alzando l’asticella di quanto è tollerabile, di quanto non è più considerato esecrabile agli occhi della cosiddetta civiltà.

Gli organismi sovranazionali (migliorabili certo) nati a seguito della Seconda guerra mondiale e riconosciuti da tutte le parti in causa oggi sono rifiutati da una classe dirigente mondiale che si ripiega sui propri interessi particolari. Lo sfregio al diritto internazionale, e alla vita stessa delle persone, operato da alcune delle maggiori potenze mondiali in questi ultimi anni (e non ultimo in questi giorni) sta ridefinendo quella che è la modalità di mantenere i rapporti tra Stati del mondo. Rapporti basati sulla volgare potenza di fuoco e su malcelati interessi economici. Tutto questo, come sempre, a discapito delle popolazioni più in difficoltà, delle minoranze, dei ceti più poveri. Un ritorno all’indietro, al peggiore Novecento, in vari stati mondiali che hanno visto una forte ondata nera di movimenti con idee reazionarie e razziste. Chi ha l’enorme responsabilità di governare in qualsiasi momento storico (e mi riferisco ora nello specifico al nostro Paese) deve ispirarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione, sulla quale ha giurato:

“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Facciamo poi nostro l’appello alla pace così fortemente espresso dal Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno e ne sottolineiamo questo passaggio fondamentale:

“La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio. Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale.”


Dicevo che avvicinandoci a questa data è ogni anno più complesso trovare le parole ed è per questo che torniamo spesso da chi la tragedia della Seconda guerra mondiale l’ha vissuta e che ha partecipato al riscatto del nostro paese. Qualche giorno fa parlando di attualità con il partigiano “John”, Walter Cantoni, siamo tornati a casa con due affermazioni, semplici solo in apparenza, che ci hanno colpito profondamente e continuano a interrogarci: “il passato come avvertimento” e “la pace è un sentimento”.

Due frasi che, se ascoltate davvero, diventano una chiamata alla responsabilità, individuale e collettiva.

La prima, il passato come avvertimento, ci richiama al dovere della conoscenza della nostra storia.

Lo storico Francesco Filippi, in un articolo apparso su un giornale nazionale, afferma che:

“Alla domanda «che mi importa del passato?», io solitamente rispondo che il passato è il luogo in cui si trovano le risposte al nostro modo di guardare la realtà. È nel passato che si forma la mappa genetica del nostro vivere: se ci piacciono i capelli lunghi o corti, se dal macellaio troviamo la carne di coniglio ma non quella di gatto, se pensiamo sia normale passare otto ore al giorno lavorando, se accettiamo di vivere in pace o di morire in guerra. È tutto scritto nella stratificazione delle scelte di generazioni che ci hanno preceduto, in un’opera di sedimentazione lenta e inesorabile.” In queste parole c’è una verità profonda: nulla di ciò che siamo nasce per caso. Le nostre abitudini, le nostre convinzioni, perfino ciò che riteniamo “normale”, sono il frutto di decisioni, conflitti, rinunce e conquiste che altri hanno compiuto prima di noi.

Conoscere ciò che è stato non significa restare prigionieri del passato, ma dotarsi degli strumenti per comprendere il presente. Significa saper riconoscere i segnali, cogliere le analogie, mettersi in allarme quando riemergono dinamiche che la storia ci ha già mostrato essere pericolose. Conoscere la storia, allora, non è nostalgia: è vigilanza. È la bussola che ci aiuta a capire in quale direzione stiamo andando. La seconda affermazione, “la pace è un sentimento”, acquista un valore ancora più forte se accostata alle parole e ai richiami costanti del Presidente della Repubblica.

Dire che la pace è un sentimento significa sottrarla alla retorica e riportarla nella profondità dell’esperienza umana. Il vocabolario ci aiuta a comprendere: sentimento è, innanzitutto, l’azione di sentire, di percepire stimoli interni ed esterni; è consapevolezza di sé, della propria forza e della propria fragilità. È la capacità di riconoscere e apprezzare un valore, di distinguere ciò che è umano da ciò che lo nega.

