Archivio della categoria: costituzione

assemblea nazionale cervia

nicola maestri


Carissime e carissimi tutti.

Se dovessi dare un titolo a questa breve incursione, la definirei "Il nemico è alle porte" prendendolo in prestito dalla famosa opera cinematografica. Il tema della centralizzazione e decentralizzazione dello Stato attraversa il Paese sin dall’Unità d’Italia. Già dalla costruzione del nuovo Stato lo sviluppo fu dicotomico, l’esaltazione del modello decentrato inglese da parte della classe dirigente liberale andò a disperdersi nella paura della disgregazione del nuovo Stato e nella difficoltà nel governare una società sempre meno liberale e sempre più di massa, su questa prima disomogeneità di valori si scelse la forma di stato unitaria centralizzata su modello francese, pur mantenendo autonomie locali. [...]

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Lo sviluppo italiano continua poi a muoversi su due fronti, quasi come un doppio stato. Il definirsi della struttura nazionale istituzionale si allontanò quindi da un contro bilanciamento naturale e vitale dei poteri in uno stato democratico per avvicinarsi più ad un servilismo nonché utilitarismo amministrativo.

La situazione si è ripresentata con le dovute e sostanziali differenze al termine del secondo conflitto mondiale quando a prevalere fu il decentramento amministrativo e legislativo e un accentuato regionalismo. Ad influenzarne la scelta fu anche inevitabilmente l’esempio negativo e contiguo del regime fascista, ben innervato nella cultura mnestica del paese, il quale abolì la suddivisione del territorio nazionale in circoscrizioni e arrivò a sopprimere le autonomie locali.

A prevalere fu dunque la linea più particolarmente degasperiana, egli fin da giovane fautore del regionalismo, della maggiore indipendenza delle autonomie locali e del decentramento burocratico e soprattutto dei poteri. La linea del capo provvisorio dello Stato aveva forti radici che affondavano anche nella storica linea del Partito Popolare Italiano e di Papa Pio XI, quest’ultimo tra l’altro firmatario dei Patti Lateranensi.

“All’unità degli atomi si preferiva l’unità degli organi” diceva lo stesso De Gasperi. Il fatto che gli organi in Italia fossero così sbilanciati non costituì evidentemente elemento di sfiducia, così come la presenza di una criminalità organizzata presente e influente in più di ogni altro paese, sviluppatasi parallelamente all’unità del 1861, quando l’attenzione

dell’allora primo ministro Cavour si focalizzò nell’investimento univoco alla classe imprenditoriale e industriale del Nord abbandonando il Mezzogiorno e anzi trasformandolo in una “palla al piede del settentrione” più avanzato dal quale trarre forze vitali e utilitarismo mercantile. Questo già provocò grande spinta centrifuga nel Regno, squilibrio interno economico e quindi culturale, velocità di sviluppo differenti e crescita delle diseguaglianze.

Un primo solco nella frattura dell’unità con il proliferare di strutture mafiose che si incunearono nell’assenza e nei mancati adempimenti dello Stato. E infine lo sciagurato percorso attuale sulla struttura istituzionale regionale, sulle richieste di autonomie differenziate, anche se tecnicamente differenti tra loro ma che hanno in comune sicuramente la zona di provenienza: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, tre regioni settentrionali che nel solco della storia perseguono sicuramente e comprensibilmente interessi regionali convenienti ma che allontanano e colpiscono un’Italia già ferita.

Queste tre regioni hanno chiesto di trattenere il 90% del gettito fiscale proveniente dai cittadini, questo peserebbe sulle casse dello Stato per 190 miliardi di entrate in meno sulle 750 totali derivate normalmente da tale processo, circa un quarto del valore complessivo. Questo vuole meccanicamente dire, maggiore sviluppo ed efficienza per tali Regioni e meno per lo Stato nel suo complesso e quindi per risorse destinate alla equa redistribuzione, cioè automaticamente meno per chi sta peggio, meno per il Mezzogiorno, significa ancora una volta ampliare la differenza di velocità a cui le due o varie Italie sembrano andare.

Nel breve periodo è possibile che i veneti, i lombardi e gli emiliani possano godere di un effettivo maggior benessere, potendosi avvantaggiare di una quota cospicua di risorse che, invece, dovrebbero essere destinate alla redistribuzione sul territorio nazionale, ma al di là di ogni rilievo circa la violazione del principio di solidarietà sociale ed economica, al crollo sociale ed economico dei territori svantaggiati, non può che conseguire una crisi dell’intero sistema Paese.


Già oggi il divario è molto forte: Lo Stato spende per un cittadino del Centro-Nord 17.621 Euro, mentre per un cittadino meridionale 13.613 Euro. Pertanto, se lo Stato volesse spendere la stessa cifra pro capite senza togliere risorse al Nord, dovrebbe mettere a bilancio circa 80 miliardi in più per il Sud.

