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Come ripensare alla vicenda dei fratelli Cervi?

Gianfranco Pagliarulo Presidente Nazionale ANPI

Oggi tira aria di autoritarismo: come ripensare alla vicenda dei fratelli Cervi? Sui fratelli Cervi c’è oramai una sterminata letteratura. Certo, si tratta di un evento simbolico anche a causa dell’unicità della vicenda: sette fratelli, tutti i maschi, prima arrestati da un plotone della Guardia Nazionale Repubblicana, in sostanza i fascisti di Salò, poi fucilati per rappresaglia, assieme all’amico fieramente antifascista Quarto Camurri, il 28 dicembre 1943. Esattamente ottant’anni fa. [...]
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Ed è un evento simbolico non solo la loro morte, ma anche la loro vita. Erano portatori col padre di una cultura contadina libertaria e insofferente al pregiudizio e all’oscurantismo, frutto di una interessante commistione fra una originaria formazione cattolica e la successiva energia del pensiero marxista e in generale socialista. La famiglia era una comunità coesa e aperta, con le sorelle, le mogli, i figli, il padre Alcide e la madre Genoeffa. Diversamente dalla grande maggioranza degli altri contadini, non solo sapevano leggere e scrivere, ma costituirono nel loro casale una vera e propria biblioteca clandestina di testi di saggistica, letteratura, scienza e tecnica. Fu grazie a quelle letture che trasformarono il loro campo difficile in una terra feconda, aiutati da un trattore, mezzo di lavoro non frequente in quei tempi e in quei luoghi; un trattore che, assieme al mappamondo, fa parte integrante del mito dei fratelli Cervi. Erano antifascisti, a cominciare da Aldo, il più autorevole dei fratelli, comunista, come sottolineato dal figlio Adelmo in polemica contro i tentativi di cancellazione e di rimozione persino delle idee di Aldo. La loro abitazione si era di fatto trasformata in un cenacolo permanente di oppositori al regime. Tutto ciò spiega il mito resistenziale dei sette fratelli: l’anticonformismo, il fascino per lo studio, l’attenzione verso la modernità, lo spirito comunitario, la visione internazionalista, l’enormità della loro fucilazione. Un mito la cui eco si coglie nei versi di Quasimodo: “Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore, non per memoria, ma per i giorni che strisciano tardi di storia, rapidi di macchie di sangue”. 80 anni dopo c’è da chiedersi come si può interpretare la loro vicenda e il loro sacrificio al tempo della retorica sull’italianità, sul destino, sulla “Nazione”, quando si torna a pronunciare senza vergogna il motto “Dio, patria e famiglia”, improvvidamente scippato dal fascismo all’incolpevole Mazzini, quando la presidente del Consiglio, normalmente loquace, in un anno di governo non ha mai pronunciato la parola “antifascismo”, quando il presidente del Senato afferma di non averla mai letta sulla Costituzione. Tira aria – diciamolo – di autoritarismo mettendo assieme i tasselli del puzzle: premierato, autonomia differenziata, decreto anti-rave, decreto Cutro, decreto Caivano, pacchetto sicurezza, abolizione del reddito di cittadinanza, contrasto al salario minimo, attacco al diritto di sciopero, cariche della polizia e persino identificazione di chi si permette di gridare “Viva l’Italia antifascista!”. Ebbene, proprio oggi, in questo tempo di guerre e di autoritarismi, ci serve più che mai l’apparato biografico di Aldo, dei fratelli, dei genitori. Ci serve il loro andare in direzione ostinata e contraria ad ogni oscurantismo, la loro attenzione alla modernità, la passione per la lettura e per la cultura, il loro essere e fare comunità. C’è in quelle biografie un’idea di libertà, eguaglianza e pace e una pratica di sfida aperta al potere fascista. Ci servono, simbolicamente, i libri, il trattore, il mappamondo, per sfuggire alla trappola della banalizzazione della realtà, per riconoscerne la complessità, per sfuggire alla logica binaria dell’amico/nemico, per fondare una visione del mondo e un possibile orizzonte di cambiamento che metta al centro l’umanità, per mantenere irremovibile il legame fra libertà ed eguaglianza, per costruire una moderna cultura antifascista alimentata dal testo costituzionale e dalle sue origini ideali, e cioè dalla Resistenza. C’è sempre un’idea di futuro nella tragedia dei Cervi, persino nelle note parole di Alcide: “dopo un raccolto ne viene un altro”. E mi pare che una delle ragioni del mito sia proprio questa: nulla rimane uguale, tutto cambia, e non esiste nessun destino prescritto, nessun fatalismo, persino davanti ad un sacrificio supremo, come la fucilazione di sette fratelli. Dipende dalle persone in carne ed ossa, dalle donne e dagli uomini viventi. Se dopo ogni notte sorge l’alba, se dopo ogni risacca ritorna l’onda, allora dopo ogni resistenza ci sarà una liberazione.

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Comitato Provinciale 16.12.2023

Analisi politica di Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Buongiorno a tutte e tutti voi e benvenuti a questo Comitato Provinciale che ha l'ambizione di focalizzare i suoi sforzi sulla situazione politica preoccupante che va profilandosi. Il contesto internazionale vede un’angosciante recrudescenza del conflitto israelo palestinese. ANPI ha fermamente condannato i vili attacchi compiuti da Hamas sulla popolazione civile israeliana, perché di questo si è trattato. Ma come non evidenziare la reazione scomposta, abnorme e disumana che l'esercito israeliano sta compiendo quotidianamente sulla striscia di Gaza e sul popolo palestinese, che da anni subisce una ghettizzazione e una restrizione sempre più stringente delle più elementari basi di sopravvivenza. I morti sulla popolazione civile hanno superato le quindicimila unità. È notizia ormai di dominio pubblico che in questo micidiale territorio i bambini e non solo loro, stiano morendo di fame. Tutto ciò è sconvolgente. Avrete notato che di fatto, questo nuovo inasprirsi del conflitto mediorientale ha derubricato totalmente la guerra in Ucraina. [...]

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Ritengo che su questi metodi così creativi e disinvolti da parte di chi gestisce l'informazione dovremmo fare una seria riflessione. Nei giorni scorsi ho avuto l'opportunità di essere presente al teatro al Parco al monologo di Roberto Saviano.  La serata verteva sull'utilizzo dei podcast, l'uso delle parole e l'informazione “drogata” cui siamo costretti a subire. Il nocciolo della questione è proprio questo; viviamo in un'epoca in cui la propaganda arriva prima della notizia, ragion per cui tale notizia, anziché arrivare asciutta e scevra da pre confezionamenti viene data in pasto al consumatore finale deformata e indirizzata già in un determinato modo. Questo è un enorme problema, perché una buona fetta di popolazione anziché differenziare, selezionare e approfondire, si accontenta dell'informazione main stream e ciò che passa il convento è questo. Per cui la guerra in Ucraina, che procede imperterrita con il suo carico di morte e distruzione, viene relegata come quinta, sesta notizia, o addirittura cancellata dai palinsesti televisivi e dalla carta stampata, mentre si è discusso per settimane del ciuffo di Gianbruno, piuttosto che condannare il comportamento di questo signore. Purtroppo è con queste gravi lacune informative che dobbiamo misurarci, ma al tempo stesso occorre sfruttare ogni pertugio democratico per rilanciare il nostro operato e fare in modo di far giungere alla più vasta platea quello che è il pensiero della nostra Associazione. Senza nessun dubbio viviamo un periodo difficile della vita democratica. Non era mai successo in tempi recenti che si mettesse in discussione il diritto di scioperare. Ma oggi assistiamo anche a questo grave affronto che crea un precedente molto pericoloso. L'articolo 40 della Costituzione dice che il diritto di sciopero è un diritto individuale, che può essere esercitato soltanto in forma collettiva. L'articolo 40 riconosce dunque il diritto allo sciopero. 

