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01.09.2026 – Sette Martiri

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Buongiorno e benvenuti a tutte e tutti. Saluto con commozione e affetto i parenti delle vittime. Saluto e ringrazio il Sindaco e tutte le autorità presenti. Porto il saluto del Comitato Provinciale di ANPI Parma e delle altre Associazioni partigiane ALPI e ANPC. Il 1 Settembre non è per me come per questa città una data come un’altra, per questo ricordarlo non è retorica e nemmeno più un’azione scontata. Questo è il quinto anno che mi vede presente alle celebrazioni nella veste di presidente provinciale di ANPI Parma e sarà in questo ruolo anche l’ultimo. Dal prossimo anno tornerò a partecipare come semplice cittadino e familiare delle vittime.  Il 1 Settembre di ogni anno noi tutti ricordiamo e celebriamo una delle pagine più nere e ignobili della nostra città: lo facciamo qui, insieme, perché lo facciamo anche fuori da qui, individualmente. Ed è importante avere consapevolezza che nessuno di noi là fuori sia da solo, ma anche che nessuno debba mai restarlo. Da questo barbaro e disumano eccidio Parma, con la sua parte e le sue forze migliori, ha avuto la forza e la dignità di risollevarsi anelando alla Liberazione attraverso quella Resistenza che ha cambiato la storia d’Italia, la storia di ognuno di noi, con la sconfitta del nazifascismo. Vent’anni di lotte antifasciste, anni durante i quali decine di migliaia di italiani sono stati perseguitati, arrestati, confinati, deportati e uccisi perché contrari al regime fascista.

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Ed è importante ribadirlo e ricordarlo per ribadire e ricordare che la libertà e la democrazia non sono doni ma conquiste, raggiunte con la lotta pagando sacrifici durissimi e quindi da mantenersi solo con altrettanta lotta. In questo senso ricordare è militare, battersi e parteggiare. Essere partigiani della memoria in un momento storico in cui i diritti dei lavoratori, delle donne, l'inviolabilità delle persone, dei corpi e della Costituzione stessa sono tornati sotto attacco. In un momento storico in cui si moltiplicano episodi di violenza, inizialmente verbale e poi come sempre fisica, di revisionismo storico, di ricostruzioni fallaci, di manipolazioni disinformative e misinformative indubbiamente criminali, nonché di aperta apologia del fascismo, di programmi politici in manifesta opposizione all’ordine democratico, repubblicano, Costituzionale e soprattutto umano.

È nuovamente il tempo del buio della politica, dell’odio e della paura, è nuovamente il tempo però di anche tutti noi, è il tempo di non cedere, è il tempo di non credere, a chi ha soluzioni semplici per problemi complessi, a chi cerca nemici per calmare l’insoddisfazione che proprio la stessa mentalità chiusa, gretta e miope ha causato. È il tempo, permettetemi, di alzare lo sguardo, alzarlo per vedere che in alto stanno i nostri problemi e allo stesso tempo per scostarli nel guardare all’orizzonte che ci chiede di essere curato e poi ammirato. Ma è il tempo anche di abbassarlo finalmente questo sguardo per vedere chi di quei problemi soffre veramente, chi non ha mai smesso di subire una società basata sullo sfruttamento, sulla gerarchia, chi è costretto dalle cinghie dei circuiti culturali, informativi, lavorativi di classi sociali destinate e predestinate a mondi diversi, apparentemente inconciliabili le cui implicazioni vengono troppo spesso ignorate.

Sta a noi ricostruire i fili della sofferenza nel darle un’origine e un nome comune, e non possiamo farlo senza ricordare e commemorare chi, dal fondo di queste classi, dalla miseria e dalla sofferenza, non ha mai perso la dignità, la lucidità, la consapevolezza e il coraggio per metterci oltre a tutto il resto anche la propria vita, anche la propria morte. E andrebbe ricordato anche a chi oggi siede su scranni pagati col sangue, non lo stesso di chi li occupa, così come ad ampie fasce del nostro paese, come fa Bernardo Bertolucci sul finire di Novecento, che  i fascisti sono sempre stati e sempre saranno dalla parte dei padroni. Oggi, come il 25 aprile, come sempre, è invece doveroso, necessario, parlare apertamente di antifascismo. E farlo, oggi, non è come vogliono farci credere roba vecchia, “storia superata”, è guardare il presente con le lenti di coloro a cui è stato tolto un futuro e a cui per questo è inaccettabile tentare di cancellarne anche il passato.

Celebrare oggi questo giorno significa non permettere a nessuno di riscrivere la storia antifascista di questo Paese. Perché il fascismo non è di certo finito il 25 aprile 1945. È stato battuto, certamente, ma non sconfitto. Sergio Mattarella in visita alcuni anni fa ad Auschwitz-Birkenau non casualmente pronunciò queste parole: “Coltivare la memoria, contrastare odio, pregiudizio e indifferenza, non sono impegni dai quali si può deflettere, soprattutto adesso”. Perché l’odio, il pregiudizio, il razzismo, l’indifferenza, la violenza, la volontà di potenza sono in agguato, sfidano in permanenza la coscienza delle persone e dei popoli. E per questa ragione non può essere ammesso nessun cedimento alle manifestazioni neofasciste di intolleranza e di violenza, nessun arretramento nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, base per la pace e per la giustizia sociale.  Siamo qui oggi a rendere omaggio e fare memoria dei 7 antifascisti, cittadini inermi torturati a lungo con atti di una violenza e di una disumanità inaudita da parte della brigata nera, perché è bene ricordarlo ancora una volta, questo è un eccidio perpetrato da italianissimi fascisti.

Al tempo stesso ricordiamo anche i milioni di cittadini assassinati da un regime sanguinario come quello nazista che, con la complicità dei regimi fascisti europei e dei padri politici di chi oggi si definisce falsamente patriota, consegnarono propri concittadini alla morte, macchiandosi di crimini  orrendi contro l’umanità. Il 1 Settembre è quindi coltivare. Onorare. Preservare. E le istituzioni hanno il dovere di onorare e preservare la memoria del sacrificio delle antifasciste, degli antifascisti, delle partigiane, dei partigiani e di tutte le vittime del nazifascismo. Ma hanno anche il dovere di non disperdere tale sacrificio, insieme a tutti noi, perché le istituzioni siamo noi, dobbiamo essere noi, rivendicare di esserne gli unici referenti. Come facciamo ogni anno ormai da molto tempo torniamo qui oggi non per adempiere a un rituale, ma per rispondere a un’esigenza profonda che sentiamo rinnovarsi continuamente in noi. Nessuno ci obbliga. Nulla ci spinge, se non il richiamo insopprimibile che proviene dalle radici fondanti dell’antifascismo, del nostro pensare e del nostro agire, che qui affondano nel terreno fertile della testimonianza. Il bisogno di ritornare alla sorgente del nostro esistere come uomini liberi e come persone, che qui sgorga dai segni lasciati dalla Storia.