Dire che la pace è un sentimento significa quindi riconoscerne il valore profondamente umano e affermare anche che la pace è un modo di pensare significa educare lo sguardo, la coscienza, la sensibilità. Perché la pace non è solo assenza di guerra: è rispetto, responsabilità, cura dell’altro. È una scelta quotidiana che definisce il modo in cui guardiamo il mondo e le persone che lo abitano.

Entriamo quindi in questo 2026, che porta con sé l’ottantesimo della nascita della Repubblica italiana (antifascista per costituzione) e della partecipazione (finalmente!) fondamentale delle donne al voto e alla vita pubblica, con molte preoccupazioni ma rinnovato impegno e speranza.

Cercando di scacciare la sensazione di impotenza che naturalmente potrebbe assalirci sapendo che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa di utile e sostanziale.

Come fecero i partigiani, le staffette e la popolazione civile tra queste colline.

Storia, memoria e pace, passato, sentimento e impegno: sono questi i fili che tengono insieme una comunità consapevole. Coltivarli non è un esercizio astratto, ma un atto civile, necessario, urgente. Perché solo conoscendo e sentendo davvero possiamo

mantenere e migliorare la nostra Repubblica democratica e garantirle un futuro più giusto, più umano, più degno della storia che gli antifascisti, i resistenti e le madri e padri Costituenti ci hanno consegnato.


 

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Buone feste

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Assemblea Provinciale Comitati di Sezione

Relazione introduttiva dei lavori

Nicola Maestri Presidente Comitato provinciale ANPI Parma

Benvenuti a tutte e tutti voi.

Ringrazio a nome di ANPI Provinciale la CGIL e la sua segretaria generale Lisa Gattini per la disponibilità dimostrata e per averci così gentilmente ospitato, facendoci sentire a casa nostra. Grazie di cuore.

Oggi diamo seguito ad una ormai consolidata volontà di confrontarci al fine di rendere la nostra azione più efficace su tutto il territorio provinciale. Oggi mi auguro possa essere una buona occasione di confronto e auspico che soprattutto i vostri interventi possano contribuire a migliorare e rendere più fluidi i rapporti tra sezioni territoriali e il provinciale. Come siamo tutti quanti consapevoli il nostro ruolo di “coscienza critica” ci impone una attenzione particolare verso la nostra Associazione. I tempi bui che stiamo attraversando ci chiedono una maggior efficacia organizzativa per riuscire a dare risposte adeguate alle degenerazioni democratiche che la nostra società è costretta a vivere. [...]

continua

[...]

A proposito di efficacia organizzativa a me ha sempre impressionato la pervicacia con la quale -la sera del 9 settembre del 1943 a Villa Braga, nel giorno successivo all’armistizio,- i dirigenti comunisti presenti in città si diedero appuntamento nella villa celata tra gli alberi alle porte della città, mentre l’esercito del Reich si insediava nelle caserme e negli edifici del potere. Come saprete la discussione verteva su ciò che stava accadendo e come reagire all’occupazione. Dopo vent’anni di dittatura e tre di guerra, era giunto il momento delle decisioni. Quella più importante: come prepararsi a contrastare l’esercito di occupazione. Ma la decisione era di fatto già presa: anche con le armi se necessario. La parola d’ordine che veniva ripetuta tra chi partecipò a quell’appuntamento così importante per noi, fu sempre e solo una: organizzazione!

E mai come in questo periodo storico quella condizione dovrebbe indurci a una ulteriore riflessione, oggi che quelle grandi figure di riferimento ci stanno lasciando.

Il problema però a mio avviso, non è solo quello del venir meno dei partigiani. Il problema è più complesso e riguarda il nostro essere nel presente e come affrontare una situazione sempre più complessa, tenendo ferma la nostra identità e le nostre finalità di fondo, nel quadro di un inesorabile mutamento generazionale.

