Buone feste

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Assemblea Provinciale Comitati di Sezione

Relazione introduttiva dei lavori

Nicola Maestri Presidente Comitato provinciale ANPI Parma

Benvenuti a tutte e tutti voi.

Ringrazio a nome di ANPI Provinciale la CGIL e la sua segretaria generale Lisa Gattini per la disponibilità dimostrata e per averci così gentilmente ospitato, facendoci sentire a casa nostra. Grazie di cuore.

Oggi diamo seguito ad una ormai consolidata volontà di confrontarci al fine di rendere la nostra azione più efficace su tutto il territorio provinciale. Oggi mi auguro possa essere una buona occasione di confronto e auspico che soprattutto i vostri interventi possano contribuire a migliorare e rendere più fluidi i rapporti tra sezioni territoriali e il provinciale. Come siamo tutti quanti consapevoli il nostro ruolo di “coscienza critica” ci impone una attenzione particolare verso la nostra Associazione. I tempi bui che stiamo attraversando ci chiedono una maggior efficacia organizzativa per riuscire a dare risposte adeguate alle degenerazioni democratiche che la nostra società è costretta a vivere. [...]

continua

[...]

A proposito di efficacia organizzativa a me ha sempre impressionato la pervicacia con la quale -la sera del 9 settembre del 1943 a Villa Braga, nel giorno successivo all’armistizio,- i dirigenti comunisti presenti in città si diedero appuntamento nella villa celata tra gli alberi alle porte della città, mentre l’esercito del Reich si insediava nelle caserme e negli edifici del potere. Come saprete la discussione verteva su ciò che stava accadendo e come reagire all’occupazione. Dopo vent’anni di dittatura e tre di guerra, era giunto il momento delle decisioni. Quella più importante: come prepararsi a contrastare l’esercito di occupazione. Ma la decisione era di fatto già presa: anche con le armi se necessario. La parola d’ordine che veniva ripetuta tra chi partecipò a quell’appuntamento così importante per noi, fu sempre e solo una: organizzazione!

E mai come in questo periodo storico quella condizione dovrebbe indurci a una ulteriore riflessione, oggi che quelle grandi figure di riferimento ci stanno lasciando.

Il problema però a mio avviso, non è solo quello del venir meno dei partigiani. Il problema è più complesso e riguarda il nostro essere nel presente e come affrontare una situazione sempre più complessa, tenendo ferma la nostra identità e le nostre finalità di fondo, nel quadro di un inesorabile mutamento generazionale.

Personalmente sono arrivato alla conclusione che sia riduttivo e probabilmente sbagliato il cosiddetto “passaggio del testimone” e convinzione, invece, che bisogna puntare tutto sulla continuità. Che significa avvalersi sino all’ultimo secondo prezioso dell’esperienza dei combattenti per la libertà, ma facendo avanzare le nuove generazioni; non considerando – peraltro – solo il problema dei giovani, ma anche quello delle generazioni intermedie.

Come si risolvono, queste difficoltà? Tenendo ferma la barra sui nostri fondamenti: memoria attiva, coscienza critica, valenza massima dei valori costituzionali. A ciò aggiungerei l’antifascismo e la difesa intransigente degli spazi di democrazia, contro ogni forma di populismo e di autoritarismo.

A chi, peraltro, riversa sull’ANPI attese eccessive, bisogna rendere chiaro che non siamo un partito, né un sindacato; siamo l’ANPI e dobbiamo essere sempre e soltanto noi stessi, con la nostra identità e i nostri valori.

Ci sono, da risolvere e consolidare, problemi di rafforzamento organizzativo, a mio avviso non c’è una divisione tra politica e organizzazione che, invece, si compenetrano, perché tutti i problemi organizzativi sono anche, e soprattutto, politici (il tesseramento, il rapporto tra iscritti e militanti, le strutture organizzative, la composizione degli organismi dirigenti, l’ingresso nel Runts, e così via).

Continuiamo, insistendo su alcune direttrici e con più iniziative, più partecipazione, più coinvolgimento di tutti gli iscritti, maggiori e più intensi rapporti tra sezioni territoriali e Provinciale per essere più efficaci nella diffusione delle varie attività.