Siamo liberi di pensare e di agire, perché da oltre ottant’anni ci nutriamo dalla linfa di queste radici. Possediamo la dignità di “persone”, perché da oltre ottant’anni beviamo l’acqua di questa sorgente. Per questo siamo tornati e continueremo a tornare. Per questo non ce ne andremo mai. Abbiamo bisogno di riempire un vuoto di empatia per i più deboli. Abbiamo bisogno di umanesimo, soprattutto se l’altro da noi è perseguitato, cacciato dalla sua casa o privo di casa, deportato, disumanizzato. Questa è l’impronta che ha segnato la parte migliore della nostra civiltà. La parte peggiore la conosciamo forse di più ed è fatta di guerre, stragi e genocidi. È fatta da quella parte di persone e quindi di istituzioni che non riconosce i crimini e i misfatti perpetrati dal regime fascista e ritiene di non dover presenziare mai e sottolineo mai, alle celebrazioni in ricordo di chi ha sacrificato la propria vita per tutti quanti, e non solo per i suoi.
Per chi cerca una curiosa riappacificazione, autoponendosi peraltro dalla parte dei fascisti e quindi fuori da questa Repubblica sarà ben contento di scoprire come qui si ricordano indelebilmente e lucidamente tutte la parti, ben in grado però di stare nella realtà (anche quella passata, non si preoccupi la presidente del Consiglio) e di distinguere tra chi moriva per opprimere e chi invece per liberare, per resistere e per esistere.

Solo dalla memoria del nostro passato possiamo trarre la forza per opporci a nuovi crimini inenarrabili contro l’umanità e per avanzare di questa un’ idea inedita e alternativa, forse l’ultima che ci è concessa. 

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25.8.2026 – Commemorazione Mariano Lupo

ORAZIONE UFFICIALE Dott. Davide Conti

riprese Diego Bigi


Giulio Varacca Comitato Provinciale ANPI Parma

Gent.mi familiari di Mariano, Sindaco Guerra, Autorità, Amici, Compagni, a voi tutti giungano i saluti del Comitato Provinciale ANPI Sono passati 54 anni da quell'estate. Allora l'Italia era attraversata da un profondo risveglio sociale e dalla richiesta di dignità, emancipazione, libertà. Si chiedeva la piena applicazione della Costituzione nella realtà quotidiana. Impegno, per altro, che resta ancora attuale E così a caratterizzare la decade degli anni Settanta arrivarono lo Statuto dei Lavoratori, la legge sul divorzio, ribadito anche referendum popolare, e fu la prima volta, e ancora le tutele per la maternità, gli asili nido pubblici, la riforma del diritto di famiglia, la nascita delle Regioni, il Servizio Sanitario Nazionale. Non furono conquiste concesse dall'alto, ma frutto della straordinaria spinta delle lotte dell’Autunno Caldo del movimento operaio, dei movimenti studenteschi, delle lotte straordinarie del femminismo, del sindacato, dei partiti progressisti. Ma proprio mentre la democrazia avanzava, la reazione eversiva non tardò a manifestarsi.

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Quando alle domande di riscatto e di emancipazione non si seppe oppure non si volle rispondere sul piano politico, la risposta delle forze reazionarie divenne quella che Antonio Gramsci aveva individuato come fondante e identitaria del fenomeno fascista: la violenza.

E così alle domande di dignità, di emancipazione, di lavoro si rispose con le pistole;

alle domande di giustizia sociale con le bombe; 

alle domande di partecipazione democratica con la paura.


È da qui che dobbiamo partire per comprendere l'omicidio di Mariano Lupo.


Mariano è un ragazzo di soli 19 anni, operaio edile, emigrato a Parma per trovare paga e dignità nel lavoro. Lavoro che non trova nella sua Sicilia. Le istanze di quei giorni sono le sue e le rivendica militando nella sinistra extraparlamentare, in Lotta Continua, con la forza di quel pensiero comunista che insieme alle culture cattolica, socialista, liberale e azionista repubblicana, ha sconfitto il nazifascismo e scritto - scritto!  e vale la pena ricordarlo sempre - la nostra Carta costituzionale.

E quello di Mariano — "Mario" per i Compagni — è un impegno quotidiano. Un impegno ben noto ai fascisti, tanto che un mese prima, il 28 luglio, lo aggrediscono per la partecipazione alle denunce contro lo squadrismo nero. Denunce contro violenze fisiche, contro gli attacchi alle sedi antifasciste della città, compreso l’attacco con bottiglie incendiarie all’ospedale psichiatrico di Colorno, allora occupato da studenti e lavoratori. Occupato la dignità dei malati ! Sono gli anni di Basaglia, Tommasini, della legge 180 

Di fronte a questa spinta democratica, che vede tra i suoi protagonisti anche Mariano, scatta la risposta fascista. E Mariano viene riconosciuto, aggredito e assassinato, secondo la consueta prassi squadrista: il branco contro uno. Solo, indifeso. Per quel delitto verranno inquisiti e condannati, fascisti locali, militanti del MSI  vicini ad Ordine Nuovo.


Come stabilirà la sentenza definitiva, in modo chiarissimo: si trattò di omicidio politico. Questo significa per noi Mariano Lupo

Ed è per questo motivo che la scelta effettuata dall'Amministrazione Comunale di Parma di intitolare una strada a Mariano, proprio nei pressi del luogo in cui fu barbaramente ucciso, è un atto dal grande valore simbolico e profondamente antifascista. Atto doveroso, ma per il quale ringraziamo con trasporto: perchè è tutta la città di Parma, medaglia d’oro per la Resistenza, che riconosce formalmente e ufficialmente il sacrificio di questo giovane operaio, consacrando la sua memoria a nuova figura della Resistenza democratica del Paese, un vero e proprio "nuovo partigiano" di diritti e libertà.