Personalmente sono arrivato alla conclusione che sia riduttivo e probabilmente sbagliato il cosiddetto “passaggio del testimone” e convinzione, invece, che bisogna puntare tutto sulla continuità. Che significa avvalersi sino all’ultimo secondo prezioso dell’esperienza dei combattenti per la libertà, ma facendo avanzare le nuove generazioni; non considerando – peraltro – solo il problema dei giovani, ma anche quello delle generazioni intermedie.

Come si risolvono, queste difficoltà? Tenendo ferma la barra sui nostri fondamenti: memoria attiva, coscienza critica, valenza massima dei valori costituzionali. A ciò aggiungerei l’antifascismo e la difesa intransigente degli spazi di democrazia, contro ogni forma di populismo e di autoritarismo.

A chi, peraltro, riversa sull’ANPI attese eccessive, bisogna rendere chiaro che non siamo un partito, né un sindacato; siamo l’ANPI e dobbiamo essere sempre e soltanto noi stessi, con la nostra identità e i nostri valori.

Ci sono, da risolvere e consolidare, problemi di rafforzamento organizzativo, a mio avviso non c’è una divisione tra politica e organizzazione che, invece, si compenetrano, perché tutti i problemi organizzativi sono anche, e soprattutto, politici (il tesseramento, il rapporto tra iscritti e militanti, le strutture organizzative, la composizione degli organismi dirigenti, l’ingresso nel Runts, e così via).

Continuiamo, insistendo su alcune direttrici e con più iniziative, più partecipazione, più coinvolgimento di tutti gli iscritti, maggiori e più intensi rapporti tra sezioni territoriali e Provinciale per essere più efficaci nella diffusione delle varie attività.

Le direttrici fondamentali sono: migliorare l’organizzazione strutturale, anche ai vertici dell’Associazione, più efficienza e più iniziative, più colloqui e confronti con i cittadini e le istituzioni, più formazione nel rispetto e nella attuazione della linea.

Ma il segreto fondamentale dello sviluppo e per affrontare il presente e il futuro nella maniera migliore, adeguandosi agli eventi, ai cambiamenti ed ai passaggi generazionali, sta in tre voci essenziali:

Formazione per tutti, non solo per i giovani (ognuno, giovane o meno giovane, dovrebbe avere piena conoscenza del fascismo, dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituzione, del dopo guerra, della storia dell’ANPI).

Quando si rileva, anche al nostro interno, che bisognerebbe elevare il livello culturale-politico dei nostri iscritti, devo rispondere che è giusto cercare di migliorare, ma questo deve essere un impegno per tutti gli organismi periferici, perché non sempre abbiamo fatto o stiamo facendo tutto ciò che occorre per la formazione. Abbiamo la fortuna di avere all’interno della nostra segreteria provinciale, il responsabile nazionale della formazione. Abbiamo la fortuna e l’opportunità di avere Paolo Papotti e sono convinto del fatto che potremmo investire maggiormente su questa risorsa.

Fondamentale, comunque, soprattutto per i più giovani, il rafforzamento e le esplicitazioni di una nuova idealità, che riesca a coniugare i valori tradizionali con l’attuazione dei diritti, di tutti i diritti.

Dobbiamo avere la forza e la volontà di compiere inserimenti ponderati di giovani e donne negli organismi dirigenti. In questi anni, e non solo nei ruoli apicali, le donne sono emerse con una forza dirompente e questo ci inorgoglisce.

Dobbiamo avere la forza per mettere in atto la circolazione delle idee e delle informazioni. Insomma, sul nostro presente e sul nostro futuro dobbiamo realizzare una grande discussione di massa, con la maggior partecipazione possibile da parte di tutti gli organismi e di tutti gli iscritti. La parola d’ordine, a mio parere, è “rinnovamento nella continuità”; che significa guardare al futuro, tenendo sempre presenti le nostre radici e la nostra storia, facendo in modo di essere sempre in grado di affrontare le novità che l’Italia, l’Europa e il mondo provvedono a metterci davanti.

