IRENE SANDEI
PRESIDENTE ANPI MONCHIO PALANZANO
XXVAprile - P.zza Garibaldi Parma
Buongiorno e buon 25 aprile! Buona Festa della Liberazione dal nazifascismo! Questa è una festa bellissima, e impegnativa, ci ricorda chi siamo e da che parte vogliamo stare. [...]
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"Ora e sempre Resistenza" non è uno slogan da cantare a cuor leggero in un bel giorno di primavera, è sempre di più una necessità. Un impegno da onorare. Qui, nelle "belle città" ; "sulle aride montagne" dove si trova la sezione ANPI di Monchio e Palanzano cui appartengo; e ovunque, "nostra patria è il mondo intero", e ovunque c'è bisogno di resistere, alle crisi, alle guerre, alla disumanità.
Dalla striscia di Gaza all'Iran, dall'Ucraina al Sudan, dagli Stati Uniti al Venezuela e a Cuba.C'è bisogno di resistere perché ci sono ancora rigurgiti di fascismo, con le sembianze dei picchiatori dell'ICE, delle guerre di Trump o di Netanyahu, o di Ignazio Benito Maria che non ha ancora capito la differenza tra repubblicani e repubblichini, o di certe amministrazioni locali che vorrebbero escludere l'ANPI dalle celebrazioni del 25 aprile perché Bella ciao è un canto "troppo politicizzato".I canti stonati sono altri, quelli che abbiamo sentito nella sede di Fratelli d'Italia lo scorso ottobre, quelli che non s'intonano con la Costituzione.
Le forme di Resistenza a tutto questo sono diverse, chiaramente, a volte bisogna inventarsene di nuove in base ai diversi contesti, ma la sostanza resta quella, quella di cui conserviamo così cara la memoria. Perché ci dà ispirazione, coraggio, forza. "I nostri caduti non sono morti, sono un fuoco che brucia, un faro che illumina..." diceva il comandante Arta.
L'emozione che provo a stare qui con voi è enorme, pari solo alla consapevolezza dell'importanza di esserci e anche oggi di prendere parte, di essere partigiana, orgogliosa di far parte di una storia così importante, di essere un piccolissimo pezzettino nella storia delle donne e degli uomini liberi. Liberi anche sotto la dittatura fascista, dentro le prigioni dove furono rinchiusi e torturati, sui monti e nei boschi dove organizzarono la lotta, lungo i sentieri nuovi che tracciarono.
E qui mi riferisco soprattutto alle donne, perché dagli uomini ci si aspettava che agissero, che combattessero, da una parte o dall'altra. Dalle donne invece non ci si aspettava niente. Ma proprio quando da te non si aspettano niente è allora che puoi fare tutto. Sulle donne non pesava la coscrizione obbligatoria, la necessità di nascondersi per sfuggire all'arruolamento coi nazifascisti o alla cattura nei campi di prigionia, potevano rimanere in casa e aspettare che passasse quella calamità come erano passate tutte le altre prima di allora, e invece le donne scelsero di rischiare tutto per cambiare tutto.
La Resistenza delle donne è civile e armata insieme, fatta di persone di estrazione sociale diversa ma soprattutto di donne del popolo, contadine, operaie, abituate alla fatica e ad arrangiarsi, ma anche capaci di inventare e sperimentare ruoli inediti, prendendo la retorica della femminilità sottomessa e rassicurante, esaltata dalla propaganda fascista, e ritorcendogliela contro. Soccorritrici, staffette, informatrici, combattenti, spie. I ruoli furono molteplici e fondamentali per il successo della lotta di Liberazione. E dopo la lotta finalmente il suffragio realmente universale.
Ci sono volute 2 guerre mondiali e la Resistenza per capire che le donne sanno fare tutto quello che sanno fare gli uomini e per decenza democratica, 80 anni fa, abbiamo cominciato a votare e ad essere votate.E una volta dentro le istituzioni le donne hanno lavorato e legiferato per migliorare la vita di tutte le altre donne e quindi dell'intera società.
Le 21 madri costituenti elette il 2 giugno 1946, ma anche le 2 consigliere elette nel consiglio comunale di Parma il 7 aprile 1946 (la comunista Anna Menoni e la socialista Giuseppina Rivola, assessora al bilancio nella giunta Savani), 2 su 50 componenti (mentre nell'Assemblea costituente erano 21 su 556). Perché gli inizi sono sempre difficili. Poi migliora, e se non migliora si continua a lottare, si continua a resistere.