È piuttosto evidente che c'è una parte cospicua di questa compagine governativa che non perde occasione per cercare di sgretolare i diritti conquistati negli anni e ciò deve preoccuparci. Un esempio tangibile è la “riforma” costituzionale approvata dal Governo Meloni. Temo sia stata progettata per assestare la spallata finale al progetto politico della Costituzione. È la rancorosa vendetta di un manipolo di reduci ideologici del fascismo contro lo spirito del 1948: il tentativo di liquidare l’impianto partecipativo che, enunciato nell’articolo 3, permea tutta la Carta. Fuori i cittadini dai piedi del potere: in un clamoroso ritorno al rapporto diretto tra il capo e la folla che, ogni cinque anni, lo elegge. È la riduzione dell’aula parlamentare, vista ancora come sorda e grigia, a un bivacco di manipoli: i manipoli di chi, magari con il 20% dei voti o nemmeno, se ne prenderà il 55%, rendendola semplicemente inutile. Una claque del capo.

Non intendo arrivare a conclusioni affrettate ma trovo questa riforma inutile, con le dovute cautele un po' come i consigli comunali e quelli regionali svuotati dalle leggi presidenzialiste che hanno aperto la breccia culturale da cui sono passate tutte le tentate riforme che volevano, e ora di nuovo vogliono, il “sindaco d’Italia”. È in questi perversi meccanismi locali, oltre che nella parentesi nazionale (presto chiusa) dello Stato di Israele, che si trovano i veri antecedenti di questa mostruosa idea del premierato elettivo. Perché è questo che va detto: non è presidenzialismo, è un mostruoso “capismo”. Tornano folgorantemente attuali le parole di Lorenza Carlassare, la giurista scomparsa lo scorso anno: «il presidenzialismo all’americana in Italia non lo vogliono, perché i poteri del presidente sono davvero limitati dal Parlamento e dal potere giurisdizionale, e allora vedono l’idea del semi-presidenzialismo, come un filone che può portare la concentrazione dei poteri in una persona sola. Questa è l’aspirazione». Un’aspirazione aggiungo, che qua, nel progetto dell’unico governo occidentale guidato da un partito di matrice fascista, si fa scoperta e anzi sfacciata nella formula del premier eletto: sarebbe un unicum mondiale. 

Nei suoi “appunti di Giorgia” (un abominio che ancora una volta solo la sfasciata informazione italiana poteva tollerare) la (anzi, il, virilissimo) presidente del Consiglio si aggira nella stanza di Palazzo Chigi che contiene i ritratti dei predecessori. Col ditino alzato stigmatizza la scarsa durata di ognuno dei presidenti «del Consiglio»: già, perché c’è un enorme non detto. In quella stessa sala, ma la telecamera si guarda bene dall’inquadrarlo, c’è anche (vergognosamente) il ritratto di Benito Mussolini: lui, sì, che è durato vent’anni!

Quel ritratto andrebbe rimosso (e al suo posto affisso un duro monito) non solo per i crimini atroci e devastanti di Mussolini e del suo totalitarismo omicida, ma anche perché quel governo fu illegittimo perché incostituzionale: «sotto questa finzione della monarchia di cui il fascismo ha mantenuto fino al crollo l’etichetta, da molto tempo non c’era rimasto niente di vivo: il re costituzionale non solo aveva cessato di essere costituzionale da quando aveva tradito il patto statutario, ma da quando aveva deferito al capo del governo tutti i poteri regi, aveva cessato di essere re. Di solito il colpo di Stato serve ad un sovrano costituzionale per rinnegare la costituzione … ma il monarca sabaudo ha fatto un colpo di Stato per conto altrui»,per dirla con le parole di Piero Calamandrei.

Ed è qui che il precedente, purtroppo, calza perfettamente per descrivere la riforma della nipotina (via Almirante) di un così orrendo nonno: anche il governo che dovesse formarsi dopo l’approvazione della “riforma” Meloni sarebbe incostituzionale: perché incostituzionale, cioè eversivo della lettera e dello spirito della Carta sarebbe la riforma, ancorché formalmente ineccepibile nei conteggi dei voti. Mai come e quanto oggi un governo della Repubblica ordisce, di fatto e nella legalità delle procedure, un attentato alla Costituzione: anzi, un colpo mortale.

È dunque il momento di una resistenza che usi ogni mezzo: ogni mezzo purché pacifico, incruento, costituzionale, legale. Ai cittadini, che nella mistificazione di Meloni dovrebbero avere più potere, dovremo chiedere: pensate di averlo avuto nei vostri comuni, nelle vostre regioni? La sanità della vostra regione, il cui capo eleggete direttamente, obbedisce ai vostri bisogni? Ebbene no, care cittadine e cari cittadini, questa è l’ultima rapina della nostra voce, l’ultimo borseggio della nostra sovranità. Se dovesse passare, voteremmo (ma in quanti?) una volta ogni cinque anni, e nel mezzo verrebbe buttata via la chiave della democrazia: saremmo prigionieri impotenti, molto peggio di oggi, nella galera dell’irrilevanza assoluta.

La parola, dunque, al popolo sovrano: in un referendum in vista del quale il fronte del No deve costruirsi fin da ora nel modo più ampio, fattivo e capace di prendere parola su ogni telefono, in ogni piazza, in ogni televisione. Come ha cantato Vinicio Capossela qualche settimana fa in un teatro Regio gremito, in uno splendido brano che invoca le staffette partigiane («Voi che passate il testimone /Perché arrivi più avanti, perché arrivi fino a noi / Che ancora abbiamo da resistere / Al mostro e alle sue fauci sepolte ai nostri piedi). Ecco, questa è la libertà: azione e responsabilità. Attrezziamoci. 

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Assemblea comitati di sezione

9 settembre

Relazione Introduttiva del presidente Comitato Provinciale Nicola Maestri

Benvenuti a tutte e tutti voi ! Grazie per essere così numerosi a questa chiamata che, come segreteria provinciale, abbiamo voluto fortemente per fare il punto sul nostro cammino. Il momento storico non è dei più rosei, la situazione politica ha subito un'involuzione piuttosto accentuata negli ultimi mesi dove, inesorabilmente, si stanno riducendo gli spazi che riguardano i diritti e la libertà di opinione. La destra estrema al governo del Paese, anziché combattere nuove e vecchie insopportabili intolleranze, le cavalca penosamente rivolgendosi spesso benevolmente verso chi impersona gli istinti più cupi e retrivi.[...]

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La nostra Associazione deve appoggiare e promuovere nuove forme di resistenza attiva, per rinnovare, a distanza di ottant'anni, i principi e i valori che animarono giovani donne e uomini quando si ribellarono al regime fascista, il quale dopo anni di soprusi e prevaricazioni, aveva infine portato l'Italia a un accumulo di macerie e lutti. Come avrete letto nella mail di convocazione, la nostra intenzione riguardo questo incontro, è quella di coinvolgere principalmente i comitati di sezione, ma anche semplici iscritti che hanno a cuore l'Anpi e i diversi territori in cui operiamo fattivamente. Infatti, abbiamo cercato di focalizzare l'incontro sugli ottant'anni dall'inizio della resistenza, ma soprattutto come combattere i neofascismi nelle sue diverse forme e dare nuovo impulso alla nostra Associazione su tutto il territorio provinciale. Crediamo sia prezioso questo confronto tra le diverse realtà, il fare rete tra le sezioni che hanno già di fatto iniziato a collaborare tra loro, lo riteniamo un esercizio utile, ma occorre sicuramente fare di più. Ci siamo dati il criterio temporale del triennio 2023/25 per riuscire a mettere a terra progetti fattibili per la nostra Associazione. Mi piacerebbe partire con un cenno storico, uno di quelli che di fatto hanno dato vita alla grande Storia.

