Archivio della categoria: monchio – palanzano

C’è Chi Dice No

ANPI MONCHIO PALANZANO

A proposito dell'arrivo di Vannacci a Monchio domani


*A Monchio e a Palanzano c'è chi dice NO.*

Non abbiamo bisogno di generali perché non siamo soldati (e tra l'altro anche il sindacato dei militari denuncia certi programmi), ma cittadinə attivə che hanno scelto la pace (vd.articolo 11 della Costituzione).


Sappiamo chi siamo e quali sono le nostre radici, le troviamo nella gente, nelle piante, nella terra, non nella paura..

[...]

 

continua

Non ci servono richiami all'identità miope e meschina di chi non vede oltre i propri interessi; ci serve convivere con le differenze, di genere, di orientamento sessuale, di etnia, di cultura, di religione (avendo ben chiari i diritti e i doveri: art.2 e art.3 della Costituzione).


Ci servono la ricchezza di diversi punti di vista e la lotta alla povertà che impedisce la partecipazione: è la democrazia.

C'è chi ha combattuto e dato la vita per questo, la Costituzione è nata anche sulle nostre montagne.


Ci serve la storia, non la retorica di chi ostenta un passato che conosce solo superficialmente o manipola vergognosamente.

Non ci serve la nostalgia dell'impero romano per ricordarci che il Mediterraneo è mare _nostrum_ e ogni vita di chi ci si avventura conta.


Ci serve rispetto per le vite e le scelte delle donne, non "patriarcato mediterraneo".


Abbiamo bisogno di educazione affettiva e sessuale, non di educazione militare!


Ci servono lavoro, dignità, diritti, non "remigrazione" e fumo negli occhi.


Ci servono prospettive e strategie contro il capitalismo mercificante e disumanizzante, non armi di distrazione di massa.


Ci servono leggerezza e serietà, non _humour_ nero e multe sulle bestemmie.


Il futuro è internazionale

e la memoria resistente.

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Resitenza mAPPe – Resistenza in Val Cedra e in Val d’Enza

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Ponte di Lugagnano – 81°anniversario rastrellamento della valle del Cedra

il saluto di Nicola Maestri

Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Un saluto alle persone presenti, che testimoniano una sensibilità civile ammirevole. È il segno che esiste una comunità che resiste ai cattivi sentimenti. Con piacere e profondo rispetto verso questi caduti vi porto l’avvolgente e caldo saluto del Comitato Provinciale di Anpi Parma.


Siamo qui per confermare un impegno  per esaltare le libertà, e difendere la Costituzione nata dalla Resistenza. Un movimento di popolo con migliaia di persone che misero in gioco la propria vita. Uomini e donne, che lasciarono il lavoro, le case, gli affetti, per salire in montagna e combattere per riconquistare la dignità calpestata. [...]

continua

[...]

Una precisa strategia militare già prevista dalle spietate direttive del generale Wilhelm Keitel, comandante in capo delle forze armate tedesche e ribadita dagli ordini draconiani del feldmaresciallo Albert Kesselring: non riuscendo a stanare ogni singolo partigiano che si nasconde in montagna, che combatte in collina o nelle città occupate, le truppe tedesche (con l’ausilio dei reparti armati di RSI) dovranno mettere a ferro e fuoco quei villaggi e quelle comunità che danno aiuto ai partigiani; si dovranno massacrare civili innocenti che possono dare ai partigiani rifugio, cibo e cure.

Oggi, grazie al lavoro degli storici, sappiamo che diverse stragi nazifasciste non erano rappresaglie compiute per vendicarsi di azioni partigiane, ma spietate operazioni di polizia antipartigiana, usate per controllare un territorio in prossimità delle linee di difesa e ritirata. Massacri ordinari, crimini di guerra, ritorsioni vigliacche. È contro questa politica del terrore che i ribelli, i combattenti irregolari, i partigiani che si danno alla macchia cercano di resistere; e lo fanno come possono. La scelta di combattere non sarà né allora, né in seguito, una decisione presa a cuor leggero. Convincersi all'uso armato della violenza è un dramma di coscienza attraversato da dubbi, da crisi, da tormenti interiori: perché in fondo «ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione», come avrebbe ricordato Cesare Pavese nella sua Casa in collina.
Sta tutta qui l’etica della responsabilità di quei combattenti volontari, «dagli abiti laceri e dalle scarpe rotte», «straccioni affamati» come li chiamano i tedeschi, che scelgono la lotta al fascismo perché mossi dalla ferma convinzione che sia giunto il momento d’opporsi in maniera definitiva, risoluta e forte, anche con la violenza, a chi la violenza la usa mille volte di più.

Pochi avevano capito il fascismo, la sua natura, la sua essenza totalitaria. Piero Gobetti, giovane prodigio, aveva compreso e predicò incessantemente l’intransigenza come valore assoluto, la bussola per indicare un comportamento senza compromessi. Gobetti, che aveva definito il fascismo come l’autobiografia della nazione, concludeva il saggio biografico che immediatamente scrisse dopo la morte di Matteotti con queste parole:

“Non si può immaginare una commemorazione più spontanea e più generosa. Come se i lavoratori abbiano sentito in lui la parola d’ordine. Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta.