Hasta la victoria.
W il 25 aprile!
Ora e sempre Resistenza!
NICOLA MAESTRI
PRESIDENTE COMITATOT PROVINCIALE
ANPI PARMA
XXVAprile - Torrile
Buongiorno a tutti i presenti e a tutte le autorità. Vi porto il sincero e caloroso saluto del Comitato Provinciale di ANPI Parma. È il nostro 25 Aprile 2026, quando, accanto alla Liberazione, celebriamo la vittoria della Repubblica, la conquista del voto alle donne, la nascita dell’Assemblea Costituente. Quale momento migliore per ricordare ancora una volta la figura femminile di grande spessore morale e l’esempio che ci ha lasciato in eredità la staffetta partigiana, Rina Saccani. [...]
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Doveroso il suo ricordo, come esemplare e prezioso il suo percorso politico e di donna solidale e di Pace. Come é altresì sacrosanto ricordare questa data di ottant’anni fa, quando si avviava la ricostruzione di un Paese diverso da quello fascista, ma anche da quello prefascista, si posero allora le basi della Costituzione che fonda la Repubblica democratica sul lavoro e che ripudia la guerra.
In quell’anno cruciale – il 1946 – si manifestò la forza di una nuova democrazia fondata sull’unità delle forze politiche, su di una altissima partecipazione al voto, sullo straordinario numero di iscritti ai partiti di massa, sulle grandi manifestazioni popolari nelle città e nelle campagne con l’obiettivo di una maggiore giustizia sociale.
Questo fu possibile grazie alla natura unitaria della Resistenza italiana e al ruolo dell’antifascismo nei due decenni precedenti; fu allora che nacque l’idea della repubblica democratica, e fu nel 1944 che questa idea fu sperimentata nella pur breve esperienza delle repubbliche partigiane; fu allora che le donne che parteciparono direttamente come Rina, o indirettamente alla Resistenza avviarono di fatto il percorso di emancipazione e liberazione femminile; fu allora che gli operai, con i grandi scioperi del 1943, del 1944 e del 1945, misero l’eguaglianza sociale a tema centrale del nuovo Stato e della nuova società.
Oggi tutto questo viene rimesso in discussione da un cieco e barbaro ritorno della guerra, dei nazionalismi e dei fascismi; la pace e la giustizia sociale sono messi in forse; i tecnocrati, proprietari di sconfinati imperi finanziari, affermano che la democrazia non è compatibile con la libertà; ogni forma di diritto internazionale viene calpestata rivendicando il primato assoluto della forza. Dalla memoria di 80 anni fa possiamo ritrovare l’energia unitaria per contrastare questa catastrofica deriva che può portare ad un conflitto generalizzato e sta già portando ad un declino economico sociale di dimensioni sconosciute.
Ci sono già gli anticorpi contro tutto ciò: le grandi manifestazioni per la pace, la rivolta morale di decine di milioni di cittadini nel mondo davanti al genocidio di Gaza, auspicabile allo stesso modo anche per altre guerre bestiali che attualmente insistono nel mondo, ma pensiamo anche allo stesso voto referendario a difesa dello stato di diritto; a una nuova generazione che torna ad essere protagonista. Questa rinnovata energia unitaria è memoria di Resistenza, di Liberazione, di democrazia progressiva, di giustizia sociale, di partecipazione popolare, di costruzione di pace.
Ci tocca, ancora una volta, operare per un mondo nuovo e assieme contrastare alla radice l’attuale vento autoritario,nazionalista e bellicista. Se c’è un nuovo fascismo, c’è anche una nuova Resistenza. E dopo la Resistenza, c’è sempre una Liberazione.
Viva il 25 Aprile,
Viva Rina Saccani e le donne come lei che ci hanno indicato il cammino
GIULIO VARACCA
PRESIDENTE ANPI FORNOVO DI TARO
XXVAprile - Fornovo di Taro
Autorità, Cittadine e Cittadini,
prima ancora che festa nazionale, celebrare il 25 Aprile deve essere un atto di coscienza civica. Significa fare Memoria: riconoscere le radici della nostra libertà. Con gratitudine per il passato e speranza per il futuro. [...]
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Tuttavia, puntualmente, il dibattito pubblico viene inquinato da chi tenta di ribaltare la Storia. Da anni assistiamo a un tentativo sistematico di delegittimare l’antifascismo come fondamento della Repubblica: si confondono torti e ragioni, si equiparano i caduti Partigiani ai militi della Repubblica Sociale o si riducono i reparti della Wehrmacht a presunte «bande musicali».