Ecco che ricordare Mariano Lupo – anche nella toponomastica della nostra città – non è un tributo nostalgico. È un dovere politico e civile che parla direttamente al nostro presente. 

Mariano ci parla di allora, certo: degli anni Settanta, quando lottava per un paese più giusto e l’eversione nera colpiva per impedire che la Costituzione entrasse nelle fabbriche e nella società. 

Ma Mariano ci parla di oggi, invitandoci a lottare per impedire il tentativo sistematico di svuotare, quella stessa Carta, dall'interno.

Guardiamo all'Italia di oggi con profonda preoccupazione. Assistiamo a un disegno coordinato e strutturato che intende scardinare l'architettura della nostra Repubblica e riscrivere il patto sociale nato con la Costituzione. 

Si pensi ai tentativi di riscrittura dell'assetto istituzionale e alle tentazioni di leggi elettorali maggioritarie e truffaldine.

Riscrittura con cui si punta a concentrare il potere nell’esecutivo, riducendo la centralità del Parlamento - immaginandone evidentemente il superamento - ed assegnando la rappresentanza democratica a mero orpello.

Ma ciò che inquieta di più è la parallela compressione degli spazi di confronto democratico. Attraverso un uso distorto, quasi patologico, della decretazione d'urgenza, dei cosiddetti "decreti sicurezza", si sta costruendo un clima di penalizzazione e criminalizzazione del dissenso sociale. 

Si risponde con il codice penale e con le strette repressive a chi protesta per il clima, a chi sfila per il lavoro, a chi esprime un'idea diversa di società, a chi lotta per la Pace, contro la Guerra, contro il genocidio a Gaza! Si vuole una cittadinanza silenziata, passiva, addomesticata.

E a questa stangata contro le libertà democratiche si accompagna un’offensiva culturale e revisionista, che parte dalla gogna mediatica dei social, ed arriva ad investire, in modo assai più preoccupante, i vertici stessi dello Stato.


Con la consueta calma e pacatezza che ci distingue, ma con altrettanta, necessaria fermezza e lucidità, avvertiamo il dovere civile di denunciare questo grave e continuo tentativo di revisionismo storico. 

Affermare che il giudizio sul fascismo sia variabile, quasi dipendesse dallo sguardo di chi c’era allora o dalla prospettiva di chi osserva oggi — come dichiarato di recente dalla Presidente del Consiglio — rappresenta un’affermazione gravissima e del tutto inaccettabile. Ridurre la pagina buia del Ventennio a una semplice questione di percezione temporale significa tentare di assolvere una dittatura che ha soppresso la libertà, distrutto la democrazia, perseguitato con torture e omicidio gli oppositori, emanato le leggi razziali e trascinato l'Italia nella tragedia della guerra.

È la stessa impostazione ideologica che ritroviamo nelle riletture degli accadimenti di Viale Abruzzi a Milano dell’agosto ‘44, oppure nei preoccupanti inviti a proseguire ipotetiche e strumentali piste d'indagine sulla strage di Bologna — questa volta ventilate dal Presidente del Senato — che ignorano le verità processuali definitive sulla matrice neofascista, infangando il lavoro della magistratura e la memoria delle vittime. 

Fino ad arrivare alle farneticanti dichiarazioni di un consigliere comunale di Genova, volte ad attribuire presunti meriti nella salvezza del porto alla Xª MAS: reparto criminale responsabile di torture, esecuzioni sommarie e spietati rastrellamenti contro partigiani e civili.

Tentativi maldestri di alterare la verità che abbiamo visto applicare, purtroppo, anche a fatti accaduti lo scorso ottobre proprio nella nostra città. Di fronte alle canzonacce fasciste sbraitate dentro e fuori la sede locale di Fratelli d'Italia, sempre il presidente del Senato ha avuto l’ardire di derubricarli ad una marachella di semplice "folklore".

No, non è folklore!

Non sono folklore i canti nostalgici del ventennio! Non è folklore celebrare la marcia su Roma. Non è folklore l'apologia del fascismo. E non è folklore quella violenza ideologica e materiale che oggi si ripropone, come nel recente vile tentativo di incendiare la sede del Fronte Comunista nell’Oltretorrente di Parma. Non è folklore, bensì la stessa matrice culturale del ventennio.

Una offesa alla storia antifascista di questa città, una ferita alla memoria di chi per la democrazia ha dato la vita, sulla Barricate e nella Resistenza, prima; ed anche di chi oltre cinquanta anni fa si oppose a quelle violenze, come Mariano Lupo. E per questo abbiamo il dovere civile di non tacere. 

Ci chiede di non tacere anche Mariano con il suo sacrificio. Sacrificio di un ragazzo di 19 anni, immigrato nella nostra città, un militante, che lottava per il riscatto, dignità e emancipazione, caduto, per mano fascista.

Un sacrificio che impone il rispetto e la consapevolezza che Parma era -  è - e resterà, città Antifascista ! 





Mariano Lupo 2026-08-25

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5.8.2026 – Commemorazione Barricate 1922

Andrea Rizzi Responsabile Memoria CGIL Parma



Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Care cittadine, cari cittadini, ci ritroviamo oggi in un luogo simbolo di una memoria che appartiene non soltanto alla storia di Parma, ma alla storia della democrazia italiana. Sembrerà retorico e banale ciò che sostengo, ma in questo momento storico è sempre più necessario ribadire che celebrare le Barricate del 1922 significa rendere omaggio a donne e uomini che, in un momento decisivo, scelsero di non voltarsi dall'altra parte. E questo non deve diventare retorico e banale perché c’è molta differenza tra avere il coraggio di scegliere di militare da una parte piuttosto che un’altra come hanno scelto persone del popolo: operai, artigiani, commercianti, madri, giovani, anziani, abitanti dei rioni dell’Oltretorrente, persone diverse per provenienza, estrazione sociale, mestiere e idee, unite però da una convinzione più forte di ogni differenza: quella che la libertà meritasse di essere difesa. [...]