Ciò concretamente significa che il divario si aggraverebbe ulteriormente, con l’arretramento della presenza dello Stato: ovvero meno ospedali, meno scuole, meno infrastrutture, meno asili, meno musei e università, laddove già oggi mancano e nessuna perequazione sarebbe possibile.

L’autonomia differenziata da una parte contraddice e nega il principio di eguaglianza formale e sostanziale, dall’altra frammenta la naturale unitarietà funzionale delle infrastrutture del Paese, beni comuni della Repubblica, e dunque essa, anche al di là della disuguaglianza delle risorse economiche, crea disuguaglianze formali e sostanziali ed incide sulla funzionalità (e sulla competitività) delle grandi infrastrutture logistiche. Si pretende di regionalizzare la vera e propria “spina dorsale” del Paese, la scuola statale, sostituendola potenzialmente con 20 sistemi scolastici differenti, attribuendo alle Regioni la potestà legislativa sull’intera materia: sulle norme generali, sulle assunzioni del personale, sulla valutazione, in tema di formazione. Insomma, sul come e sul cosa insegnare.

Si tratta di un approccio modesto ed egoistico verso una serie di funzioni che, al contrario, dovrebbero rappresentare uno strumento dell’interesse generale. La configurazione di sistemi scolastici a marce differenti segnerebbe inevitabilmente il passaggio da una scuola organo dello Stato unitario e garante di un livello di istruzione analogo in tutte le regioni italiane, ad un sistema strutturalmente disuguale che forma studenti di serie A e di serie B.


In un tempo, più di altri, in cui la disgregazione e l’allontanamento dalle grandi istituzioni democratiche per smanie e tendenze machiste porta a isolamento e sfibramento, abbiamo affrontato e vissuto l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la quale si è trovata a dover affrontare una pandemia in solitaria, un mai così frenetico e disordinato ricambio istituzionale, una costrizione del mercato europeo, il 58% della popolazione che oggi voterebbe per stare all’interno dell’Unione Europea, e tra altri e vari elementi un dato preminente: l’iscrizione ai propri atenei universitari da parte di studenti europei di fatto dimezzata.

Avremmo dovuto imparare da questa nefasta scelta, perché si crea dunque, soprattutto, una questione di opportunità, dove sta l’opportunità e l’investimento nel futuro di una nazione che atrofizza la propria appetibilità e il proprio afflusso culturale, dove sta l’opportunità, quindi, nel picconare l’unità di intenti e dei destini di una popolazione e di una istituzione per la frenetica affissione di bandierine da campagna elettorale permanente, da miti federalisti da sguainare o da storie pronte da confezionare e spedire all’elettorato del futuro. Nella politica della rivendicazione, della rappresentazione superiore alla realtà, diventa importante preservare la sostanza con maggiore puntualità e aprioristicamente rispetto a quella che è la velocità della strumentalizzazione.

Dove sta quindi, l’opportunità, in un’Italia divisa di fronte alla guerra alle porte, perché come dicevo in premessa la guerra è sempre alle porte, e a quelle di ognuno, anche quando sembra lontana. Nella stessa politica dell’apparenza, o del “clima d’opinione” come dice la storiografia, con che autorevolezza si presenta in diplomazia un’istituzione mortificata? E chissà con quale autorevolezza si presenta in diplomazia chi pone il segreto di Stato, come questo governo, sulle proprie forniture di armamenti per paura che quella stessa rappresentazione politica non gli si ritorca contro. Ora quindi, se non si è più in grado di farne una questione di sostanza, è ora di sostanziarne l’apparenza, perché la guerra si serve delle fratture come la gravità dello scarso calcestruzzo, chissà che nel giocare con le rappresentazioni non ci si ritrovi la realtà.

Mi chiedo questa Unità dove si possa trovare se non nei momenti di crisi, se non nella vicinanza all’estinzione, e per di più per molteplici motivi come il riscaldamento globale, una condanna non un rischio, e l’attualissimo sciagurato rischio della guerra mondiale nucleare. Sarà bene guardarsi attorno e capire qualcosa in più di come ci si guarda, per capire che questa richiesta di autonomia non riguarda solo l’Italia, per capire che la guerra non riguarda solo l’Ucraina, per capire che il riscaldamento globale non riguarda solo qualche isola del Pacifico o le nostre valigie per le vacanze.

Per tutto questo sarà bene guardarsi attorno. E la nostra Associazione può e deve guardarsi attorno e per questo può e deve svolgere un ruolo importante. Gramsci diceva: "Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.


Basta tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza"

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decreto anti-rave

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D'ITALIA 

SUL DECRETO ANTI-RAVE L'ANPI ASSUMERÀ OGNI LEGITTIMA INIZIATIVA A TUTELA DELLA COSTITUZIONE 

L'ANPI non giudica i governi dalla loro composizione, ma dai loro atti. Il governo Meloni inizia con un atto allarmante. Il decreto legge cosiddetto anti-rave, approvato nella prima seduta del Consiglio dei Ministri, limita la libertà di manifestazione tutelata dall'art. 17 della Costituzione.  [...]