A Cuneo, dal balcone della sua casa, l’avvocato Duccio Galimberti disse “...la guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista, fino alla vittoria del popolo italiano che si ribella contro la tirannia mussoliniana, ma non si accorda a una oligarchia che cerca, buttando a mare Mussolini, di salvare sé stessa a spese degli italiani”. La guerra sarebbe sì proseguita, come aveva comunicato alla radio il maresciallo Badoglio, ma fino alla cacciata dell’ultimo invasore, dell’ultimo impostore. Quel giorno, sei settimane prima dell’8 settembre del 1943, con queste parole Duccio Galimberti poneva le basi della Resistenza.

Infatti, nell’afosa notte estiva del 25 luglio di una Roma semivuota, si tenne a Palazzo Venezia una riunione del Gran Consiglio del Fascismo in cui il massimo organo del partito “sfiduciò” Mussolini. Con il collasso politico-istituzionale si era arrivati all’atto finale della decomposizione del regime criminale di un “duce” che dal 1935 aveva trascinato gli italiani in un ciclo pressoché ininterrotto di guerre.

E con un balzo di ottant’anni veniamo ai giorni nostri, un periodo politicamente cupo, in cui c’è qualcuno che sistematicamente pigia con violenza sul pedale di un revisionismo studiato e strutturato. Un esempio per tutti: il portavoce della regione Lazio, tal Marcello De Angelis, ex terrorista nero dei NAR, nega la matrice neofascista della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e arriva a mettere in discussione le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Mattarella. Considerazioni incompatibili con il ruolo che ricopre, in una istituzione così importante. E questo avviene nel silenzio più o meno imbarazzato dei vertici dell’attuale governo, partendo dalla presidenza del Consiglio ad altre cariche istituzionali. Con molte probabilità la presidente del Consiglio non può e non vuole prendere le distanze dal neofascismo perché il partito da lei rappresentato ha nel proprio DNA questa matrice. E le dimissioni di De Angelis sono arrivate davvero oltre il tempo massimo, tardive oltre ogni ragionevolezza, dimostrando un'assenza totale di senso delle istituzioni. Ma se chi ricopre, pro tempore, incarichi di primissimo piano, scavalca in maniera così disinvolta una sentenza passata in giudicato che ha visto condannare in via definitiva neofascisti acclarati, significa che la nostra democrazia necessita di essere attenzionata e protetta in ogni sua forma.

Ricordo che i magistrati che hanno indagato sulla strage del 2 agosto 1980 hanno scoperto una fitta trama di intrighi, tradimenti delle istituzioni, connivenze tra forze oscure e vecchi gerarchi della repubblica sociale di Mussolini, estremisti di destra, servizi segreti, malavita organizzata. Percorsi sotterranei che oggi riflettono nuova luce sulle trame dello stragismo e sulle strategie politiche applicate all’Italia per limitarne la libertà e cancellare qualsiasi possibilità di opposizione e di proposte alternative da parte della sinistra.

È importante focalizzare che i giudici di Bologna hanno svelato le trame di una nuova storia, una storia nascosta. Una storia di tradimenti e di violenze ai danni della democrazia italiana. L’hanno scritta valutando il contesto in cui agirono autori e mandanti della strage del 2 agosto 1980, e analizzando cinquant’anni di tentativi di condizionamento delle libertà costituzionali. Tutto questo messo in atto da una “struttura occulta” cui concorsero nel dopoguerra una parte significativa degli apparati militari e di sicurezza dello Stato, protetti da esponenti delle forze di governo e appoggiati dagli oltranzisti statunitensi. Chi ne faceva parte affermava di voler di preservare l’Italia dal comunismo, secondo i principi della Guerra fredda.

Ma a questo scopo non si esitò a mobilitare e foraggiare, durante decenni, una schiera di ex gerarchi della repubblica sociale di Mussolini, aspiranti golpisti, freddi terroristi, di criminali mafiosi e camorristi, per i quali la guerra civile non è mai finita: essi furono scagliati contro gli italiani in centinaia di attentati. A partire da Portella della Ginestra, e poi a Piazza Fontana, a Brescia, al treno Italicus, alla stazione di Bologna.

Sia chiaro, stragi politiche, stragi di Stato. Perché ciascuna di esse fu progettata ed eseguita seguendo un’unica strategia eversiva, con la diretta complicità di pubblici ufficiali che, anziché difenderla, tradirono la Costituzione democratica votandosi al suo riassetto in senso autoritario. È una storia “politica e criminale” al tempo stesso; accuratamente occultata, le cui tracce sono state disperse con la sistematica distruzione degli archivi, la manomissione dei documenti, la programmatica falsificazione. Quando ragioniamo e discutiamo di neofascismo partiamo sempre da questo fardello che ci trasciniamo da decenni; ci servirà per analizzare e approfondire. ANPI in tutto questo, assieme alla parte sana della società civile e dell’opinione pubblica, dovrà impegnarsi maggiormente per soverchiare questa inerzia che impedisce di svelare ai più la storia recente italiana. Dobbiamo uscire da questo buco nero che trita ogni cosa e annebbia e annacqua ogni verità. E i motivi per cui è importante ai nostri giorni credere nell’antifascismo, come vedete, sono ancora profondi e molteplici.

Alzando lo sguardo e focalizzando i nostri giorni, non da oggi sia chiaro ma negli ultimi anni si è accentuata una spinta identitaria che si riconosce in una delle più belle e sentite tradizioni dell’antifascismo italiano, quella cioè di riunirsi ogni 25 luglio davanti a un piatto di pastasciutta, ricordando e celebrando quella che la famiglia Cervi offrì a tutto il paese, Campegine, per festeggiare la caduta di Mussolini. Come sempre succede, ma in questo caso è più evidente che mai, il 25 luglio 1943 la Storia si intreccia con le storie delle persone. Mussolini che dopo essere stato sfiduciato viene arrestato e imprigionato sul Gran Sasso.