Le direttrici fondamentali sono: migliorare l’organizzazione strutturale, anche ai vertici dell’Associazione, più efficienza e più iniziative, più colloqui e confronti con i cittadini e le istituzioni, più formazione nel rispetto e nella attuazione della linea.

Ma il segreto fondamentale dello sviluppo e per affrontare il presente e il futuro nella maniera migliore, adeguandosi agli eventi, ai cambiamenti ed ai passaggi generazionali, sta in tre voci essenziali:

Formazione per tutti, non solo per i giovani (ognuno, giovane o meno giovane, dovrebbe avere piena conoscenza del fascismo, dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituzione, del dopo guerra, della storia dell’ANPI).

Quando si rileva, anche al nostro interno, che bisognerebbe elevare il livello culturale-politico dei nostri iscritti, devo rispondere che è giusto cercare di migliorare, ma questo deve essere un impegno per tutti gli organismi periferici, perché non sempre abbiamo fatto o stiamo facendo tutto ciò che occorre per la formazione. Abbiamo la fortuna di avere all’interno della nostra segreteria provinciale, il responsabile nazionale della formazione. Abbiamo la fortuna e l’opportunità di avere Paolo Papotti e sono convinto del fatto che potremmo investire maggiormente su questa risorsa.

Fondamentale, comunque, soprattutto per i più giovani, il rafforzamento e le esplicitazioni di una nuova idealità, che riesca a coniugare i valori tradizionali con l’attuazione dei diritti, di tutti i diritti.

Dobbiamo avere la forza e la volontà di compiere inserimenti ponderati di giovani e donne negli organismi dirigenti. In questi anni, e non solo nei ruoli apicali, le donne sono emerse con una forza dirompente e questo ci inorgoglisce.

Dobbiamo avere la forza per mettere in atto la circolazione delle idee e delle informazioni. Insomma, sul nostro presente e sul nostro futuro dobbiamo realizzare una grande discussione di massa, con la maggior partecipazione possibile da parte di tutti gli organismi e di tutti gli iscritti. La parola d’ordine, a mio parere, è “rinnovamento nella continuità”; che significa guardare al futuro, tenendo sempre presenti le nostre radici e la nostra storia, facendo in modo di essere sempre in grado di affrontare le novità che l’Italia, l’Europa e il mondo provvedono a metterci davanti.

La base, ricordiamocelo sempre, è quella cui ho già accennato: una linea coerente con le nostre finalità e i nostri valori, applicata con saggezza, autonomia e indipendenza, con l’esercizio continuo di quella coscienza critica che è un altro dei nostri fondamenti. Non obbedendo a pregiudiziali conservatorismi, ma sapendo sempre distinguere tra i cambiamenti necessari e quelli che non servono al bene comune, ma rispondono ad esigenze ben diverse da quelle che coincidono con il bene collettivo e con i valori della Costituzione e, infine, con la nostra stessa storia.

Così si affronta il futuro, con serenità, ma con impegno, rinnovandosi quando occorre, ma sempre tenendo conto dell’esperienza compiuta nella Resistenza, nella fase costituente e nel dopo guerra.

C’è un aspetto importante da non sottovalutare e riguarda i pericoli della democrazia. Non voglio suscitare allarmismi, ma una società e una politica con tendenza alla degenerazione, con la caduta dei valori fondamentali e con la riduzione di spazi della democrazia e della rappresentanza, costituiscono sempre un pericolo effettivo, di cui bisogna tenere conto, attrezzandosi per evitarlo.

Conosciamo bene il pericolo di un nuovo fascismo; e ce lo dimostrano non solo le sempre più frequenti uscite allo scoperto di gruppi ed organismi che in un modo o nell’altro, si richiamano al fascismo (non solo a quello in camicia nera) ed al razzismo.

Ma forse siamo meno attrezzati di fronte ai fenomeni più nuovi e recenti.