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Non si tratta solo di una disposizione punitiva, per di più in modo abnorme, della naturale propensione giovanile all'aggregazione in particolare attorno a raduni musicali, che si possono regolare senza ricorre a modifiche del Codice penale. Ci si riferisce genericamente a "raduni pericolosi per l'ordine pubblico o l'incolumità pubblica o la salute pubblica" tramite "invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati". Rientrerebbero così in questa fattispecie di reato il presidio di un'azienda, l'occupazione di una scuola o di una università, o forse addirittura un sit-in o un corteo o addirittura le manifestazioni di festa sportiva o di altra natura. Chi lo decide? Il commissario di polizia? Il questore? Il Prefetto? Lo stesso ministro dell'Interno? C'è una gravissima ed intollerabile ambiguità che può far emergere una propensione autoritaria del governo. L'ANPI è pronta assumere ogni iniziativa legittima a tutela della Costituzione e delle libertà dei cittadini, a cominciare dalla potenziale incostituzionalità del provvedimento in oggetto. 


Roma, 2 novembre 2022 

SEGRETERIA NAZIONALE ANPI 

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liliana segre: discorso 13 ottobre

 «L’anniversario della marcia su Roma una vertigine. Attuare la Costituzione, combattere l’odio»


Liliana Segre ha aperto la XIX legislatura da presidente provvisorio del Senato rivolgendo un pensiero a Papa Francesco e al presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano


«Rivolgo un caloroso saluto al presidente della Repubblica, a quest’aula e rivolgo un pensiero a Papa Francesco». Liliana Segre ha aperto così la XIX legislatura da presidente provvisorio del Senato. Ha poi letto un messaggio del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, cui ha rivolto «auguri nella speranza di poterlo rivedere presto ristabilito in Senato».


Di seguito il discorso pronunciato a Palazzo Madama. [...]

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Incombe su tutti noi, in queste settimane, l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore, in una follia senza fine.


Mi unisco alle parole puntuali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino».


Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre, nel quale cade il centenario della marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio a me assumere momentaneamente la Presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente, perché — vedete — ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre ed è impossibile, per me, non provare una specie di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco della scuola elementare. E oggi si trova, per uno strano destino, addirittura sul banco più prestigioso del Senato.


Il Senato della XIX legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai diciotto ai venticinque anni, ma anche e soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a duecento.


L’appartenenza a un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità, ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio.


Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con disciplina e onore, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse. Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa Assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto, interpretando invece una politica alta e nobile che, senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.



Le elezioni del 25 settembre hanno visto - come è giusto che sia - una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. Il popolo ha deciso: è l’essenza della democrazia. La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione.


Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese e devono garantire tutte le parti.


Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.


In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana che - come dice Piero Calamandrei - è non un pezzo di carta, ma il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943, ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.



Il popolo italiano ha sempre dimostrato grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica. In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi. Anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali — e purtroppo questo è accaduto spesso — la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte costituzionale e alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.


Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata, come essa stessa prevede all’articolo 138, ma consentitemi di osservare che, se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione, peraltro con risultati modesti, talora peggiorativi, fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.


Il pensiero corre inevitabilmente all’articolo 3, nel quale i padri e le madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, che erano state l’essenza dell’ancien régime.


Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla Repubblica: «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».


Non è poesia e non è utopia. È la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere gli ostacoli.


Le grandi Nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date divisive, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 aprile, festa della Liberazione, il 1° maggio, festa del lavoro, il 2 giugno, festa della Repubblica?


Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.


Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico e contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.


Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso della passata legislatura. I lavori della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza. Questi lavori si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo, segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.


Concludo con due auguri.


Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa Assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative e riaffermare, nei fatti e non a parole, la centralità del Parlamento. Da molto tempo viene lamentata, da più parti, una deriva ed una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione di urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza. Nella mia ingenuità di madre di famiglia, però, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato.


Per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei Governi quando era minoranza e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare. Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.


Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo, in collaborazione col Governo, un impegno straordinario ed urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese, che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che disuguaglianze ed ingiustizie si dilatino ulteriormente, anziché ridursi.


In questo senso, avremo sempre al nostro fianco l’Unione europea, con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale. Non c’è un momento da perdere.


Dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere livelli di guardia e tracimare.


Senatrici e senatori, cari colleghi, buon lavoro.

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2 giugno a fornovo

Insieme la Sindaca, Michele Zanetti, la sezione ANPI di Fornovo di Taro, ha partecipato alla consegna della Costituzione ai nei maggiorenni. Nel nostro intervento abbiamo ricordato come questa Carta – antifascista, liberale e sociale . sia nata dalla lotta di Liberazione prima, quindi dalla vittoria nel referendum del 1946 e successivamente dal lavoro straordinario in assemblea Costituente. Non più sudditi, Cittadini


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XXV Aprile

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