Dopo oltre vent’anni cade il regime fascista, e re Vittorio Emanuele III nomina il maresciallo Pietro Badoglio capo del governo. Non appena appresa la notizia, un paese gioioso di poche migliaia di anime si riunisce davanti a un piatto di pasta. La famiglia Cervi era una famiglia contadina, gente semplice. Di storie di gente semplice ne abbiamo perse a migliaia, e anche quel gesto dell’aver offerto la pasta a tutto il paese avremmo potuto facilmente dimenticarlo. Invece oggi reiteriamo quel gesto e quella vicenda di un minuscolo paese di campagna per ricordare e celebrare la grande Storia. La pastasciutta antifascista è diventata una tradizione, e l’adesione di così tante e tanti a questo momento di convivialità è l’espressione di una coscienza condivisa da un intero Paese, non ci sono busti del duce o revisionismi che tengano. Quest’anno poi la celebrazione si è caricata di alcuni significati ulteriori. Sono passati ottant’anni da quel giorno, e tra pochi mesi saranno ottant’anni dalla fucilazione dei sette fratelli Cervi; ma il tempo passa inarrestabilmente, e non è poi tanto la cifra tonda dell’ottantesimo anniversario che ha reso la pastasciutta antifascista 2023 così sentita e speciale. La pastasciutta antifascista 2023 è stata così  partecipata perché, a ottant’anni di distanza, il patrimonio culturale e valoriale della Resistenza è sotto assedio. Il tentativo di dare un colpo di spugna alla storia, con l'obiettivo di riscriverne un’altra, c’è sempre stato. Oggi però con questa estrema destra al governo c’è chi lo rispolvera e impugna come strumento politico per demolire la memoria democratica. Così si spiegano, vien da pensare, le circa 300 pastasciutte organizzate in tutta Italia, le migliaia di volontari che si sono spesi e le decine di migliaia di partecipanti: il popolo non ci sta, e risponde numeroso ai tentativi di revisionismo. E anche nella nostra provincia questo evento ha avuto un successo notevole in termini di numeri e di entusiasmo. Allo stesso modo, lo scorso 25 aprile ha registrato una partecipazione straordinaria, che ha reso evidente quanto ancora il sentimento antifascista sia radicato nel popolo italiano. Fondamentale per l’organizzazione e la riuscita della pastasciutta è stata, ed è ogni anno, quella straordinaria comunità di persone che è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ed è importante non perdere di vista il sentimento che mosse in quei giorni la famiglia Cervi. L’Istituto Cervi, poi, ha due grandissimi meriti: ne è il promotore e ha sempre lavorato affinché la pastasciutta fosse una tradizione italiana, piuttosto che emiliana o addirittura reggiana. L’Italia è il Paese dei mille campanili, e quella della pastasciutta è una storia non solo sopravvissuta al tempo ma anche al rischio di divenire tradizione di un singolo Comune o di una sola Regione. Solitamente ogni Municipio che, come da Costituzione, si riconosce nell’antifascismo celebra gli anniversari degli eccidi e dei fatti che lo hanno direttamente coinvolto, la pastasciutta antifascista invece, pur muovendo le sue mosse ogni anno da Casa Cervi, è un patrimonio nazionale e sta divenendo europeo. Questo aver superato i confini del proprio luogo geografico si deve certamente a quello che i sette fratelli Cervi rappresentano. Sarebbe bello infatti ricordare i fratelli Cervi solo per la pastasciutta che, indebitandosi fino al collo, offrirono al paese per celebrare la caduta del fascismo; li ricordiamo invece e forse soprattutto per la loro fucilazione, accorsa pochi mesi dopo, il 28 dicembre 1943, per mano fascista. È bene ricordarlo: non nazista ma fascista, come peraltro è stato per i nostri 7 martiri di piazza Garibaldi; fu una strage fascista non nazista. Ed è per questo che chiederemo all'amministrazione comunale di porre finalmente rimedio all'errore riportato sulla lapide che ricorda l'eccidio.

Sono stati stimati circa in 40.000 i partigiani Caduti nella guerra di Liberazione, i fratelli Cervi rappresentano tutti loro. L’ovvia e dolorosa impossibilità a ricordare nomi e volti di ogni Caduto ha inevitabilmente portato a creare simboli. Il lutto e la commemorazione per i fratelli Cervi sono il lutto e la commemorazione per tutti coloro che diedero la vita per conquistare una forma di società ancora mai vissuta, la democrazia. Allo stesso modo quando si commemorano e celebrano Don Minzoni, Gramsci, Matteotti, Gobetti, o i fratelli Rosselli non si onorano solo loro in quanto tali, ma la lotta antifascista tutta. Ho volutamente citato la pastasciutta antifascista perché credo che questa dia la giusta dimensione per rimarcare l’orgoglio per la nostra comunità, quella antifascista e democratica, che è numerosa, entusiasta e coesa forse più di quanto immaginiamo. Siamo un patrimonio prezioso da non disperdere ma da spendere nella quotidianità. Come Anpi provinciale ci stiamo adoperando per radicarci su tutto il territorio della nostra provincia, compito arduo ma non per questo intendiamo sottrarci. Alcuni importanti risultati li abbiamo raggiunti. Sono tornate attive sezioni storiche come quelle di Felino e Lesignano, mentre nuove sezioni sono nate accompagnate da idee ed entusiasmo. Penso alle sezioni di Monchio-Palanzano, Tizzano Val Parma, Bore e Sissa-Trecasali. Altre realtà come Borgotaro e Montechiarugolo si stanno attrezzando per tornare ad essere protagoniste nei loro territori e tra ottobre e novembre prossimo andremo ai rispettivi congressi rifondativi. Mai come oggi, proprio a causa del tempo difficile in cui viviamo, l’antifascismo si presenta come un sistema di valori di particolare attualità, una speranza concreta di cambiamento, un argine democratico alla palude di tipo razzista, xenofobo, neofascista, presente nel nostro Paese. Come Anpi quindi su quale terreno è opportuno muoverci? Credo sia importante affrontare il presente, perché la sfida nata sulle montagne e nelle città dopo l’8 settembre 1943 e vinta il 25 aprile 1945, continua oggi, quando, più che mai, c’è bisogno di respirare trasparenza, legalità, liberazione. Occorre battersi per una Pace degna di questo nome; per un lavoro sicuro e per salari equi; per l'ambiente che rappresenta la sfida in assoluto; per l'istruzione, per i diritti, per la democrazia! Ma per affrontare il presente con serietà occorre approfondire il passato, fare i conti con la storia, mettere a valore la memoria. E dunque tornare a riflettere – ed in primo luogo conoscere – non solo su quei mesi, ma anche sul tempo successivo, quello della proclamazione della Repubblica, e poi della Costituzione, e poi gli anni ‘50, ‘60 e quello dello stragismo nero e del brigatismo degli anni ‘70 e ‘80; i cosiddetti anni di piombo. 

Parlare del presente e riflettere sul passato è la chiave – l’unica chiave scientifica – per immaginare il futuro. Ed immaginare il futuro oggi, quando siamo sommersi da una cultura delle immagini spesso vuota, dal declino di un sistema di valori umanistico e democratico, da un indebolimento inquietante di quell’insieme di relazioni, stili di vita, principi di convivenza che chiamiamo coesione sociale, vuol dire contribuire a ricostruire una speranza per tutti, in particolare per coloro ai quali sembra che questa speranza sia negata: le ragazze e i ragazzi del nostro Paese. 

Per queste ragioni Anpi dovrà affrontare un ampio spettro di temi: quelli della società e delle idealità, della politica e della memoria, della storia delle persone e dei territori; ma anche quelli della cultura, nella sua accezione più ampia, come testimonianza del presente, portato del passato, presagio del futuro. Cultura, dunque, in tutti i sensi: quella colta e quella popolare, quella letteraria, musicale, scientifica, delle arti visive, dello spettacolo. Insomma, lo specchio magico dell’Italia, dell’Europa, del mondo di oggi. ANPI era, è e sarà partigiana: perché partigiana è la Repubblica democratica, partigiana è la Costituzione, partigiana è la democrazia faticosamente costruitasi nei decenni successivi. Perché partigiano vuol dire essere per la libertà e l’eguaglianza, per la solidarietà e la giustizia sociale, per la legalità e la cittadinanza, per il lavoro e per la pace. Perché l’Anpi assieme alle partigiane e ai partigiani ci hanno consegnato la Costituzione e l’Italia fondata sul lavoro e l’Italia che ripudia la guerra. Perché partigiani – infine – sono tutti coloro che ci hanno consegnato, spesso al prezzo di inenarrabili sofferenze o al prezzo della vita, una nuova Italia. Una grande possibilità che non si è ancora pienamente compiuta, che oggi sembra messa in ombra, per la quale vale la pena continuare a lottare, a testa alta, con la fronte rivolta verso il sole.


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solidarietà ANPI Sarzana

L’Anpi di Parma fa appello alla Sindaca di Sarzana e alla Giunta comunale affinché si adoperino con urgenza per cercare una soluzione alla grave situazione venutasi a creare in relazione allo “sfratto” dalla propria sede dell’Anpi di Sarzana. [...]

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Non è accettabile che in una delle città italiane simbolo della lotta antifascista l’Associazione dei partigiani, tradizionalmente attiva nel far conoscere ed approfondire le tematiche su cui si fonda la nostra democrazia, si trovi a dover sospendere il proprio programma culturale e a non sapere dove spostare il proprio patrimonio documentario.