Il primo è il formarsi di una tendenza a collegare le peggiori nefandezze razziste della Lega di Salvini e Vannacci, con quelle di organizzazioni tipicamente fasciste, seguendo il modello lepeniano. Pensiamo alla pletora di colonnelli che ruotano intorno alla presidente del consiglio e che ricoprono ruoli apicali nelle nostre Istituzioni, che nemmeno cercano più di celare le loro pulsioni più nere ma le esplicitano alla luce del sole. Badate bene, non sono più le manifestazioni che sconfinavano nel ridicolo, sono invece manifestazioni che cercano di suscitare e rafforzare i peggiori istinti egoistici della gente. E questo ha sempre, nella storia, rappresentato un pericolo; che è tanto più grave in quanto il fenomeno italiano si collega a quanto sta avvenendo in varie aree dell’Europa e del mondo. Non bisogna sottovalutare nulla e cercare di creare antidoti adeguati.

L’altro punto decisivo è il populismo, che – come è noto – può assumere, anzi spesso assume, connotati all’apparenza bonari, ma non per questo meno pericolosi.

Il populismo trova un terreno tanto più fertile quanto meno esistono i partiti (quelli veri, corrispondenti all’articolo 49 della Costituzione), quando molti cittadini non credono più in nulla, si astengono dal voto, quando avanza l’antipolitica, si abbassa il livello di fiducia nelle istituzioni, comprese quelle di garanzia, quando nessuno sembra in grado di rispondere alle attese delle famiglie e della popolazione nel suo complesso.

Ci sono più tipi di populismo da quello tipicamente “nero”, a quello nel passato incarnato da Berlusconi, a quello aggressivo dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America; noi dobbiamo diffidare di tutti e preoccuparci ogni volta che il populismo si esprime in una qualsiasi delle sue forme.

Il populismo approfitta della riduzione degli spazi di democrazia, quando viene ristretta la rappresentanza o quando il cittadino non si sente rappresentato, quando si sente il bisogno di un punto di riferimento che – col degrado di tutto il resto – finisce per essere “l’uomo solo o la donna sola al comando”.

Il populismo non coincide necessariamente col fascismo e con l’autoritarismo, ma può aprir loro la strada. Ed allora sono guai, come la storia ci insegna.

Fascismo e nazismo hanno costruito il loro potere sulle rovine di intere società, nel contesto di grave crisi, ed hanno offerto, all’inizio, un’apertura verso il nuovo e verso un futuro radioso. Poi, sappiamo come è andata a finire.

Non ci sono i presupposti uguali a quelli degli anni in cui è nato il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Tuttavia non bisogna creare gli spazi e le condizioni perché la storia possa ripetersi, naturalmente in forma diversa. L’alleanza nemmeno più tanto sotto traccia tra il PPE e la destra estrema dei Patrioti nel parlamento europeo dovrebbe toglierci il sonno. Occorre, dunque, impegnarsi, tutti, perché prevalgano, su tutto, i valori di fondo della Costituzione, e siano risolti i gravissimi problemi economici, sociali e soprattutto culturali che la crisi comporta e ingigantisce al tempo stesso. Ed è solo la partecipazione e l’impegno diffuso che possono impedire la realizzazione di quello a cui conduce il populismo, in una delle tante forme che esso assume.

In questo impegno, ovviamente, l’ANPI deve essere in prima linea; ce lo impone lo Statuto e ce lo impone la nostra storia e il debito che abbiamo contratto con tutti coloro che sono caduti per la nostra libertà.

 

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Resitenza mAPPe – Resistenza in Val Cedra e in Val d’Enza

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Ponte di Lugagnano – 81°anniversario rastrellamento della valle del Cedra

il saluto di Nicola Maestri

Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Un saluto alle persone presenti, che testimoniano una sensibilità civile ammirevole. È il segno che esiste una comunità che resiste ai cattivi sentimenti. Con piacere e profondo rispetto verso questi caduti vi porto l’avvolgente e caldo saluto del Comitato Provinciale di Anpi Parma.


Siamo qui per confermare un impegno  per esaltare le libertà, e difendere la Costituzione nata dalla Resistenza. Un movimento di popolo con migliaia di persone che misero in gioco la propria vita. Uomini e donne, che lasciarono il lavoro, le case, gli affetti, per salire in montagna e combattere per riconquistare la dignità calpestata. [...]

continua

[...]