Ci inchiniamo di fronte alla morte, ma la Storia - anche di quelle morti - è stata ampiamente giudicata. Come ricordava Italo Calvino, dietro il milite delle brigate nere, per quanto convinto o in buona fede, c’erano i rastrellamenti, le torture, lo sterminio; dietro il partigiano più ignaro o spietato, c’era invece la lotta per una società pacifica, democratica e giusta.
Il fascismo fu un sistema nato nel sangue dei braccianti bastonati, delle Case del Popolo date alle fiamme, degli omicidi politici. Fu una violenza metodica, divenuta regime con la Marcia su Roma e grazie al letale abbraccio di una Corona vile che consegnò l’Italia a vent’anni di oscurità.
Oscurità e morte: dalle sabbie della Libia ai gas in Etiopia, fino al sangue della Spagna e all’occupazione dell’Albania.
Poi le leggi razziali, i campi di concentramento, la Risiera di San Saba, la Russia, l’orrore dell’occupazione della Jugoslavia. Scolpita come un marchio d’infamia la frase del generale Mario Robotti: «Si ammazza troppo poco». In queste parole risiede la nuda verità della repressione fascista.
Oggi assistiamo a subdoli tentativi di edulcorare quel passato, magari tagliando alla cultura, ai fondi agli istituti storici (solo in Emilia Romagna istituto Cervi, comitato di Marzabotto, la Fondazione Fossoli perderanno il 20% delle risorse per il taglio operato dal Governo) oppure derubricando i rigurgiti neofascisti a «folklore».
Ma non è folklore il simbolismo della Xª MAS esibito in Parlamento, né lo sono i canti del Ventennio nella sede di un partito, neppure il ritorno dello squadrismo dell’ottobre scorso (a Genova addirittura nelle scuole). Non lo sono i saluti romani di Acca Larentia, né i «bollini di italianità» distribuiti a negozi che evocano sinistramente le camicie brune degli anni Trenta. Non lo è il tentativo dei “fascisti del nuovo millennio» di utilizzare le aule del Parlamento per teorizzare la «reimmigrazione», sfidando il cuore della Repubblica nata dalla Resistenza. Ai deputati che hanno impedito questo «bivacco di manipoli», poi purtroppo sospesi, la nostra solidarietà.
A chi ancora derubrica questi fatti — fosse anche la seconda carica dello Stato — abbiamo il dovere di ricordare, con pacatezza, ma la necessaria fermezza, che quanto si sta sminuendo, quella ferocia, non fu un incidente di percorso, ma il frutto avvelenato di una ideologia che arrivò a negare l’umanità stessa.
Ma in quell’orrore, nonostante quell'orrore, la responsabilità di alcuni italiani si fece coscienza, consapevolezza: scelsero la Libertà e la Speranza contro la paura. Sotto le bandiere del CLN, identità diverse - comuniste, socialiste, cattoliche, azioniste liberali - trovarono una sintesi superiore.
In quel patto tra diversi nacque la nostra convivenza, fondata sulla giustizia sociale, sul lavoro, sul ripudio della guerra e sulla pace.
Ecco cosa celebriamo ogni 25 Aprile: quegli uomini e quelle donne, certamente, ma soprattutto i valori che oggi, più che mai, devono essere nostra bussola.
Nel trittico solenne degli ottantesimi anniversari — Liberazione, Referendum e Costituzione — il 1946 svetta come l’anno della grande scelta. Il popolo decretò che l’Italia dovesse appartenere a tutti: smettemmo di essere sudditi per riconoscerci Cittadini e Cittadine!
Fu l’anno del voto alle donne, un diritto conquistato con la Resistenza e già sperimentato nelle Repubbliche partigiane, divenuto legge piena nel febbraio del '46.
Da allora la storia delle donne nella nostra Repubblica è un cammino d’orgoglio, fatto di coraggio tenace e di una straordinaria partecipazione, di emancipazione. Un cammino che attende ancora il suo pieno compimento e finché la parità non sarà assoluta nel lavoro, nella politica e nella società, il percorso non potrà dirsi compiuto.
Questa contraddizione tra il dettato costituzionale e la realtà non si ferma al genere, ma attraversa, purtroppo, tante fibre della nostra società. Non c’è dignità se non si accede al lavoro, oppure se quel diritto si sgretola nel fenomeno del «working poor» — anglicismo che nasconde il fenomeno dello sfruttamento — o dove la sicurezza diventa un lusso che si paga con la vita.