Per questo siamo solidali con le amiche e gli amici dell’Anpi di Sarzana e con i cittadini tutti che domani parteciperanno al presidio organizzato in piazza Luni per chiedere all’amministrazione comunale una soluzione temporanea che permetta il trasloco dell’archivio, dei mobili e dei materiali attualmente in sede.

Nella speranza che questo sia stato solo un incidente di percorso e che ci sia una reale volontà di affrontare il problema in modo positivo, noi dell’Anpi di Parma contiamo molto su uno sviluppo rapido della situazione, in modo da avere la certezza che i valori dell’antifascismo e della Resistenza – su cui si basa la Costituzione italiana - siano ancora al centro delle politiche comunali, al centro di ogni agire democratico delle nostre Istituzioni.

i-fatti-di-sarzana-antifascismo

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Formazione ANPI

INCONTRO CON REFERENTI FORMAZIONE PROVINCIALI ANPI

Sabato 24 giugno 2023
Sede Nazionale ANPI

Relazione di Paolo Papotti
Responsabile formazione ANPI

Sono certo di interpretare i sentimenti di tutti e tutte, nel considerare l’incontro di oggi occasione storica per la nostra Associazione. Quello di oggi è il primo incontro della nostra rete nazionale di formatori, tema determinante per lo sviluppo dell’iniziativa culturale e politica dell’Associazione. [...]

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Quello di oggi è il primo incontro della nostra rete nazionale di formatori, tema determinante per lo sviluppo dell’iniziativa culturale e politica dell’Associazione. Un ruolo, quello di formatori, che non è sancito nello Statuto e, dunque, rafforza la volontà del nostro impegno e, insieme, i compiti che l’Associazione ci chiede. Ci confrontiamo partendo da noi, dalle nostre esperienze e dai nostri vissuti, perché diventino patrimonio dell’Associazione. Questo incontro, quindi, non è un traguardo, ma una partenza. Comprenderete, mi auguro, la mia emozione.

Dal congresso ad oggi 

L’ultimo congresso ha sancito l’imprescindibilità della formazione come azione culturale e politica della nostra Associazione. Ciò ha definito due aspetti: da una parte ha dimostrato che ANPI è capace di rinnovarsi e di proporsi; dall’altra parte, indicato la necessità di una adeguata organizzazione. Stimolare i Comitati Provinciali all’individuazione dei referenti della formazione locale e la costituzione di un gruppo nazionale che fosse da stimolo per i Provinciali, sono stati i passaggi che hanno dato gambe ai propositi congressuali. Sostegni e riferimenti in questi percorsi sono stati il Presidente Nazionale Gianfranco Pagliarulo, che ringrazio per la fiducia e il Vicepresidente Ferdinando Pappalardo, che ringrazio per i confronti. Fino ad oggi abbiamo raggiunto 63 referenti provinciali della formazione (52 presenti fra sede e online), un ottimo risultato. In gennaio il gruppo nazionale ha partecipato ad un seminario interno di due giorni in cui si sono affrontati i temi costituzionali (lavoro, solidarietà, pace, ambiente), educativi e storici tenuti da esperti e luminari quali: Gaetano Azzariti, Gustavo Zagrebelsky, Olivia Bonardi, Raffaele Mantegazza, Maurizio Malo, Davide Conti e Valerio Strinati. Le lezioni sono state registrate e gli atti verranno distribuiti.

Ci tengo a precisare, interpretando anche il pensiero del Presidente e del Vicepresidente, che l’intento di questo lavoro non è quello di “dettare una linea” che deve essere applicata nei territori. La volontà è condividere, stimolare e suggerire argomenti che possono tracciare un percorso unitario di azioni culturali e politiche da realizzarsi in autonomia nelle territorialità ANPI.

La relazione che segue vuole essere un contributo alla complessità di quella azione culturale e politica che chiamiamo “formazione”. L’intento è quello di fornire strumenti di elaborazione e di riflessione, mettendo insieme esperienze realizzate con militanti a diversi livelli nei territori, esperti, associazioni, enti, insegnanti e scuole. Ovviamente la relazione non potrà essere esaustiva.

Formazione come dovere civico e politico

Il tema della formazione politico-culturale dei cittadini è uno dei problemi fondamentali del nostro Paese. Tutto ciò diventa peculiare quando si tratta di un’Associazione come la nostra, di tradizioni gloriose, ma che ha rinnovato e sta mutando la sua composizione. Da qui la necessità di un elevamento complessivo del livello culturale e politico a tutti i livelli associativi, non solo dei dirigenti, ma anche di tutta la base sociale. Da ciò, la necessità di costruire una adeguata preparazione culturale e politica, una conoscenza almeno della storia più recente, dal fascismo in poi, una corretta interpretazione dei fatti e delle vicende, oltre ad una buona conoscenza della Resistenza e della Costituzione. È questa, dunque, l’esigenza di una formazione adeguata, finalizzata a raggiungere un livello culturale politico medio, quanto meno adeguato alle necessità. Una formazione non destinata solo ai giovani (il cui coinvolgimento è strategico, così come ci hanno sollecitato nell’apposito gruppo di lavoro), ma a tutti, indipendentemente dall’età. Rafforzare la conoscenza della storia intesa non solo come approfondimento dello studio dell’antifascismo, della guerra di liberazione dal nazifascismo e della trasposizione di quei valori nella Costituzione, ma come elaborazione concreta e quotidiana rivolta al futuro, caratterizza l’impegno che la nostra Associazione ha assunto fin dal suo nascere. Basi necessarie, dunque, per poter intervenire e rispondere in modo adeguato sul piano culturale e politico nel contrasto al neofascismo e all’attuazione della Costituzione repubblicana.

Nella fase cruciale di passaggio generazionale, proprio per la sua storia e per la sua connotazione storica di Ente Morale, la nostra Associazione è sottoposta a continue sollecitazioni da parte della società civile, che chiede un nostro intervento sulle questioni dell’attualità. Pur sapendo che l’ANPI non può e non deve sostituirsi a partiti, sindacati o ad altre realtà associative che si occupano di specifici temi di carattere politico, economico e sociale, abbiamo il dovere e lo scopo principe di radicare l’associazione nella contemporaneità, preservandone l’integrità dei valori che la fecero nascere: la difesa della libertà conquistata e strappata a caro prezzo alla storia, della giustizia come realizzazione dei bisogni civili, sociali, politici ed economici, della solidarietà e della pace come convivenza fra i popoli e non solo come non guerra. In altre parole, l’ANPI può svolgere la sua azione ponendo questioni di principio e basandosi sempre sulla Costituzione repubblicana. Il recente ingresso della nostra Associazione fra gli Enti del Terzo settore ci consegna, e aggiunge al nostro bagaglio storico, culturale e politico, due diversi impegni. Da una parte la potestà statutaria di esercitare, in particolare, attività di educazione, istruzione e formazione; dall’altra la responsabilità morale di garantire e tutelare la nostra Associazione da rischi di sovrapposizione che determinerebbero la perdita della nostra autonomia e, dunque, del nostro riconoscimento.