Una precisa strategia militare già prevista dalle spietate direttive del generale Wilhelm Keitel, comandante in capo delle forze armate tedesche e ribadita dagli ordini draconiani del feldmaresciallo Albert Kesselring: non riuscendo a stanare ogni singolo partigiano che si nasconde in montagna, che combatte in collina o nelle città occupate, le truppe tedesche (con l’ausilio dei reparti armati di RSI) dovranno mettere a ferro e fuoco quei villaggi e quelle comunità che danno aiuto ai partigiani; si dovranno massacrare civili innocenti che possono dare ai partigiani rifugio, cibo e cure.

Oggi, grazie al lavoro degli storici, sappiamo che diverse stragi nazifasciste non erano rappresaglie compiute per vendicarsi di azioni partigiane, ma spietate operazioni di polizia antipartigiana, usate per controllare un territorio in prossimità delle linee di difesa e ritirata. Massacri ordinari, crimini di guerra, ritorsioni vigliacche. È contro questa politica del terrore che i ribelli, i combattenti irregolari, i partigiani che si danno alla macchia cercano di resistere; e lo fanno come possono. La scelta di combattere non sarà né allora, né in seguito, una decisione presa a cuor leggero. Convincersi all'uso armato della violenza è un dramma di coscienza attraversato da dubbi, da crisi, da tormenti interiori: perché in fondo «ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione», come avrebbe ricordato Cesare Pavese nella sua Casa in collina.
Sta tutta qui l’etica della responsabilità di quei combattenti volontari, «dagli abiti laceri e dalle scarpe rotte», «straccioni affamati» come li chiamano i tedeschi, che scelgono la lotta al fascismo perché mossi dalla ferma convinzione che sia giunto il momento d’opporsi in maniera definitiva, risoluta e forte, anche con la violenza, a chi la violenza la usa mille volte di più.

Pochi avevano capito il fascismo, la sua natura, la sua essenza totalitaria. Piero Gobetti, giovane prodigio, aveva compreso e predicò incessantemente l’intransigenza come valore assoluto, la bussola per indicare un comportamento senza compromessi. Gobetti, che aveva definito il fascismo come l’autobiografia della nazione, concludeva il saggio biografico che immediatamente scrisse dopo la morte di Matteotti con queste parole:

“Non si può immaginare una commemorazione più spontanea e più generosa. Come se i lavoratori abbiano sentito in lui la parola d’ordine. Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta.

Parole troppo dure?
Datate? Non credo.
Oggi esiste una memoria collettiva?
Si invoca spesso una memoria condivisa. È una richiesta equivoca. Occorre una memoria fondata sulla storia che lega Risorgimento e Resistenza.

Ricordiamo che a resistere dopo l’8 settembre del ’43 sono soprattutto ufficiali e soldati del regio esercito sbandato, che si danno alla macchia, ma anche giovani nati e cresciuti sotto il fascismo: studenti ispirati da uno spontaneismo libertario, patriottico, influenzato da Mazzini e da Croce, operai, antifascisti della prima ora, sorvegliati speciali, che hanno patito il carcere e il confino, e molte donne: sono i “piccoli maestri” decisi a mettersi fuori legge per farla finita con un regime ormai crollato, che ha portato la rovina della patria. Scegliere di resistere, è un atto di disobbedienza radicale contro il poter fascista (come scriverà Italo Calvino), che matura nell’intimo della propria coscienza, in solitudine, e si trasforma in assunzione di responsabilità con l’irrompere della guerra in casa.

Azioni di sabotaggio, attacchi a convogli in transito e a linee nemiche, agguati continui a tedeschi e fascisti nelle città occupate: chi combatte nella Resistenza deve misurarsi ogni giorno con eccidi, rastrellamenti e violenze, senza cedere mai alla paura e al ricatto delle rappresaglie. È una scelta coraggiosa ma non scontata, una scelta dolorosa e carica di responsabilità.
Una scelta verso la quale il Paese dovrebbe riconoscenza.

E invece abbiamo la seconda carica dello Stato che colleziona busti del duce, e invece abbiamo la presidente del consiglio che non si dichiara antifascista, legittimando quegli squallidi episodi che infestano l’Italia di scorribande fasciste come abbiamo dovuto assistere anche nella nostra Parma, città medaglia d’oro alla Resistenza.