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Le Barricate non furono soltanto un'opera costruita con pietre, carri, mobili, legno, lastroni divelti dalle strade e dai marciapiedi e tutto ciò che il popolo aveva a disposizione, furono un'opera costruita con il coraggio. Furono la dimostrazione che una comunità, quando si riconosce nei valori della giustizia, dell'equità e della dignità umana, può diventare più forte della paura. Dobbiamo cercare di ricreare questo senso di Comunità anche a partire dai quartieri, in un’ottica identitaria in cui l’identità è tale solo se sa relazionarsi, contaminarsi, aprirsi, in grado dunque di proiettarsi verso un’idea di forte collettività e condivisione. In quei giorni dell'agosto 1922,

Parma mostrò all'Italia e all'Europa che il fascismo non era inevitabile. Che all'arroganza della violenza e della protervia si poteva opporre la forza della solidarietà. Che all'odio si poteva rispondere con l'unità. Che la rassegnazione non era l'unica scelta possibile.

Le donne e gli uomini delle Barricate ci hanno lasciato un'eredità preziosa. Non ci hanno consegnato soltanto il ricordo di una battaglia, ma un esempio di responsabilità civile. Ci hanno insegnato che la libertà non è un dono acquisito per sempre, ma una conquista quotidiana, che richiede attenzione, partecipazione e coraggio.

Oggi non siamo chiamati a costruire barricate con materiali di fortuna. Le nostre barricate sono diverse, ma non meno necessarie. Sono le barriere che innalziamo contro l'indifferenza, contro l'ingiustizia, contro ogni forma di discriminazione, contro il linguaggio dell'odio, contro la cultura della sopraffazione. Sono le difese che costruiamo quando scegliamo il dialogo invece della violenza, quando proteggiamo i diritti di chi è più fragile, quando difendiamo la verità dai tentativi di manipolazione, quando ci assumiamo la responsabilità di essere cittadini e non semplici spettatori.

Anche oggi esistono sfide che mettono alla prova la qualità della nostra democrazia. Esistono nuove paure, nuove divisioni, nuove tentazioni di cercare risposte semplici a problemi complessi. Ed è proprio in questi momenti che il ricordo delle Barricate acquista un significato ancora più profondo.

Ci ricorda che la forza di una comunità non nasce dall'esclusione, ma dall'inclusione.

Non dalla chiusura, ma dalla partecipazione.

Non dall'individualismo, ma dal senso di appartenenza.

Appartenere a una comunità significa riconoscere che il destino di ciascuno è intrecciato con quello degli altri. Significa sapere che la libertà dell'uno dipende anche dalla libertà dell'altro. Significa comprendere che la giustizia non è un privilegio da difendere, ma un bene comune da costruire insieme.

Le Barricate del 1922 ci parlano ancora perché furono il simbolo di una città che non accettò di rinunciare alla propria dignità. Una città che comprese come il coraggio non fosse l'assenza della paura, ma la capacità di scegliere ciò che è giusto nonostante la paura.

Per questo oggi il nostro ricordo non può essere soltanto commemorazione. Deve essere impegno. Impegno a custodire i valori costituzionali che da quella stagione di lotte hanno trovato piena realizzazione.

Impegno a difendere la democrazia ogni volta che viene indebolita dalla disinformazione, dall'intolleranza, dalla violenza o dall'indifferenza. Impegno a trasmettere alle giovani generazioni non soltanto i fatti della storia, ma il loro significato.

Le Barricate ci insegnano che nessuno costruisce il futuro da solo. Si costruisce insieme, come insieme furono costruite quelle difese improvvisate che divennero il simbolo di una resistenza morale prima ancora che materiale.

Che questa memoria continui a essere una guida.

Che il coraggio di allora alimenti la responsabilità di oggi.

Che il senso di comunità che rese forte Parma nel 1922 continui a ispirare il nostro cammino.

E che, ogni volta che saremo chiamati a scegliere tra indifferenza e partecipazione, tra paura e solidarietà, tra egoismo e bene comune, sapremo essere degni dell'esempio che quelle donne e quegli uomini ci hanno lasciato.

Perché le Barricate non appartengono soltanto al passato.

Sono una responsabilità affidata al nostro presente.

E saranno una speranza per il futuro.

Viva Parma, viva la libertà, viva la democrazia.

Viva le barricate che si oppongono alla violenza fascista vecchia e nuova.

Per citare le parole di Albertina Soliani: “I capi stanno facendo deragliare il mondo. Solo i popoli possono fermarli. Noi siamo i popoli.”

Balbo, té pasé l’Atlantic mo miga la Pärma!


Carmen Motta Presidente Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea Parma

Ringrazio per il consueto invito CGIL Parma. Saluto , anche a nome di Isrec, Il Sindaco Guerra , il Consigliere Torreggiani in rappresentanza della Provincia, Nicola Maestri in rappresentanza delle Associazioni Partigiane e tutti/e voi presenti. 104 anni dall'agosto 1922. I fatti sono testardi, lo credo da sempre, ce lo insegna la storia. E questo monumento ce lo ricorda con i nomi dei protagonisti di allora, persone, quindi vite vere, che non si arresero, non accettarono il dato di realtà della marcia inarrestabile del fascismo nel paese. Illusi? Inconsapevoli? Non penso, certamente non chi guidava, come Guido Picelli, la rivolta contro Italo Balbo e il numero soverchiante delle sue milizie squadriste responsabili, da tempo, di aggressioni efferate contro lavoratori, civili e antifascisti. [...]

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Quegli "Arditi" ci credettero, ci provarono, chiesero al popolo dei quartieri popolari di stare unito, unito!!, di vincere la paura, di lottare per tutta la città!! E vinsero. Una battaglia, certo, fu per poco, ma posero le basi, le radici della successiva resistenza antifascista.

Le Barricate del '22 furono l'evento politico-sociale più carico di valore simbolico per la storia di Parma del '900 e lo divennero per l'Italia, mirabilmente onorato da Attilio Bertolucci nella poesia incisa su queste lastre, il cui verso finale " vincenti per qualche giorno vincenti per tutta la vita" ci ricorda, per sempre, che nella sciagurata estate del 1922, preparatoria della lunga nera notte della dittatura, da Parma arrivò il monito che si doveva lottare per riconquistare la democrazia, la libertà, i diritti inalienabili della persona, diffondendo semi profondi per il riscatto dell'Italia.


Ieri, oggi, domani, cosa ci comunicano quei fatti "testardi" del '22?

Quale il loro valore?

Come possono parlare alle giovani generazioni?