“Essere ANPI”

Va comunque sottolineato, a questo proposito e con orgoglio, che l’ANPI è quasi un unicum nel panorama del Paese perché, nonostante i tempi difficili che stiamo vivendo, si rafforza senza smarrire mai le sue radici. Si può dire, per citare le parole del Presidente Nazionale Gianfranco Pagliarulo, che ANPI è “come un grande albero i cui rami, fiori e frutti si moltiplicano mentre le radici crescono penetrando sempre più nel terreno, producendo così quella linfa che alimenta ogni giorno una vita rigogliosa”. Da queste considerazioni nasce “Essere ANPI”, un testo rivolto a tutti, ma in particolare al rilevantissimo numero di nuovi iscritti, alle compagne e ai compagni dei nuovi gruppi dirigenti, a coloro che non hanno avuto ancora la possibilità di conoscere appieno l’anima di una associazione che invera ogni giorno valori, ideali e concezioni del mondo proprie del movimento resistenziale. “Essere ANPI” è uno strumento che contribuisce alla conoscenza di come funzionano concretamente i meccanismi dell’Associazione che, a ben vedere, sono tutto sommato semplici e di buon senso, e sono tesi a garantire un’effettiva democrazia interna e un virtuoso funzionamento delle attività sociali. In queste pagine si trova perciò la soluzione a problemi della vita quotidiana dell’Associazione e qualche risposta alle domande più frequenti. Il volume contiene poi cenni di storia dell’Associazione dal suo sorgere a Roma in quel giugno 1944, quando ancora l’intero Paese non era stato liberato, fino ai nostri giorni. È in questa misura, cioè nel rapporto fra il presente e il passato, fra ciò che è e il ricordo di ciò che fu, che nasce l’energia che abbiamo chiamato “memoria attiva”, e cioè lo strumento tramite cui si incide sul presente e si può quantomeno parzialmente prefigurare il futuro. Passato, presente e futuro che sì, sono dell’ANPI, ma sono più propriamente dell’intero Paese, perché non c’è storia dell’ANPI senza storia d’Italia, né ci sarebbe l’Italia che conosciamo senza quelle partigiane e quei partigiani che ci donarono la libertà e che, anche nel dopoguerra, continuarono l’impegno, in diverse forme, per il mantenimento della democrazia. Il volume comprende brevi biografie dei Presidenti nazionali e riporta il testo dello Statuto e del Regolamento nazionali, che sono la nostra cassetta degli attrezzi per un’attività sempre più efficace. La realizzazione del testo ha visto il lavoro intenso di Giovanni Baldini e Andrea Liparoto, oltre al sottoscritto. Questa è la prima e sempre più necessaria formazione, che possiamo definire “interna”, e che l’associazione deve intraprendere a tutti i livelli.

I corsi provinciali

In questa logica, al fine di costruire e consolidare una maggiore consapevolezza, sia come sviluppo di competenze personali, sia come crescita dell’Associazione nei territori, in questi anni si è lavorato per sollecitare i Comitati Provinciali nella realizzazione di iniziative specifiche di formazione, rivolte ai propri dirigenti, iscritti a simpatizzanti. In continuità con “Essere ANPI”, dunque, è necessario formare su obiettivi tematici, conoscenze che possiamo definire di base del militante ANPI nei territori. Dal punto di vista storico: conoscere e approfondire il funzionamento dell’Associazione (Statuto, regolamenti, documenti e regole); conoscere e approfondire l’antifascismo e la resistenza nel proprio territorio; conoscere i tratti fondamentali della Costituzione repubblicana; conoscere i tratti fondamentali delle dinamiche del dopoguerra. Dal punto di vista dell’attualità: la comunicazione nell’ANPI (utilizzo consapevole dei social network, dei siti, patriaonline); il contrasto ai neofascismi; il rapporto con la scuola. Tali proposte culturali e politiche, ci permettono di coinvolgere esperti e risorse locali e, tutto sommato, di mettere il tema dell’Antifascismo in un costante e continuo ordine del giorno. Penso comprendiate che la necessaria urgenza di queste formazioni, contribuisce alla costruzione di quegli atteggiamenti che definiscono l’autorevolezza dell’ANPI e che continuiamo a sintetizzare in tre impegni morali, culturali e politici: autonomia, pluralismo, unità. Messe a base queste formazioni, acquisita una maggiore incisività e autorevolezza, possiamo cimentarci in quella che possiamo definire la formazione “esterna”.

ANPI e scuola

Per affrontare una formazione specifica su come l’ANPI si rapporta con l’istituzione scuola, con insegnanti e studenti, intervengono questioni che riguardano quello che potremmo chiamare lo stile del nostro intervento a scuola, la mentalità - si potrebbe dire con cui agiamo. Con questa consapevolezza, possiamo definire, inizialmente, il ruolo che ANPI non deve agire: insegnare. Dunque, l’ANPI, non sostituisce la lezione curricolare dell’insegnante, non sostituisce l’apporto degli storici, non si sostituisce ai testi scolastici e non propone una nuova pedagogia. Un ruolo specifico ANPI lo possiamo ascrivere ai concetti di “accompagnare e sostenere”. ANPI a scuola promuove sé stessa come soggetto “portatore di esperienze”, che intende offrire il proprio patrimonio culturale attraverso il quale fornire strumenti per elaborare storia e presente. In questo modo proporsi ad insegnanti e studenti come “facilitatori” della conoscenza che riguarda i nostri temi specifici: antifascismo, resistenza e Costituzione repubblicana. Portare esperienze, per l’ANPI, significa narrare le proprie storie, per metterle in comune in uno spazio di confronto che alimenta il processo di conoscenza, che stimola, incoraggia e sostiene. Stimolare la curiosità degli studenti, incoraggiarli nelle analisi e sostenerli nelle loro riflessioni è, oltre la proposta di una offerta didattica, la concreta dimostrazione dell’importanza che vogliamo dare alle giovani generazioni. Lo strumento è quello di usare la lente sulle “piccole storie locali”, per meglio comprendere la “grande storia”. Porre l’attenzione, cioè, sul fatto che, anche nelle realtà territoriali più piccole e specifiche, - che non sono citate sui testi scolastici - si sono originate piccole storie che fanno parte della grande storia, cioè l’oggetto di studio curricolare. Trasferire eventi, luoghi, persone della propria comunità locale, in una dimensione più ampia, contribuisce a sottrarre temi così importanti, dalla superficialità che spesso viene usata quando si tratta di affrontare il nostro recente passato. Il metodo è quello laboratoriale in cui tutti possono sentirsi protagonisti. Proporre la modalità laboratoriale sancisce una specificità che alimenta disposizioni d’animo tipiche della crescita: curiosità, coraggio e determinazione. Inclinazioni imprescindibili per metterle in relazione e affrontare la complessità della lettura e dell’analisi delle vicende delle storie, “piccole” e “grandi”. Un’esperienza di crescita, un momento che mette in discussione, che sperimenta ma da cui si impara, con gli altri. Queste azioni contribuiscono anche allo sviluppo di una intelligenza emotiva che si ottiene attraverso il coinvolgimento e la condivisione di esperienze (dal locale al nazionale), fuori e dentro il nostro territorio (locale, Italia, Europa). Persone, luoghi ed eventi costruiscono percorsi che diventano cornice all’apprendimento e al coinvolgimento nella storia. Conoscere, capire e scegliere sono le parole attorno alle quali costruire specifiche progettualità che permettono di realizzare quanto sopra esposto. Conoscere perché è necessario (sempre), capire perché è senso critico, scegliere perché è l’essenza stessa della libertà. Conoscere, capire e scegliere, proposto quindi, come l’esatto opposto di credere, obbedire e combattere. Attorno a queste definizioni, è possibile costruire anche linguaggi nuovi, che intercettano le modalità e gli strumenti comunicativi delle giovani generazioni. L’approccio con l’Istituzione scolastica, con gli insegnanti, con gli studenti, ripropone all’ANPI una severità morale che non è in contrasto con una mentalità aperta al nuovo.  Accompagnare e sostenere il lavoro degli insegnanti, contribuire ad approfondire i contenuti dei libri di testo, sollecitare gli studenti alla riflessione, sono i propositi da perseguire. Da questo punto di vista, il lavoro culturale dell’ANPI ha prospettive di futuro, se a tutti i livelli territoriali dimostriamo la dinamicità e la capacità di stare nel tempo coi cambiamenti che i tempi chiedono, senza mai uscire dal mandato statutario: “valorizzare il contributo effettivo portato alla causa della libertà dall’azione dei partigiani e degli antifascisti, glorificare i caduti e perpetuarne la memoria”; “promuovere studi intesi a mettere in rilievo l’importanza della guerra partigiana ai fini del riscatto del Paese dalla servitù tedesca e della riconquista della libertà”; “promuovere eventuali iniziative di lavoro, educazione e qualificazione professionale, che si propongano fini di progresso democratico della società”; “battersi affinché i princìpi informatori della Guerra di liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni”; “concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, frutto della Guerra di liberazione, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”. Se notate, in ultimo, questo tipo di atteggiamento, può essere applicato non solo nelle dinamiche di rapporto con la Scuola. Questo atteggiamento si misura e si cimenta con i problemi, con le varie e contrastanti tendenze che si incontrano nella vita reale e che richiedono risposte che possono essere date solo dall'impegno militante, dal rigore morale, culturale e politico, dalla serietà.