La base, ricordiamocelo sempre, è quella cui ho già accennato: una linea coerente con le nostre finalità e i nostri valori, applicata con saggezza, autonomia e indipendenza, con l’esercizio continuo di quella coscienza critica che è un altro dei nostri fondamenti. Non obbedendo a pregiudiziali conservatorismi, ma sapendo sempre distinguere tra i cambiamenti necessari e quelli che non servono al bene comune, ma rispondono ad esigenze ben diverse da quelle che coincidono con il bene collettivo e con i valori della Costituzione e, infine, con la nostra stessa storia.

Così si affronta il futuro, con serenità, ma con impegno, rinnovandosi quando occorre, ma sempre tenendo conto dell’esperienza compiuta nella Resistenza, nella fase costituente e nel dopo guerra.

C’è un aspetto importante da non sottovalutare e riguarda i pericoli della democrazia. Non voglio suscitare allarmismi, ma una società e una politica con tendenza alla degenerazione, con la caduta dei valori fondamentali e con la riduzione di spazi della democrazia e della rappresentanza, costituiscono sempre un pericolo effettivo, di cui bisogna tenere conto, attrezzandosi per evitarlo.

Conosciamo bene il pericolo di un nuovo fascismo; e ce lo dimostrano non solo le sempre più frequenti uscite allo scoperto di gruppi ed organismi che in un modo o nell’altro, si richiamano al fascismo (non solo a quello in camicia nera) ed al razzismo.

Ma forse siamo meno attrezzati di fronte ai fenomeni più nuovi e recenti.

Il primo è il formarsi di una tendenza a collegare le peggiori nefandezze razziste della Lega di Salvini e Vannacci, con quelle di organizzazioni tipicamente fasciste, seguendo il modello lepeniano. Pensiamo alla pletora di colonnelli che ruotano intorno alla presidente del consiglio e che ricoprono ruoli apicali nelle nostre Istituzioni, che nemmeno cercano più di celare le loro pulsioni più nere ma le esplicitano alla luce del sole. Badate bene, non sono più le manifestazioni che sconfinavano nel ridicolo, sono invece manifestazioni che cercano di suscitare e rafforzare i peggiori istinti egoistici della gente. E questo ha sempre, nella storia, rappresentato un pericolo; che è tanto più grave in quanto il fenomeno italiano si collega a quanto sta avvenendo in varie aree dell’Europa e del mondo. Non bisogna sottovalutare nulla e cercare di creare antidoti adeguati.

L’altro punto decisivo è il populismo, che – come è noto – può assumere, anzi spesso assume, connotati all’apparenza bonari, ma non per questo meno pericolosi.

Il populismo trova un terreno tanto più fertile quanto meno esistono i partiti (quelli veri, corrispondenti all’articolo 49 della Costituzione), quando molti cittadini non credono più in nulla, si astengono dal voto, quando avanza l’antipolitica, si abbassa il livello di fiducia nelle istituzioni, comprese quelle di garanzia, quando nessuno sembra in grado di rispondere alle attese delle famiglie e della popolazione nel suo complesso.

Ci sono più tipi di populismo da quello tipicamente “nero”, a quello nel passato incarnato da Berlusconi, a quello aggressivo dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America; noi dobbiamo diffidare di tutti e preoccuparci ogni volta che il populismo si esprime in una qualsiasi delle sue forme.

Il populismo approfitta della riduzione degli spazi di democrazia, quando viene ristretta la rappresentanza o quando il cittadino non si sente rappresentato, quando si sente il bisogno di un punto di riferimento che – col degrado di tutto il resto – finisce per essere “l’uomo solo o la donna sola al comando”.

Il populismo non coincide necessariamente col fascismo e con l’autoritarismo, ma può aprir loro la strada. Ed allora sono guai, come la storia ci insegna.