Con un "fatto" fondamentale certo, che la storia ci consegna; paura, ignoranza, egoismo, disumanità, poteri assoluti, fanno implodere il mondo. Tutto, senza eccezioni.


Agli smemorati, ai pifferai dell'odio, ai negatori della nostra storia, e non solo, ai commentatori pelosi che non vogliono pronunciare parole nette, pur ricoprendo alti ruoli istituzionali, a loro ribadiamo e ribadiremo che l'antifascismo, la Resistenza, la Costituzione sono il frutto corale di vite umane che ci hanno creduto fino alla morte, che non si sono arrese, che hanno sperato senza alcuna certezza sul proprio e altrui destino, con la straordinaria consapevolezza, però, che il loro impegno e la loro lotta sarebbero stati decisivi per il futuro.


La nostra Costituzione è il fatto inequivocabile della loro vittoria per tutti/e. Senza se e senza ma.

Il faro che ancora ci guida e, perchè no, ci conforta in questi tempi di memoria labile e di scarsissima coscienza morale prima ancora che politica e storica.

E' la sfida di sempre che raccogliamo anche oggi con passione civile e amore, sì amore, per l'Italia democratica e un mondo più umano.


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Giacomo Ferrari a 50 anni dalla scomparsa

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI di Parma  

È con grande rispetto e commozione che personalmente mi approccio a questo ricordo di Giacomo Ferrari, il Comandante “ARTA”, e lo faccio portandovi il saluto convinto di tutto il Comitato Provinciale di ANPI Parma.

La storia dei popoli e delle nazioni è anche storia di persone, allo stesso modo che l'evolversi della vita degli individui, con più accentuazione per alcuni di essi, accade sotto la spinta di avvenimenti che riguardano l'intera società. [...]

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L'esistenza di Giacomo Ferrari è esemplare sotto questo aspetto. Il suo formarsi come uomo, il suo agire in un lungo arco di tempo - tre quarti del secolo scorso e la fine del precedente - ci mostrano un continuo intreccio con le vicenda di Parma e dell'Italia: una guerra coloniale, due guerre mondiali, l'avvento di una dittatura, il riscatto da essa, la ricostruzione del Paese, l'avvio di un'epoca di pace laboriosa.

Cinquant'anni fa ci lasciava l'uomo che attraverso il suo emblematico esempio ci ha donato una grande eredità, quella della strada da seguire, dell'esempio cristallino da imitare. Leggendo la sua testimonianza, i suoi ricordi, se ne trova traccia anche nel recente libro scritto dal pronipote Fabio Pasini, nel suo “Una biografia sentimentale”, Ferrari descrive in maniera puntuale e aderente ciò che ogni individuo dovrebbe pretendere da sé stesso, quando dice: “Ritenevo che la prima cosa che dovevamo fare noi, che intendevamo criticare la società e cercare di modificarla, era dimostrare che sapevamo compiere il nostro dovere e poi chiedere agli altri di dare e fare quello che noi dicevamo dovessimo dare e fare”.

Un valore, quello di Giacomo Ferrari, esemplare, che tocca il suo punto apicale in occasione dell'uccisione del figlio Brunetto quando, nonostante il dolore straziante, si preoccupa della vita e della sicurezza dei suoi partigiani e poi, a poco più di un mese di distanza, la vigilia di Natale del 1944, divide lo scarso rancio con i prigionieri fascisti. Un gesto che descrive limpidamente la cifra dell'uomo.

Giacomo Ferrari è stato un autentico uomo delle istituzioni. Proviamo a pensarlo Prefetto subito dopo il 25 Aprile del 1945, poi uno dei Padri costituenti eletto appunto alla Costituente, quindi Senatore, Ministro dei Trasporti nel II e III Gabinetto De Gasperi, per poi assumere l'incarico di Sindaco della città di Parma dal 1951 al 1963, apportando modifiche tangibili sul tenore di vita, soprattutto delle classi meno abbienti.

Mi consentirete una piccola parentesi affettiva e famigliare, perché nel maggio del 1961 in Municipio a Parma, il Sindaco Ferrari, unirà in matrimonio mio padre Armando e mia madre Iride, figlia di Eleuterio, martire della Resistenza. Un ricordo intimo questo, che mi accompagna fin dalla tenera età. Non mi scuso per questa concessione al richiamo della nostalgia che è un sentimento insopprimibile fino a quando l'essere umano conserverà la coscienza di avere un passato. Essa però può essere sterile e addirittura ostacolare la trasmissione delle esperienze da una generazione all'altra quando si esaurisce nel rimpianto dei tempi andati, visti come carichi di virtù e paragonato a un presente foriero di ogni corruzione e ogni vizio. Ma la nostalgia non è solo amore, a volte struggente, per il nostro passato, è anche stimolo alla comprensione storica. E la parabola su questa terra di ARTA lo ha dimostrato plasticamente.

Per tornare proprio al suo percorso, dopo questa significativa esperienza da Sindaco, Giacomo Ferrari ritorna in Senato e mantiene l'incarico di vicepresidente della Commissione Trasporti fino al 1970, quando abbandona l'attività politica.

La vita di Giacomo Ferrari ha attraversato il cosiddetto “secolo breve” come una cometa luminosa, come quel faro che illumina i nostri caduti che non sono mai morti, per utilizzare le sue stesse parole. Come dimenticare l'orazione funebre che Giacomo Ferrari tenne in occasione dei funerali di Mariano Lupo, il giovanissimo ragazzo di Lotta Continua, ucciso brutalmente da alcuni neofascisti nel 1972. Un'orazione tenuta davanti a più di quarantamila persone, che rappresenta ancora oggi una lezione perenne di umanità e un lascito morale unico e insostituibile. Ma oggi, la sua vicenda, ci offre l'opportunità per gettare una luce e riflettere a fondo sul fenomeno che ha caratterizzato drammaticamente il Novecento, mi riferisco al fascismo, il grande rimosso del nostro Paese.

Se ne parla sempre ma non se parla mai davvero. Attualizzato o sminuito, sempre e comunque in qualche modo travisato da forme di revisionismo più o meno subdole. Ma il fascismo, come anche Arta ci ha così bene dimostrato, è stato qualcosa di molto più complesso e di ben più inquietante; e aguzzando la vista oggi lo potremmo scovare dove meno ci si aspetterebbe di trovarlo.