Il protocollo d’intesa

L’importanza di un rapporto serio con l’Istituzione scolastica, (che ANPI già agiva dagli anni ’80 del Novecento, fino agli anni ’10 del ventunesimo secolo, soprattutto con le testimonianze dei partigiani), impone una attenzione specifica dal momento in cui, nel 2014, viene firmato il protocollo d’intesa fra ANPI e Ministero dell’Istruzione, dall’allora Ministra Stefania Giannini e dall’allora Presidente Carlo Smuraglia. Un percorso che ha visto, nel tempo, i rinnovi del 2017 e del 2020. Anni di impegni durante i quali si sono susseguiti Ministri appartenenti a partiti diversi e sono intervenute diverse trasformazioni organizzative del Ministero stesso. Questo risultato politico e culturale non è una medaglia da appuntarsi, (le hanno già meritate i partigiani), ma la definizione di un impegno civico maggiore. Il protocollo d’intesa, infatti, riconosce ad ANPI il ruolo di: “Offrire alle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado un sostegno alla formazione storica, dalla documentazione alla ricerca, per lo sviluppo di un modello di cittadinanza attiva”. Si prospetta, dunque, una attenzione specifica, perché il rapporto con la scuola è realizzato da chi non ha fatto la resistenza.

Dunque, l’impegno sancito dal Protocollo d’intesa è gravoso quanto stimolante. Ci consegna una responsabilità. La risposta a questa responsabilità è: lavorare per progetti. Lavorare per progetti da proporre alle Istituzioni scolastiche, diventa strategico nel consolidare il nostro ruolo. Progettare significa esplicitare chi siamo, cosa facciamo e come lo facciamo. In altre parole, ci mettiamo in gioco. L’ aspetto strategico del progetto è anche la miglior risposta a chi, ancora oggi, ritiene che ANPI non debba “andare a scuola”. Un progetto segue un percorso specifico: essere valutato e votato dagli insegnanti interessati, dunque, una volontà precisa. Chi attacca ANPI, non rispetta la libera volontà di scelta del corpo docente, sancita tra l’altro dall’articolo 33 della Costituzione repubblicana.

Da questo punto di vista, come ho avuto modo di constatare, i nostri territori progettano e realizzano una mole di iniziative e di attività che mettono in luce enormi capacità e competenze, offrendo un patrimonio culturale e di conoscenze importante e determinante. Attraverso i progetti possiamo finalizzare una lettura della storia non solo come conoscenza del passato – per altro necessaria – ma in particolare come metro di misura per leggere l’emergere di nuove e complesse tendenze razziste, nazionaliste ed autoritarie nella società contemporanea. Un impegno, dunque, a finalizzare progetti per rispondere al bisogno di promuovere la comprensione dei fatti e stimolare, attraverso metodologie specifiche, una coscienza critica, restituendo ai temi storici la loro valenza profonda e la loro capacità di fornire strumenti di lettura dell’oggi.

Il protocollo ha contribuito a stimolare diverse realtà territoriali, affinché si proponessero alle scuole, in particolare nelle zone in cui l’ingresso di ANPI in questi ambienti non era così scontato. In quelle realtà, invece, in cui le collaborazioni avevano già carattere di continuità, è stata l’occasione per sviluppare diversi approcci e modalità, per ampliare e intensificare i rapporti. Attraverso i progetti, l’associazione può mettere a disposizione la sua missione culturale con l’obiettivo di porsi come soggetto attivo che trova realizzazione nel mandato statutario in cui si afferma che “l’Associazione esercita attività aventi ad oggetto educazione, istruzione e formazione, nonché attività culturali di interesse sociale con finalità educativa”. La nostra Associazione sente, dunque, la responsabilità dell’impegno a cui è chiamata a rispondere. Lo sente per la sua storia, come Ente Morale, nella modernità come Associazione del Terzo Settore; lo sente come comunità di cittadini impegnati nella memoria attiva, cioè la parte viva della società. Attraverso il protocollo nazionale si sono realizzati accordi a livello provinciale che hanno definito nuove modalità di confronto e scambio con l’Istituzione scolastica e, soprattutto, l’opportunità di interessanti sviluppi innovativi e realizzativi.

A che punto siamo. Il 21 settembre scade il protocollo in essere. Il 3 novembre 2022 e il 23 febbraio 2023 abbiamo inviato al Ministro due lettere in cui chiedevamo un incontro al fine di formalizzare il comune impegno a “promuovere e sviluppare iniziative di collaborazione e di consultazione permanente al fine di realizzare attività programmatiche nelle scuole e per le scuole volte a divulgare i valori espressi nella Costituzione repubblicana e gli ideali di democrazia, libertà, solidarietà e pluralismo culturale”. Nessuna la risposta. Proprio ieri è stata inviata la terza lettera in cui chiediamo ancora un incontro. In questa terza richiesta proponiamo, a dimostrazione del nostro serio impegno, due modifiche al protocollo al fine di migliorarne un aspetto organizzativo e un aspetto contenutistico. Allegato alla lettera abbiamo predisposto un report delle iniziative realizzate dal 2014 ad oggi, in cui sono sanciti in modo sintetico i risultati ottenuti in tema di partecipazione e condivisione. Nel report, inoltre, è riportato lo schema di premiazione di uno dei concorsi nazionali realizzati, al quale ha partecipato il Presidente della Repubblica. Siamo in attesa, in tempi ragionevoli, di una risposta. In caso contrario, ci muoveremo per informare le Istituzioni: il Presidente della Repubblica, la Presidente del Consiglio. Ci muoveremo anche per coinvolgere l’associazionismo democratico per intraprendere iniziative di diffusione e sensibilizzazione. 

Gli strumenti a disposizione

In questi anni, da quando dal 2012 seguo la formazione, e dal 2014 il Protocollo d’Intesa, ho sempre cercato di rispondere alle richieste dei provinciali e delle sezioni attraverso percorsi di ascolto e di condivisione. Con questo atteggiamento, in linea con le trasformazioni delle offerte educative per la scuola, e in virtù del Protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione, ho realizzato diversi gli strumenti.