Fascismo e nazismo hanno costruito il loro potere sulle rovine di intere società, nel contesto di grave crisi, ed hanno offerto, all’inizio, un’apertura verso il nuovo e verso un futuro radioso. Poi, sappiamo come è andata a finire.

Non ci sono i presupposti uguali a quelli degli anni in cui è nato il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Tuttavia non bisogna creare gli spazi e le condizioni perché la storia possa ripetersi, naturalmente in forma diversa. L’alleanza nemmeno più tanto sotto traccia tra il PPE e la destra estrema dei Patrioti nel parlamento europeo dovrebbe toglierci il sonno. Occorre, dunque, impegnarsi, tutti, perché prevalgano, su tutto, i valori di fondo della Costituzione, e siano risolti i gravissimi problemi economici, sociali e soprattutto culturali che la crisi comporta e ingigantisce al tempo stesso. Ed è solo la partecipazione e l’impegno diffuso che possono impedire la realizzazione di quello a cui conduce il populismo, in una delle tante forme che esso assume.

In questo impegno, ovviamente, l’ANPI deve essere in prima linea; ce lo impone lo Statuto e ce lo impone la nostra storia e il debito che abbiamo contratto con tutti coloro che sono caduti per la nostra libertà.

 

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Resitenza mAPPe – Resistenza in Val Cedra e in Val d’Enza

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Ponte di Lugagnano – 81°anniversario rastrellamento della valle del Cedra

il saluto di Nicola Maestri

Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Un saluto alle persone presenti, che testimoniano una sensibilità civile ammirevole. È il segno che esiste una comunità che resiste ai cattivi sentimenti. Con piacere e profondo rispetto verso questi caduti vi porto l’avvolgente e caldo saluto del Comitato Provinciale di Anpi Parma.


Siamo qui per confermare un impegno  per esaltare le libertà, e difendere la Costituzione nata dalla Resistenza. Un movimento di popolo con migliaia di persone che misero in gioco la propria vita. Uomini e donne, che lasciarono il lavoro, le case, gli affetti, per salire in montagna e combattere per riconquistare la dignità calpestata. [...]

continua

[...]

Una precisa strategia militare già prevista dalle spietate direttive del generale Wilhelm Keitel, comandante in capo delle forze armate tedesche e ribadita dagli ordini draconiani del feldmaresciallo Albert Kesselring: non riuscendo a stanare ogni singolo partigiano che si nasconde in montagna, che combatte in collina o nelle città occupate, le truppe tedesche (con l’ausilio dei reparti armati di RSI) dovranno mettere a ferro e fuoco quei villaggi e quelle comunità che danno aiuto ai partigiani; si dovranno massacrare civili innocenti che possono dare ai partigiani rifugio, cibo e cure.

Oggi, grazie al lavoro degli storici, sappiamo che diverse stragi nazifasciste non erano rappresaglie compiute per vendicarsi di azioni partigiane, ma spietate operazioni di polizia antipartigiana, usate per controllare un territorio in prossimità delle linee di difesa e ritirata. Massacri ordinari, crimini di guerra, ritorsioni vigliacche. È contro questa politica del terrore che i ribelli, i combattenti irregolari, i partigiani che si danno alla macchia cercano di resistere; e lo fanno come possono. La scelta di combattere non sarà né allora, né in seguito, una decisione presa a cuor leggero. Convincersi all'uso armato della violenza è un dramma di coscienza attraversato da dubbi, da crisi, da tormenti interiori: perché in fondo «ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione», come avrebbe ricordato Cesare Pavese nella sua Casa in collina.
Sta tutta qui l’etica della responsabilità di quei combattenti volontari, «dagli abiti laceri e dalle scarpe rotte», «straccioni affamati» come li chiamano i tedeschi, che scelgono la lotta al fascismo perché mossi dalla ferma convinzione che sia giunto il momento d’opporsi in maniera definitiva, risoluta e forte, anche con la violenza, a chi la violenza la usa mille volte di più.