Abbiamo la fortuna di avere in eredità storie come quelle di Arta, ma anche di tante vittime del fascismo, che attraverso le loro drammatiche esperienze, hanno visto la nascita del regime a volte in presa diretta. Ci sono scritti illuminanti dedicati ad esempio da Antonio Gramsci all'ascesa del regime fascista. Scritti che ne rilevano i legami con le grandi trasformazioni che attraversano le società capitalistiche, e che mettono al centro le classi sociali, i tempi della storia, le forme del comando e i processi di modernizzazione. Scritti che mostrano l'evoluzione di un pensiero d'avanguardia, sempre vigile e acuto malgrado l'isolamento e le sofferenze della prigionia e della guerra. E sono proprio questi i pensieri a cui tornare ogni volta, per sorprendersi di quanto possano continuare a parlarci con la stessa attualità. Tutto ciò per ribadire con forza che per nostra fortuna abbiamo avuto saggi e illuminati pensatori, nati sul finire dell'ottocento, che continuano,

nonostante il tempo trascorso, a possedere il pregio della contemporaneità e la potenza del dono di offrirci profondi spunti di riflessione.

Giacomo Ferrari, uno dei figli più gloriosi e meritori della nostra città, è senza ombra di dubbio uno di questi uomini.

Ed è proprio questo il significato della sua lezione e di quella che definiamo la memoria storica, della quale da più parti si lamenta l'offuscamento e che comporta, laddove questa tendenza non sia contrastata, il dissolvimento della coscienza politica di un Paese, la perdita del senso della solidarietà nazionale, la brutale colonizzazione della sua cultura. Un popolo di “senza storia”, manipolabile e assoggettabile mediante le tecniche della comunicazione di massa, è condannato a perdere la propria autonomia, vale a dire la propria capacità di pensare e di decidere anche quando se ne rispettino le libertà formali.

Concludo.

Ricordare la figura e l'opera di Giacomo Ferrari non è perciò soltanto un atto di dovuta gratitudine, è anche un atto di fede nei valori dei quali e per i quali è vissuto e che hanno dato nuovo alimento alla tradizione che ha dato gloria a Parma e alla sua provincia conferendole un posto

d'onore nella storia nazionale del nostro Paese.

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80° anniversario dell’eccidio Piazza Garibaldi – 2

Carmen Motta  
Presidente Istituto Storico della Resistenza
e dell' Età Contemporanea
Parma 

Grazie Presidente, saluto le autorità civili, militari, le associazioni partigiane e combattentistiche i familiari; un grazie particolare a Nicola Maestri, presidente Anpi Provinciale, che mi ha proposto di intervenire nell’80’ della commemorazione dei martiri di piazza Garibaldi quale Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma. E’ per me un onore e porto il saluto di tutto l’istituto.

L’eccidio che oggi commemoriamo, quando fu commesso, scosse profondamente tutta la popolazione di Parma per l’efferatezza e la ferocia che si abbatté sui corpi dei 7 “martiri”, martiri appunto anche per questo, con una selvaggia e inaccettabile violenza; quegli avvenimenti  vivissimi nella coscienza civile della città, ferita e traumatizzata per come il regime fascista avesse raggiunto un apice inimmaginabile nell’infliggere torture, morte, privazione delle libertà personali. [...]

continua

[...]

E’ questa “coscienza” civile che non dimentica la spinta profonda per cui ogni anno istituzioni democratiche, familiari e cittadini vogliono riaffermare il loro ricordo pubblico.

Ma la memoria non è, e non può essere, solo doveroso ricordo; è soprattutto impegno nel sollecitare conoscenza, ricostruzione storica e adesione a quei valori conquistati, mai scontati, a fondamento della convivenza di una comunità che vi si riconosce e li sente propri.


La marcia del tempo, inesorabile, ottunde, cancella, affievolisce, mitiga sentimenti, emozioni, fatti, quasi non fossero mai esistiti, allontana consapevolezze e certezze.


I nostri giovani, ma non solo loro, conoscono il tempo breve drammatico vissuto dai 7 martiri? E’ storia che a loro appartiene?

Dubito, anzi temo di no.

Voi oggi presenti qui, al contrario, e io stessa, quei fatti li ho sentiti raccontare in famiglia, li ho “vissuti” attraverso la testimonianza e il dolore del racconto di chi invece li subì; abbiamo avuto questa straordinaria opportunità e tanti di noi, nati non molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, sono stati spinti a conoscere, studiando, leggendo la “storia” del nostro paese, del nostro territorio, nel ventennio della dittatura, a capire cosa fu la Resistenza, la Liberazione, la nascita della nuova repubblica e della democrazia.

Ricordiamo, allora, insieme ciò che avvenne.


Per questa mia sintetica ricostruzione indispensabile e prezioso il volume del 2003 “L’ultima notte di agosto. Il martirio di Giuseppe Barbieri.” di Marco Minardi.

Era l’ultima notte di agosto del 1944. Nel primo pomeriggio del 31 alcuni partigiani ( Giovanni Boni “il Monello” e altri non identificati successivamente) avevano ucciso, vicino al macello pubblico di allora, due fascisti della Brigata Nera di Parma, Luigi Gonzaga di San Secondo e Brenno Monardi detto “Bragòn” di Parma, particolarmente inviso alla popolazione dei borghi popolari ( per inciso Monardi si era schierato contro Balbo nelle Barricate del 1922 un significativo cambiamento!), e, forse, ma non ci sono riscontri storici certi, anche un militare tedesco.


L’uccisione dei due fascisti della B.N. avvenne in un momento in cui era in corso una forte rappresaglia contro gli ambienti antifascisti in città, in particolare nei quartieri popolari dei Capannoni del Cristo e in Oltretorrente.


Vincenzo Ferrari, Eleuterio Massari, Gedeone Ferrarini, Ottavio Pattacini, Afro Fanfoni, Bruno Vescovi, Giuseppe Barbieri , ormai privi di forze per le violenze subite, furono trascinati, all’alba del primo settembre, alla fucilazione in piazza Garibaldi.


I corpi scaricati, come stracci, e abbandonati davanti ai cancelli della Villetta, il cimitero cittadino, con divieto delle autorità di rimuovere le salme.

Il monito; nessuna pietà per i “sovversivi”; guardate, di questo siamo capaci. Se cadete nelle nostre mani vi massacriamo.