ProMemoria (https://promemoria.anpi.it/), nasce proprio dalle richieste di sezioni e Provinciali, in particolare dopo la realizzazione di diversi percorsi formativi. I temi storici hanno incontrato le maggiori richieste: dalla nascita del fascismo alla democrazia (19191948). Da qui la realizzazione della piattaforma multimediale che ha come intento:

- approfondire i temi trattati nei capitoli dei testi scolastici;

- proporre uno strumento accessibile a coloro che vogliono approcciare la storia

Dal sito potrete vedere lo staff composto di storici e gli esperti che hanno contribuito alla realizzazione del progetto: Luigi Ganapini, Isabella Insolvibile, Claudio Silingardi. Successivamente, anche in virtù del Protocollo d’Intesa col Ministero dell’Istruzione, ho lavorato per l’attivazione di una sezione “Didattica” di ProMemoria, da cui si attinge scorrendo l’home page. Questa sezione intende fornire agli iscritti ANPI, ai fini della progettazione scolastica, e ai docenti delle scuole secondarie, strumenti per approfondire tematiche sulla storia del fascismo. I percorsi proposti, che hanno come tema portante “Le violenze del fascismo” sono tutti costruiti su materiale documentario, cioè, presuppongono una didattica di tipo laboratoriale, con le studentesse e gli studenti attivi nella lettura e nell’interpretazione. Dal sito si possono scaricare questi materiali in forma di schede didattiche. Hanno contribuito alla realizzazione delle schede, esperti quali Rossella Ropa e Gianluca Gabrielli.

Dello stesso taglio e proposta didattica le cinque videolezioni, realizzate per l’anniversario della marcia su Roma, in particolare rivolte agli Istituti Superiori, da cui si attinge scorrendo la home page. Queste videolezioni vogliono contribuire, attraverso una dinamicità grafica e contenutistica, a suggerire letture efficaci su come il fascismo ha costruito il suo potere e lo ha mantenuto attraverso un vero e proprio apparato di violenza. Mimmo Franzinelli, Isabella Insolvibile, Giovanni De Luna e Giulia Albanese gli autorevoli e riconosciuti storici-docenti che hanno sviluppato le lezioni. Nell’ultima parte di ProMemoria, si trova la sezione ANPI CulturAttiva (https://promemoria.anpi.it/anpi-culturattiva/). In questa sezione, rivolta ai referenti formazione ANPI nei territori, si raccolgono le esperienze progettuali e laboratoriali realizzate dalle diverse territorialità dell’Associazione. Raccogliere e condividere questi materiali, contribuisce alla costruzione di un patrimonio formativo diffuso. Una formazione che, inserita nello specifico contesto della costruzione della cittadinanza, ritengo sia utile per fornire spunti, analisi e riflessioni. Un grande patrimonio di memorie, di idee e di progetti che, condivisi, possono essere elaborati e approfonditi, per continuare a percorrere la strada dell’impegno civico, tratto distintivo della nostra Associazione. Un vero e proprio “albo online” del patrimonio ANPI. Per questi motivi è necessario accedere attraverso una password specifica che verrà consegnata ai referenti formazione ANPI Provinciali.

ProMemoria è un progetto e una progettualità in sé e può avere diversi utilizzi dinamici anche per rispondere alle diversità di linguaggi che possono intercettare le giovani generazioni. Sia la parte storica, sia la parte didattica, sono fornite di ampie bibliografie e sitografie dedicate e specifiche. È in fase di studio l’inserimento di un percorso musicale, nella logica di ampliare l’offerta culturale di conoscenza del periodo storico trattato.

ProMemoria, infine, può avere due significati: quello storico, a favore della memoria, e quello umano, ricordare per non dimenticare. Storia e umano fanno la differenza: conoscere, capire e scegliere, sono l’antitesi di credere, obbedire e combattere. L’umano che vince sul disumano. Perché continuiamo ostinatamente a definire l’antifascismo come cultura plurale e unitaria di riferimento. Da diversi anni a questa parte ho sviluppato modelli formativi da proporre a insegnanti, enti e Associazioni. Sempre più spesso ci viene chiesto di svolgere il nostro ruolo di portatori di conoscenza su antifascismo, resistenza, Costituzione, contrasto al neofascismo, applicazione della Costrizione all'interno delle organizzazioni democratiche. Le sperimentazioni hanno prodotto buoni risultati con la conseguente produzione di materiali che possono essere messi a disposizione. Le interessanti esperienze realizzate - e altre sono in programma - a favore di insegnanti, sindacato, Unione degli Universitari e Rete Studenti Medi, conferma questa nostra naturale inclinazione. Svolgiamo questo ruolo con la consueta disponibilità e competenza con l’obiettivo di creare, anche proprio per le richieste che ci arrivano, unità e una base culturale e politica indispensabile ad un'azione efficace nella società. Ciò ci permette di costruire una rete di organizzazioni che poi si può muovere a livello cittadino o locale.

Sul sito nazionale ANPI, potrete trovare la specifica brochure “Proposte formative” 

(https://www.anpi.it/proposte-formative), che contiene obiettivi e contenuti di tutte queste proposte. Suddivisi in linee di colori specifici, si può prendere coscienza e conoscenza dell’evoluzione realizzata in questi anni. Opportunamente inseriti, come strumenti fondamentali, anche la “Galassia Nera” e “I libri di Bulow”. Il tutto per tenere insieme la complessità che, in questi anni, ha caratterizzato il lavoro sugli aspetti formativi.

Le urgenze

Non possiamo non fermarci anche sulla attualità, o su quella che diventerà attualità. Per definizione, la formazione risponde a bisogni. Le urgenze sono quelle che possiamo ascrivere alla “Democrazia Costituzionale”. Il tema dell’autonomia differenziata ci sollecita a governare argomenti che non sono di uso comune, per spiegare alla popolazione i rischi di una Italia pensata a pezzi o pezzettini e di come queste scelte incidono sul cittadino, nel concreto e nel quotidiano. Spiegare cosa significa che una Regione possa richiedere più poteri rispetto alle altre su tanti argomenti centrali per la vita dei cittadini, fra cui la sanità, la scuola, l’ambiente, l’energia, il commercio con l’estero, la ricerca scientifica. Dunque, spiegare cosa significa vivere in un Paese frammentato, con disuguaglianze sui diritti dei cittadini e sulle prestazioni dei servizi. Proporre, quindi, il nostro pensiero: un regionalismo solidale, non competitivo, rispettoso della natura una e indivisibile della Repubblica.

Il tema del Presidenzialismo. 

Ad oggi non è chiaro se il governo proponga l’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Capo del Governo. Anche in questo caso, si tratta di rendere avvicinabili alla popolazione temi complessi: lo scardinamento dell’equilibrio di poteri previsto dalla Costituzione, il rischio di un governo autoritario. Spiegare il valore di un Presidente della Repubblica che deve continuare ad essere una figura di garanzia che rappresenta tutti i cittadini e che, se fosse eletto direttamente rappresenterebbe solo una parte degli elettori. Si tratta di spiegare, ad una popolazione sempre più “astensionista” dall’esercizio del voto, che è necessario restituire al Parlamento la sua funzione rappresentativa e i suoi poteri e agli elettori il diritto di scegliere i parlamentari. 

Si tratta di intervenire a favore delle istituzioni, della loro funzionalità e del ruolo che spetta loro in una Repubblica democratica a base parlamentare. Siamo impegnati in un ruolo complicato, gravoso e inserito in tempi complessi: agire su una popolazione in larga parte delusa dalle istituzioni per rimettere al centro le istituzioni stesse, e il Parlamento. Per tutti questi motivi dobbiamo prepararci. Ad oggi abbiamo la disponibilità di due indiscussi esperti a partecipare ad iniziative ANPI: Massimo Villone per i temi dell’autonomia differenziata e Gaetano Azzariti per i temi del presidenzialismo.

Care compagne e cari compagni, care amiche e cari amici, nessuna conclusione, ma un invito, una consapevolezza, un impegno. Siamo una grande Associazione, una risorsa per la democrazia che trae la forza dalle nostre radici. Siamo nella storia e con la storia. Come fu nella lotta al fascismo, nella lotta di Liberazione, nella costituente e nel mantenimento della democrazia nel dopoguerra, siamo impegnati in un processo di trasformazione. In un presente che ci vede parte attiva della società, per affrontare i nuovi e importanti impegni che la storia ci propone. 

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