Pochi avevano capito il fascismo, la sua natura, la sua essenza totalitaria. Piero Gobetti, giovane prodigio, aveva compreso e predicò incessantemente l’intransigenza come valore assoluto, la bussola per indicare un comportamento senza compromessi. Gobetti, che aveva definito il fascismo come l’autobiografia della nazione, concludeva il saggio biografico che immediatamente scrisse dopo la morte di Matteotti con queste parole:

“Non si può immaginare una commemorazione più spontanea e più generosa. Come se i lavoratori abbiano sentito in lui la parola d’ordine. Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta.

Parole troppo dure?
Datate? Non credo.
Oggi esiste una memoria collettiva?
Si invoca spesso una memoria condivisa. È una richiesta equivoca. Occorre una memoria fondata sulla storia che lega Risorgimento e Resistenza.

Ricordiamo che a resistere dopo l’8 settembre del ’43 sono soprattutto ufficiali e soldati del regio esercito sbandato, che si danno alla macchia, ma anche giovani nati e cresciuti sotto il fascismo: studenti ispirati da uno spontaneismo libertario, patriottico, influenzato da Mazzini e da Croce, operai, antifascisti della prima ora, sorvegliati speciali, che hanno patito il carcere e il confino, e molte donne: sono i “piccoli maestri” decisi a mettersi fuori legge per farla finita con un regime ormai crollato, che ha portato la rovina della patria. Scegliere di resistere, è un atto di disobbedienza radicale contro il poter fascista (come scriverà Italo Calvino), che matura nell’intimo della propria coscienza, in solitudine, e si trasforma in assunzione di responsabilità con l’irrompere della guerra in casa.

Azioni di sabotaggio, attacchi a convogli in transito e a linee nemiche, agguati continui a tedeschi e fascisti nelle città occupate: chi combatte nella Resistenza deve misurarsi ogni giorno con eccidi, rastrellamenti e violenze, senza cedere mai alla paura e al ricatto delle rappresaglie. È una scelta coraggiosa ma non scontata, una scelta dolorosa e carica di responsabilità.
Una scelta verso la quale il Paese dovrebbe riconoscenza.

E invece abbiamo la seconda carica dello Stato che colleziona busti del duce, e invece abbiamo la presidente del consiglio che non si dichiara antifascista, legittimando quegli squallidi episodi che infestano l’Italia di scorribande fasciste come abbiamo dovuto assistere anche nella nostra Parma, città medaglia d’oro alla Resistenza.

E invece ad ogni anniversario del 25 aprile il Paese è però scosso da un Processo alla Resistenza che punta il dito sulle ragioni dell’antifascismo, confondendo torti e ragioni, meriti e bassezze, valori e disvalori, che cerca di equiparare le azioni partigiane ad atti di terrorismo.
Si assiste, di contro, a una generale riabilitazione del fascismo, quasi a giustificare le colpe dei tanti crimini commessi da militi della RSI, “buoni padri di famiglia”, costretti solo ad obbedire a ordini superiori”. «Assassini», «vigliacchi», «terroristi», «colpevoli sfuggiti all’arresto»: così i revisionisti hanno da sempre definito i partigiani, accusati d’irresponsabilità per non essersi costituiti ai nazisti in modo da evitare rappresaglie.

Ma si tratta di una questione tirata fuori in maniera consapevolmente faziosa da chi, allora e in seguito, fu incapace di considerare il profondissimo dilemma umano e intellettuale che i partigiani di tutta Europa si erano posti, con estrema serietà e coscienza. Al fatto, cioè, che proprio l’antifascismo, in tutte le sue componenti politico-culturali, si era da sempre ispirato all’idea di un’Europa in cui le nazioni potessero convivere pacificamente; ma con l’irrompere della guerra l’idea della pace non poteva indurre alla soluzione d’arrendersi, di cedere al ricatto delle rappresaglie.