E invece ad ogni anniversario del 25 aprile il Paese è però scosso da un Processo alla Resistenza che punta il dito sulle ragioni dell’antifascismo, confondendo torti e ragioni, meriti e bassezze, valori e disvalori, che cerca di equiparare le azioni partigiane ad atti di terrorismo.
Si assiste, di contro, a una generale riabilitazione del fascismo, quasi a giustificare le colpe dei tanti crimini commessi da militi della RSI, “buoni padri di famiglia”, costretti solo ad obbedire a ordini superiori”. «Assassini», «vigliacchi», «terroristi», «colpevoli sfuggiti all’arresto»: così i revisionisti hanno da sempre definito i partigiani, accusati d’irresponsabilità per non essersi costituiti ai nazisti in modo da evitare rappresaglie.

Ma si tratta di una questione tirata fuori in maniera consapevolmente faziosa da chi, allora e in seguito, fu incapace di considerare il profondissimo dilemma umano e intellettuale che i partigiani di tutta Europa si erano posti, con estrema serietà e coscienza. Al fatto, cioè, che proprio l’antifascismo, in tutte le sue componenti politico-culturali, si era da sempre ispirato all’idea di un’Europa in cui le nazioni potessero convivere pacificamente; ma con l’irrompere della guerra l’idea della pace non poteva indurre alla soluzione d’arrendersi, di cedere al ricatto delle rappresaglie.

L’assenza di processi contro criminali di guerra nazifascisti ha nel tempo alimentato l’odio verso i partigiani, permettendo ai carnefici di rimanere impuniti. Migliaia di documenti e fascicoli processuali illecitamente archiviati con nomi di vittime e carnefici, con testimonianze e luoghi di migliaia di eccidi in tutta la penisola. Documenti occultati per oltre 50 anni in nome delle ragioni della guerra fredda rinvenuti solo nel 1994 presso la sede della Procura militare di Palazzo Cesi a Roma. Un tragico Atlante delle stragi nazifasciste, con oltre 5000 episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti, per il quale ben pochi hanno pagato.

Pensate che è stata approvata, nel 2022, con grande e grave ritardo, una legge che istituisce un fondo per il risarcimento dei danni subiti negli anni della guerra da parte delle forze del Terzo Reich.

Ebbene questa legge è boicottata dall’Avvocatura dello Stato nei processi in corso.
Perché accade questo?
Sono forse nazisti?
No, ma certo sono insensibili formalisti, senza pudore. Senza capire che si tratta di carne viva, non di creditori. La Presidenza del Consiglio è responsabile di un comportamento costruito su falsi, cavilli, ritardi strumentali.


È intollerabile che non sia fatta giustizia anche se dopo tanto tempo. Sono reati contro l’umanità, imprescrittibili. Da questo luogo sacro rivolgiamo un appello perché questo scandalo finisca presto.

La Resistenza ha affermato il diritto di un popolo a non farsi massacrare, a non farsi annientare senza muovere un dito: il diritto di lottare (con e senz’armi) per riprendersi la libertà e restituire dignità al Paese in cui il fascismo aveva avuto origine nel 1922.

In tutte le sue forme e ovunque si combattesse, nelle città presidiate dai Gap o a Nord della linea Gotica, tra gli Appennini e il Po, e ancora con la mobilitazione sociale nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle campagne, la Resistenza rappresentò il senso più profondo della lotta contro questa politica criminale. Donne e uomini, partigiani e civili, internati e deportati: persone che, con modalità e tempi diversi (e per diverse ragioni) avevano contribuito a riscattare l’onore della Patria, gettata nel fango dal fascismo e dai suoi miti guerrieri. Alcuni trovarono la morte, altri divennero sopravvissuti, ma per tutti l’amore per la libertà aprì un nuovo sguardo al futuro.

Voglio salutarvi con le parole di Rosario Bentivegna, noto Partigiano romano:

«Capimmo allora, poco più che ventenni, che la pace tra uomini liberi era la cosa più́ bella del mondo e quella lezione non l’abbiamo mai dimenticata, noi che abbiamo dovuto batterci nella più́ feroce delle guerre e abbiamo visto cadere, al nostro fianco, tanti amici, compagni, tante persone che ci erano care. La guerra è la cosa più́ sporca, più́ ignobile che all’uomo possa capitare di vivere, anche se i fascisti la acclamavano e la invocavano come “unica igiene del mondo”».