Parole troppo dure?
Datate? Non credo.
Oggi esiste una memoria collettiva?
Si invoca spesso una memoria condivisa. È una richiesta equivoca. Occorre una memoria fondata sulla storia che lega Risorgimento e Resistenza.

Ricordiamo che a resistere dopo l’8 settembre del ’43 sono soprattutto ufficiali e soldati del regio esercito sbandato, che si danno alla macchia, ma anche giovani nati e cresciuti sotto il fascismo: studenti ispirati da uno spontaneismo libertario, patriottico, influenzato da Mazzini e da Croce, operai, antifascisti della prima ora, sorvegliati speciali, che hanno patito il carcere e il confino, e molte donne: sono i “piccoli maestri” decisi a mettersi fuori legge per farla finita con un regime ormai crollato, che ha portato la rovina della patria. Scegliere di resistere, è un atto di disobbedienza radicale contro il poter fascista (come scriverà Italo Calvino), che matura nell’intimo della propria coscienza, in solitudine, e si trasforma in assunzione di responsabilità con l’irrompere della guerra in casa.

Azioni di sabotaggio, attacchi a convogli in transito e a linee nemiche, agguati continui a tedeschi e fascisti nelle città occupate: chi combatte nella Resistenza deve misurarsi ogni giorno con eccidi, rastrellamenti e violenze, senza cedere mai alla paura e al ricatto delle rappresaglie. È una scelta coraggiosa ma non scontata, una scelta dolorosa e carica di responsabilità.
Una scelta verso la quale il Paese dovrebbe riconoscenza.

E invece abbiamo la seconda carica dello Stato che colleziona busti del duce, e invece abbiamo la presidente del consiglio che non si dichiara antifascista, legittimando quegli squallidi episodi che infestano l’Italia di scorribande fasciste come abbiamo dovuto assistere anche nella nostra Parma, città medaglia d’oro alla Resistenza.

E invece ad ogni anniversario del 25 aprile il Paese è però scosso da un Processo alla Resistenza che punta il dito sulle ragioni dell’antifascismo, confondendo torti e ragioni, meriti e bassezze, valori e disvalori, che cerca di equiparare le azioni partigiane ad atti di terrorismo.
Si assiste, di contro, a una generale riabilitazione del fascismo, quasi a giustificare le colpe dei tanti crimini commessi da militi della RSI, “buoni padri di famiglia”, costretti solo ad obbedire a ordini superiori”. «Assassini», «vigliacchi», «terroristi», «colpevoli sfuggiti all’arresto»: così i revisionisti hanno da sempre definito i partigiani, accusati d’irresponsabilità per non essersi costituiti ai nazisti in modo da evitare rappresaglie.

Ma si tratta di una questione tirata fuori in maniera consapevolmente faziosa da chi, allora e in seguito, fu incapace di considerare il profondissimo dilemma umano e intellettuale che i partigiani di tutta Europa si erano posti, con estrema serietà e coscienza. Al fatto, cioè, che proprio l’antifascismo, in tutte le sue componenti politico-culturali, si era da sempre ispirato all’idea di un’Europa in cui le nazioni potessero convivere pacificamente; ma con l’irrompere della guerra l’idea della pace non poteva indurre alla soluzione d’arrendersi, di cedere al ricatto delle rappresaglie.

L’assenza di processi contro criminali di guerra nazifascisti ha nel tempo alimentato l’odio verso i partigiani, permettendo ai carnefici di rimanere impuniti. Migliaia di documenti e fascicoli processuali illecitamente archiviati con nomi di vittime e carnefici, con testimonianze e luoghi di migliaia di eccidi in tutta la penisola. Documenti occultati per oltre 50 anni in nome delle ragioni della guerra fredda rinvenuti solo nel 1994 presso la sede della Procura militare di Palazzo Cesi a Roma. Un tragico Atlante delle stragi nazifasciste, con oltre 5000 episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti, per il quale ben pochi hanno pagato.

Pensate che è stata approvata, nel 2022, con grande e grave ritardo, una legge che istituisce un fondo per il risarcimento dei danni subiti negli anni della guerra da parte delle forze del Terzo Reich.

Ebbene questa legge è boicottata dall’Avvocatura dello Stato nei processi in corso.
Perché accade questo?
Sono forse nazisti?
No, ma certo sono insensibili formalisti, senza pudore. Senza capire che si tratta di carne viva, non di creditori. La Presidenza del Consiglio è responsabile di un comportamento costruito su falsi, cavilli, ritardi strumentali.


È intollerabile che non sia fatta giustizia anche se dopo tanto tempo. Sono reati contro l’umanità, imprescrittibili. Da questo luogo sacro rivolgiamo un appello perché questo scandalo finisca presto.