Incaricati dell’esecuzione miliziani della B.N. di Parma, con qualche elemento giunto appositamente dalla provincia; prima un vanto da rivendicare e poi, negli anni dei processi, un gesto da rinnegare, scaricando sui superiori la responsabilità. La vigliaccheria dei violenti.


Per i vertici fascisti della città il Federale Romualdi, Patterozzi capo ufficio politico, Maestri il comandante, risultò intollerabile che gli antifascisti resistenti osassero colpire nel centro abitato della città. Ne andava del loro prestigio.


Partì la rappresaglia nei quartieri popolari e si scelsero le vittime, per la vendetta, nei luoghi di tortura della B.N. di via Walter Branchi, vicino a strada delle Orsoline.


Ricordiamo chi erano i 7 martiri: Eleuterio Massari, 41 anni, merciaio ambulante dell’Oltretorrente, arrestato dieci giorni prima del supplizio da parte della B.N. di Parma guidata da “Bragòn”.


Comunista, fratello del ricercato gappista di Parma, Attilio Massari, detto “Bulen”, imprendibile.


La moglie Lidia, ricevuta dal Maestri della B.N., inutilmente lo implorò: Eleuterio non si era mai occupato attivamente di politica, era ammalato.

Nessuna pietà.


Ottavio Pattacini, 38 anni, comunista, ferroviere
, finito in una retata della B.N. di quei giorni. Sua moglie Anna era incinta dell’ottavo figlio. Anche lei supplicò clemenza. Nessuna pietà.


Bruno Vescovi, 18 anni, partigiano della 31’ Brigata Garibaldi Copelli, tipografo
, catturato a casa in b.go Sorgo in Oltretorrente perché ferito durante un rastrellamento in montagna. Una soffiata lo fece arrestare.

Nessuna pietà.

Afro Fanfoni da tempo in carcere, 40 anni, contadino della bassa parmense, anarchico, arrestato dalla B.N. su indicazione dei fascisti locali.

Nessuna pietà.

Giuseppe Barbieri, avvocato, arrestato privo di documenti, ma la sua identità e il suo ruolo nella Resistenza erano noti alla B.N.; “Basileus” il suo nome di battaglia, era un eccellente cospiratore, dedito, con grande capacità e intelligenza, allo sviluppo della lotta armata per la sconfitta del nemico.

Tutti i dirigenti della Resistenza erano consapevoli di quanto importanti fossero per il nemico. Atrocemente torturato per settimane nulla rivelò sulla organizzazione del movimento clandestino e i nomi di chi collaborava con lui. Fu un eroico silenzio che salvò i suoi compagni e per questo nessuna pietà.

A loro si aggiunsero Gedeone Ferrarini e Vincenzo Ferrari, prelevati dalle carceri tedesche in Cittadella.

Gedeone Ferrarini, 39 anni, abitava a Valera, commerciante di burro e latte dirigeva l’azienda familiare, sospettato di attività antifascista, quale lui era, scelse di restare in pianura per continuare la sua attività aziendale proseguendo ad appoggiare la Resistenza.
Nessuna pietà.


Vincenzo Ferrari, 41 anni, di B.go del Naviglio, cameriere
, Ardito del Popolo con Picelli nel 1922, caduto in una retata della B.N. in via Po il 22.7.1944. Nessuna pietà.

Altri due antifascisti Giustino Cortesi e Giuseppe Guatelli sfuggirono alla morte; Cortesi morì nel 1947 in conseguenza delle torture subite; Guatelli fu ritenuto più utile per uno scambio di prigionieri.


“Giustizia necessaria” la definì il giornale diretto da Pino Romualdi.


Di questa “giustizia necessaria” perirono i 7 martiri antifascisti; persone come noi, con un lavoro, una famiglia, degli ideali; divennero eroi loro malgrado; persone di diversa estrazione sociale, culturale, accomunati nella terribile fine delle loro vite dal coraggio della “scelta”.Sì. Si erano assunti la responsabilità della scelta, consapevoli del rischio, che non riguardava solo loro ma le loro famiglie, le amicizie; la loro esistenza per la Liberazione del popolo italiano. Per ricominciare con un’altra storia per tutti.

Cosa può essere più esemplare, più autentico, più indenne dallo scorrere del tempo di queste vite che 80 anni fa furono annientate affinchè la fine di una dittatura, la vittoria della Resistenza ridessero dignità, pace, giustizia, libertà al loro al nostro paese?


Sono certa che noi tutti dobbiamo a loro eterna riconoscenza e ammirazione, ma, più ancora, fino a che il tempo della nostra vita ce lo concederà, impegno a non commemorare solo la loro morte ma la loro viva presenza, oggi, per chi poco o nulla la conosce; solo così continueranno a vivere nel presente e nel futuro e non avranno donato il bene più prezioso, la vita, inutilmente.


E i carnefici?
I responsabili della dittatura fascista a Parma?
Fu fatta giustizia?


Vennero portati a giudizio con il primo processo della fine di settembre 1945 a cui parteciparono tantissime persone di Parma e provincia, con i famigliari delle vittime dell’eccidio. E tale era la rabbia nei loro confronti che successero tumulti davanti e in tribunale.

La requisitoria del pubblico ministero Primo Savani, futuro sindaco della città, dimostrò che furono sacrificati sette cittadini estranei al fatto per cui furono incarcerati, torturati, fucilati.

La Corte Straordinaria d’Assise condannò dodici dei tredici imputati; otto a morte mediante fucilazione, quattro a lunghe pene detentive.

Ci vollero molti anni e altri processi prima di vedere concluso l’iter giudiziario.

Da Parma, a Piacenza, a Firenze, ad Ancona. Un ulteriore calvario per i famigliari, con un pesante aggravio anche delle spese per assistere ai processi.

A Firenze, 1948, dove il processo riprese per la terza volta, la requisitoria del procuratore chiese la condanna all’ergastolo per tutti gli imputati; nel frattempo il parlamento aveva abolito la pena di morte ed era intervenuta l’amnistia per molti reati del ventennio fascista.

Maestri, Cavatorta, Patterozzi, Lisoni (i due ultimi latitanti) condannati all’ergastolo, Melani a 24 anni, Rosi e Martello a 21 anni.