Sia il rapporto Censis e quello Caritas del 2026 allarmano per gli indici di povertà: 10 % della popolazione. Una povertà che è ormai "ereditaria": una trappola generazionale; altro che ascensore sociale! Esclusioni e solitudini che indeboliscono il tessuto sociale e rischiano di soffocare la democrazia stessa.
La democrazia vive della partecipazione e nella partecipazione, non solo nel voto. Abbiamo bisogno di avere spazi sempre più grandi di democrazia, inclusivi, non di più divieti.
Eppure qualcuno vorrebbe recintare il dissenso, dimenticando che la nostra Costituzione non si limita a tollerare la voce di chi protesta, ma promuove la partecipazione, anche se critica. Partecipare non è un attacco alle istituzioni, ma l’esercizio più alto della sovranità popolare.
Infine, la preoccupazione più grande: non può esserci giustizia senza il diritto alla Pace. Dalla denuncia della "terza guerra mondiale a pezzi» di Papa Francesco, vediamo solo passi indietro della diplomazia. Salvo la posizione della Spagna di Sanchez, la stessa solitudine pacifista di Papa Francesco è quella odierna di papa Leone. L'Europa tentenna … Eppure siamo di fronte al dilagare dei conflitti, ad un riarmo globale senza precedenti!
Nella nostra repubblica, nonostante il monumentale articolo 11, il Governo punta ad elevare la spesa militare al 2,5% del PIL, pari ad esborso di 23 miliardi di euro in soli tre anni, che in quindici, diverranno 130 miliardi di euro sacrificati sull’altare di nuovi sistemi d’arma.
E' nell’illusione che questa deterrenza militare sia risolutiva, nel mondo si arriva a ventilare come possibile l’uso tattico dell’arma nucleare.
Siamo al definitivo tramonto del diritto internazionale. L’idea di un consesso tra nazioni, tra pari, è stata sostituita dalla cinica invenzione trumpiana del "Board of Peace»: un tavolo da poker per pochi potenti, dove si partecipa se si è ricchi, e si vince soltanto usando la forza, magari minacciando la fine di una civiltà, azzardando temerarie dispute teologiche su guerre giuste o meno. Siamo al delirio di onnipotenza
Nel mentre il pianeta è ferito da oltre cinquanta conflitti. E’ l’Ucraina, sotto i bombardamenti russi; è il dramma del Sudan, con quattordici milioni di rifugiati; è la striscia di Gaza con il genocidio del popolo palestinese, l’invasione del Libano, i bombardamenti in Iran, il rovesciamento dello stato Venezuelano, sono le nubi autoritarie su Cuba, …
Davanti a questa deriva, abbiamo il dovere di non piegarci, ma di trovare in noi stessi la forza di essere oppositori, di pretendere la piena applicazione del dettato costituzionale, del nostro essere repubblica che ripudia la guerra, di manifestare il nostro dissenso, il nostro pacifismo.
FERMIAMO QUESTO NUOVO FASCISMO !
Parole retoriche ? Impresa impossibile ? Scelte impraticabili ? Cosa possiamo fare ?
Sono domande che meritano rispetto, magari sorte anche oggi in questa piazza.
«Essere consapevoli è faticoso. È molto più semplice non sapere, non informarsi, non scegliere. Ma ogni volta che resti indifferente, stai lasciando che qualcun altro decida al posto tuo» ci sprona Antonio Gramsci
Da queste parole, da questo invito alla consapevolezza, con grande umiltà, suggerisco una riflessione
Guardiamo al nostro Monumento dedicato ai Partigiani e ai Patrioti fornovesi.
Quel monumento, che la nostra sezione ANPI ha voluto con ostinazione, non è solo pietra. È storia e carne. Custodisce i nomi di 177 giovani. 11 Vite spezzate, sogni interrotti. Il più giovane tra loro aveva solo diciassette anni: un gigante.
Seppero opporsi. Lo fecero quando erano una minoranza, quando l'impresa era folle e impossibile. Eppure, proprio da quel 'no' pronunciato in pochi, si è costruita la libertà di cui noi oggi godiamo: è l’aria stessa che respiriamo in questa piazza. Significa essere, oggi, quegli uomini liberi che loro sognavano di diventare.
Ecco, guardando a quel monumento, io credo, troveremo le risposte, sapremo scegliere.
ORA E SEMPRE RESISTENZA,
viva il XXVAprile