La Resistenza ha affermato il diritto di un popolo a non farsi massacrare, a non farsi annientare senza muovere un dito: il diritto di lottare (con e senz’armi) per riprendersi la libertà e restituire dignità al Paese in cui il fascismo aveva avuto origine nel 1922.

In tutte le sue forme e ovunque si combattesse, nelle città presidiate dai Gap o a Nord della linea Gotica, tra gli Appennini e il Po, e ancora con la mobilitazione sociale nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle campagne, la Resistenza rappresentò il senso più profondo della lotta contro questa politica criminale. Donne e uomini, partigiani e civili, internati e deportati: persone che, con modalità e tempi diversi (e per diverse ragioni) avevano contribuito a riscattare l’onore della Patria, gettata nel fango dal fascismo e dai suoi miti guerrieri. Alcuni trovarono la morte, altri divennero sopravvissuti, ma per tutti l’amore per la libertà aprì un nuovo sguardo al futuro.

Voglio salutarvi con le parole di Rosario Bentivegna, noto Partigiano romano:

«Capimmo allora, poco più che ventenni, che la pace tra uomini liberi era la cosa più́ bella del mondo e quella lezione non l’abbiamo mai dimenticata, noi che abbiamo dovuto batterci nella più́ feroce delle guerre e abbiamo visto cadere, al nostro fianco, tanti amici, compagni, tante persone che ci erano care. La guerra è la cosa più́ sporca, più́ ignobile che all’uomo possa capitare di vivere, anche se i fascisti la acclamavano e la invocavano come “unica igiene del mondo”».

Ponte Lugagnano, questo luogo della Memoria ci parla oggi del senso di quella scelta antifascista; la scelta maturata da un’intera generazione costretta a battersi, come scrisse Piero Calamandrei «per necessità, non per odio», nell’idea di un possibile riscatto dell’Italia «dalla vergogna e dall’orrore del mondo».

Non dimentichiamo, andiamo avanti, con amore e dolcezza.

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte/oltre il ponte ch’è in mano nemica/vedevam l’altra riva, la vita/ tutto il bene del mondo oltre il ponte. Tutto il male avevamo di fronte/ tutto il bene avevamo nel cuore/a vent’anni la vita è oltre il ponte/ oltre il fuoco comincia l’amore. E vorrei che quei nostri pensieri quelle nostre speranze di allora rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell’aurora”.

Voglio pensare che Italo Calvino, nato nel 1923, quando scrisse questi versi meravigliosi pensasse a loro, ai nostri ragazzi di Ponte Lugagnano.

Grazie a tutte e tutti:
Viva la vita,
viva la libertà,
viva la Resistenza!


81ValCedra

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XXVAprile 2025 – 80 anni fa

nella pagina xxvaprile 2025 tutte le iniziative sul territorio provinciale

NOTIZIONE APPELLO 25 aprile

25 aprile di ottant’anni fa. 

In quella data simbolica fummo liberi e liberati. 

Liberi, finalmente, dopo vent’anni di dittatura fascista. 

Liberati dal tallone di ferro nazista e dai complici fascisti di Hitler. Dal gigantesco massacro della seconda guerra mondiale con decine di milioni di morti e con le sue macerie materiali e morali. Dall’inaudito carico di violenza e distruzione, di deportazione e sterminio prodotti dal fascismo e dal nazismo.

Ottant’anni dopo viviamo un tempo sconcertante e sconvolgente, di ritorno della guerra, e in particolare della guerra ai civili, dei nazionalismi, dei fascismi e dei razzismi, di attacco alla democrazia, di impoverimento dei popoli. 

Mai come oggi la memoria del 25 aprile ci dà la forza morale e civile per resistere e per rilanciare i principi costituzionali della Repubblica democratica fondata sul lavoro, della sovranità popolare, del ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Mai come oggi siamo in prima fila per un’Italia, un’Europa, un mondo di libertà, eguaglianza, solidarietà, lavoro, pace, dignità della persona. È tempo di resistere, di affermare la più ampia unità per un’altra Italia, un’altra Europa, un altro mondo.

Mai come oggi ricordiamo con affetto e riconoscenza coloro che hanno combattuto e che hanno sacrificato la vita in quello straordinario evento storico chiamato Resistenza: antifasciste, antifascisti, partigiane, partigiani, staffette, lavoratrici, lavoratori, deportate, deportati, internati, militari, forze dell’ordine, religiose e religiosi. Da loro continuiamo e continueremo a prendere esempio.

Mai come oggi consegniamo alle nuove generazioni l’orizzonte di futuro che aveva negli occhi il popolo della Resistenza in quell’aprile 1945. Di nuovo, è tempo di resistenza, una resistenza consapevole, pacifica, collettiva. Di nuovo ci riconosciamo in un cammino di liberazione da percorrere insieme.


25 aprile 2025: mai come oggi, eccoci in tutte le piazze del nostro bellissimo Paese, per una grande festa popolare che inneggia alla pace, alla democrazia solidale, al lavoro!

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XXVAprile 2025

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Manifesto ufficiale 80° anniversario della LIberazione

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