L’assenza di processi contro criminali di guerra nazifascisti ha nel tempo alimentato l’odio verso i partigiani, permettendo ai carnefici di rimanere impuniti. Migliaia di documenti e fascicoli processuali illecitamente archiviati con nomi di vittime e carnefici, con testimonianze e luoghi di migliaia di eccidi in tutta la penisola. Documenti occultati per oltre 50 anni in nome delle ragioni della guerra fredda rinvenuti solo nel 1994 presso la sede della Procura militare di Palazzo Cesi a Roma. Un tragico Atlante delle stragi nazifasciste, con oltre 5000 episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti, per il quale ben pochi hanno pagato.

Pensate che è stata approvata, nel 2022, con grande e grave ritardo, una legge che istituisce un fondo per il risarcimento dei danni subiti negli anni della guerra da parte delle forze del Terzo Reich.

Ebbene questa legge è boicottata dall’Avvocatura dello Stato nei processi in corso.
Perché accade questo?
Sono forse nazisti?
No, ma certo sono insensibili formalisti, senza pudore. Senza capire che si tratta di carne viva, non di creditori. La Presidenza del Consiglio è responsabile di un comportamento costruito su falsi, cavilli, ritardi strumentali.


È intollerabile che non sia fatta giustizia anche se dopo tanto tempo. Sono reati contro l’umanità, imprescrittibili. Da questo luogo sacro rivolgiamo un appello perché questo scandalo finisca presto.

La Resistenza ha affermato il diritto di un popolo a non farsi massacrare, a non farsi annientare senza muovere un dito: il diritto di lottare (con e senz’armi) per riprendersi la libertà e restituire dignità al Paese in cui il fascismo aveva avuto origine nel 1922.

In tutte le sue forme e ovunque si combattesse, nelle città presidiate dai Gap o a Nord della linea Gotica, tra gli Appennini e il Po, e ancora con la mobilitazione sociale nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle campagne, la Resistenza rappresentò il senso più profondo della lotta contro questa politica criminale. Donne e uomini, partigiani e civili, internati e deportati: persone che, con modalità e tempi diversi (e per diverse ragioni) avevano contribuito a riscattare l’onore della Patria, gettata nel fango dal fascismo e dai suoi miti guerrieri. Alcuni trovarono la morte, altri divennero sopravvissuti, ma per tutti l’amore per la libertà aprì un nuovo sguardo al futuro.

Voglio salutarvi con le parole di Rosario Bentivegna, noto Partigiano romano:

«Capimmo allora, poco più che ventenni, che la pace tra uomini liberi era la cosa più́ bella del mondo e quella lezione non l’abbiamo mai dimenticata, noi che abbiamo dovuto batterci nella più́ feroce delle guerre e abbiamo visto cadere, al nostro fianco, tanti amici, compagni, tante persone che ci erano care. La guerra è la cosa più́ sporca, più́ ignobile che all’uomo possa capitare di vivere, anche se i fascisti la acclamavano e la invocavano come “unica igiene del mondo”».

Ponte Lugagnano, questo luogo della Memoria ci parla oggi del senso di quella scelta antifascista; la scelta maturata da un’intera generazione costretta a battersi, come scrisse Piero Calamandrei «per necessità, non per odio», nell’idea di un possibile riscatto dell’Italia «dalla vergogna e dall’orrore del mondo».

Non dimentichiamo, andiamo avanti, con amore e dolcezza.

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte/oltre il ponte ch’è in mano nemica/vedevam l’altra riva, la vita/ tutto il bene del mondo oltre il ponte. Tutto il male avevamo di fronte/ tutto il bene avevamo nel cuore/a vent’anni la vita è oltre il ponte/ oltre il fuoco comincia l’amore. E vorrei che quei nostri pensieri quelle nostre speranze di allora rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell’aurora”.

Voglio pensare che Italo Calvino, nato nel 1923, quando scrisse questi versi meravigliosi pensasse a loro, ai nostri ragazzi di Ponte Lugagnano.

Grazie a tutte e tutti:
Viva la vita,
viva la libertà,
viva la Resistenza!


81ValCedra

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