Ponte Lugagnano, questo luogo della Memoria ci parla oggi del senso di quella scelta antifascista; la scelta maturata da un’intera generazione costretta a battersi, come scrisse Piero Calamandrei «per necessità, non per odio», nell’idea di un possibile riscatto dell’Italia «dalla vergogna e dall’orrore del mondo».

Non dimentichiamo, andiamo avanti, con amore e dolcezza.

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte/oltre il ponte ch’è in mano nemica/vedevam l’altra riva, la vita/ tutto il bene del mondo oltre il ponte. Tutto il male avevamo di fronte/ tutto il bene avevamo nel cuore/a vent’anni la vita è oltre il ponte/ oltre il fuoco comincia l’amore. E vorrei che quei nostri pensieri quelle nostre speranze di allora rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell’aurora”.

Voglio pensare che Italo Calvino, nato nel 1923, quando scrisse questi versi meravigliosi pensasse a loro, ai nostri ragazzi di Ponte Lugagnano.

Grazie a tutte e tutti:
Viva la vita,
viva la libertà,
viva la Resistenza!


81ValCedra

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Presidio – “Non vogliamo i fascisti nella nostra città”

TG3 Regionale


Nicola Maestri

Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Parma non delude !
Non sono momenti semplici ma gli anticorpi antifascisti questa città li possiede nel suo DNA. Passano le generazioni ma questa rimane una prerogativa fondamentale. Un grazie al Sindaco Michele Guerra e all’amministrazione che non fanno mai mancare il loro sostegno. Grazie a tutte le forze democratiche, la associazioni, il sindacato, i movimenti e la società civile che in maniera coesa ha dato una dimostrazione di fermezza verso ogni rigurgito fascista. [...]

continua

[...]
Quello che più preoccupa è il vuoto pneumatico che si annida in quei cuori e in quelle menti.

É povertà di consapevolezza.

É un linguaggio che trascura il valore del rispetto reciproco.

É una tendenza alla banalizzazione.

Una umanità frustrata che cerca uno spazio nella società, pensando di poterselo ricavare nell’illusione di un passato condannato dalle leggi e dalla storia.

Povertà di consapevolezza, si potrebbe usare il termine ignoranti perché non conoscono, ignorano appunto, o forse non hanno potuto conoscere e, comunque, non intendono conoscere.

Linguaggio irrispettoso perché le parole hanno significati precisi e inequivocabili e blandirle come riferimento valoriale non li ascrive alla civiltà, ma alla disumanità e, nei casi peggiori, alla violenza.

Banalità, superficialità, perché non sono in grado di valutare e scindere gli esiti e le conseguenze delle loro azioni. Sicuramente si sentono sostenuti dai loro leader che, se pur parte delle istituzioni conquiste della resistenza, tacciono, perché a differenza di quanto inneggiano questi giovani, stanno ben saldi al potere. Lo sappiano i fieri giovani italici, che chi strumentalizza certi simboli o motti rischia di essere usato, più che di agire liberamente.

La società civile, attenta alla conoscenza, al rispetto e alla memoria storica, sa distinguere e riconoscere il valore di chi costruisce invece di distruggere. E la gente civile lo sa. Poi, si potrebbe osservare che la mancanza di cultura, di rispetto e di spirito critico crea terreno fertile per ideologie autoritarie e nostalgie di sistemi che la storia ha già condannato. Tant’è.

Una cosa è certa: non sono passate le squadracce di Balbo un secolo fa, non passerà la sua copia sbiadita.

Non vogliamo i fascisti nella nostra città!

Un ultimo ed enorme grazie vada a quel compagno che, mosso  probabilmente da compassione per avermi visto bagnato fradicio, mi ha portato un ombrello nuovo fiammante. Avrei voluto abbracciarlo e ridarglielo ma è fuggito via, spero di farlo alla prima occasione. 

Grazie a te!
Perché noi siamo comunque diversi e laddove c’è paura riaccendiamo la speranza! 🌹 

Non vogliamo i fascisti nella nostra città!”

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