Il processo, in sostanza, aveva confermato la responsabilità degli uomini della B.N. come evidenziato dal primo processo a Parma.

Poi su ricorso degli avvocati difensori nel 1950 il nuovo esame ad Ancona.

Nel 1951 nel nuovo processo, trasferito da Roma a Macerata, Romualdi, accusato di aver ordinato l’uccisione dei sette detenuti per rappresaglia la notte del 31.8.1944. adottò la linea difensiva di scaricare tutta la responsabilità sui tedeschi, giustificando le esecuzioni nelle piazze e nelle carceri come atti di obbedienza verso ordini superiori provenienti dai comandi militari tedeschi.

Sostanzialmente la subordinazione delle milizie fasciste della Repubblica di Salò nei confronti dell’esercito occupante tedesco.

Nessuna dignità, nessun onore, miseria umana e politica di un gerarca fascista.

Romualdi volle dare di sé e della fine ingloriosa della Repubblica di Salò un’immagine rovesciata rispetto ai documenti ufficiali della Prefettura degli anni 1943-1945, dei suoi articoli sulla Gazzetta di Parma e degli stessi atti processuali fino a quel momento svolti.

Romualdi, e altri esponenti del neonato MSI, si attribuiva una personalità adatta agli anni ’50, moderata, equilibrata. Prima un fascista intransigente, fautore della linea dura contro l’antifascismo, ora accorto politico.

Romualdi sostenne che non era responsabile dell’eccidio dei 7 patrioti antifascisti in piazza Garibaldi, né delle atroci torture a cui erano stati sottoposti; la sentenza assolutoria “per non aver commesso il fatto” giunse il 23 maggio 1951.

L’ex federale fascista, incarcerato nel 1948, fu liberato alla vigilia del processo di Macerata; Patterozzi era ancora latitante.

La “giustizia” per loro fu questa.


Ecco uno, tra i molti, capovolgimenti della storia reale; quella giudiziaria, è noto, spesso non coincide con la prima ma ciò non toglie che i fatti abbiano dimostrato il contrario.

Tutti colpevoli, nessun colpevole per un regime che assassinò migliaia di cittadini italiani e inviò nei lager nazisti una moltitudine di connazionali di religione ebraica, antifascisti, omosessuali, militari che non aderirono alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943.

Fu la Resistenza che riscattò l’onore della patria.

Fu la Costituzione repubblicana che definì i caratteri di uno stato democratico per un paese rinato dalle macerie di un regime totalitario negatore e persecutore dei diritti fondamentali di ogni persona.

Nonostante tutto questo i conti con il ventennio fascista l’Italia, mio personale giudizio ma non solo mio, non li ha mai fatti fino in fondo.

Analizzare le cause richiederebbe più tempo di quanto mi consenta il mio intervento. Ma questo è uno dei nodi che ancora non sono stati sciolti definitivamente.

E la storia ci insegna, invece, che prima o poi i nodi non sciolti riemergono e il tentativo di riscrivere la storia ad uso e consumo di chi, pro tempore, gestisce il potere non è mai scongiurato.

Non sono solo i fascisti del terzo millennio, come loro stessi si definiscono, che vorrebbero imporre un revisionismo storico del ventennio; è un tentativo che riguarda anche una storia più vicina a noi, quella degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso; lo stragismo neofascista che fondava le radici proprio là dove la Resistenza credeva di averle estirpate per sempre; colluso con organi “deviati”dello stato, coperto da tanti, troppi esponenti ai massimi livelli istituzionali; lo stato repubblicano, democratico, antifascista, non lo hanno difeso ma al contrario hanno tentato di logorarlo, di minarlo, per riportare indietro le lancette della storia.

Sta tutto qui il cuore della domanda: se non si è antifascisti cosa si è?

Domanda fastidiosa, pare, oggi, ma ineludibile.

Riordinando vecchi fascicoli dell’Istituto ho ritrovato articoli del quotidiano locale, la Gazzetta di Parma, che mi hanno colpita: una lettera al direttore del giornale del 3.9.1989 nella quale, in riferimento all’eccidio di piazza Garibaldi, si ribadiva che la rappresaglia, cito, “sarebbe stata voluta dal comando tedesco in seguito all’uccisione di un graduato germanico( fatto mai accertato) caduto insieme ai militi Brenno Monardi (Bragòn) e Luigi Gonzaga”, dunque alle “presunte” responsabilità della B.N. , con riferimento alla sentenza definitiva della Corte d’Assise di Macerata di assoluzione con formula piena di Romualdi ( deceduto nel 1988)e Pattarozzi.

Nessuna ammissione della responsabilità morale , prima ancora che politica e militare dei dirigenti fascisti di Parma. Nemmeno di chi torturò e fucilò i 7 martiri.

Come se le vite di ciascuno di quei resistenti, di quelle persone in carne e ossa, rientrassero negli “inconvenienti” della storia, di cui la responsabilità era, appunto, dell’occupante tedesco; come se il regime fascista di quell’occupante non fosse alleato e non ne condividesse a pieno le finalità.

Irritato l’estensore della lettera, forse, dal fatto che, il 2.9.1989 alla solenne celebrazione dei 7 martiri di piazza Garibaldi, Leonardo Tarantini (“Nardo”) presidente provinciale Anpi, unico intervento, gli dedicò , dopo la lettura dei singoli nomi dell’eccidio, queste parole:”Ai martiri gloriosi che con il loro sangue aprirono il cammino della libertà”.

Poche parole che riassumono il senso di quella tragedia e il suo valore inestimabile. Nessuna retorica da parte di chi visse direttamente e partecipò a quella vicenda storica che ancora ci interroga e ci chiede che il sacrificio di sette persone e dei loro ideali siano ancora per tutti la nostra bussola oggi, come ieri, come domani.

Con gli occhi aperti sul mondo, sul nostro presente, contro l’indifferenza dei ciechi e sordi, di chi non vuol sapere, di chi ignora volutamente, di chi mente sapendo di mentire.


La vita è una e i martiri di piazza Garibaldi l’hanno persa per noi; non volevano morire, volevano vivere e lottare per un paese libero, più giusto, in pace.


Chi ha fatto scempio dei loro corpi e delle loro vite ha creduto di annientarli e con loro i valori in cui credevano; ma così, al contrario, nemesi della storia, ha dato loro vita per sempre. 

Custodiamola.


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