Archivi del mese: Gennaio 2026

Comitato provinciale Società civile per il NO nel referendum costituzionale

Conferenza stampa Sabato 17 Gennaio 2026, ore 11 Sala Arta di Via Treves, 2 Parma


Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale Parma

Come ANPI provinciale e come componenti di questo Comitato per il No siamo convinti che di fatto questa sia una controriforma e motiviamo il nostro No a una modifica che indebolisce la magistratura nell’equilibrio con gli altri poteri della democrazia, mortifica il Parlamento e ci trascina a un giudizio referendario, opaco, divisivo e costoso.

Intanto i problemi che affliggono tanti cittadini e tante cittadine nell’accesso alla giustizia restano del tutto inalterati. Il potere può degenerare e quel delicato gioco di pesi e contrappesi cerca di evitare al meglio tali degenerazioni. 

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La modifica costituzionale che ci viene proposta altera questo gioco: indebolisce la magistratura mutando l’equilibrio tra i poteri esecutivo e legislativo. É buona prassi non fare paragoni azzardati perché sono periodi storici differenti, ma non possiamo nascondere di avere una ragionevole preoccupazione per gli interventi governativi in atto che stanno limitando progressivamente gli spazi di partecipazione e gli equilibri democratici così faticosamente raggiunti.

La cosiddetta legge Nordio è un attacco frontale ai fondamenti costituzionali. Non c’è neppure, se non marginalmente, una separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nonostante quello che si dice. Perché la separazione è già in atto dopo la riforma Cartabia del 2022, che consente il passaggio una sola volta e solo cambiando regione.

Quindi passare da una carriera all’altra è difficilissimo, tanto che negli ultimi 5 anni la percentuale media dei passaggi è stata pari allo 0,31% Non è per niente una riforma della giustizia e non servirà ad accelerare i tempi dei processi. Noi crediamo che serva soprattutto per assoggettare gradualmente i magistrati al cappello governativo. Limitare tutto ciò a una battaglia tra governo e magistrati sarebbe un errore di enorme sottovalutazione.

Nel disegno di legge costituzionale infatti non c’è una riforma della giustizia diretta a rendere i processi più veloci, a rendere più facile l’accesso alla giustizia, a tutelare meglio i diritti dei cittadini. Lo riconoscono gli stessi fautori della riforma. Nessun intervento sul numero dei magistrati, del personale, dei locali, delle strutture, dell’organizzazione degli uffici giudiziari, rivolto a migliorare tempi, efficienza e qualità dei procedimenti. Anzi, il nuovo sistema costituzionale creerebbe problemi organizzativi non indifferenti.

Questo referendum riguarda eccome tutti i cittadini.

Nel 2028 festeggeremo gli ottant’anni della Costituzione.

Speriamo vivamente di arrivarci con la pienezza di queste norme.

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Celebrazione per 81°anniversario della strage dell’Epifania

VARANO MARCHESI, 6 GENNAIO 2026 “Il passato come avvertimento, la pace come sentimento”

Sonia Carloni Presidente ANPI Medesano

Salutiamo le Autorità civili, militari e religiose, le Associazioni combattentistiche e d’arma, le Associazioni di volontariato e Voi tutti per essere intervenuti a questa celebrazione.

Come ogni anno ci ritroviamo saldamente qui per ricordare e portare avanti la storia di quanto accaduto 81 anni fa in questa piccola comunità. E come ogni anno ci preme raccontare di nuovo cosa avvenne nella notte tra il 5 e 6 gennaio 1945.Quella notte cadde più di un metro di neve. Era la condizione ideale per dare avvio al rastrellamento nazifascista che si stava preparando già dal dicembre 1944 sulle colline attorno a Varano Marchesi, frutto di un disegno di rastrellamento ancora più ampio nella provincia. [...] 

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I bersaglieri della divisione "Italia" insieme alle divisioni tedesche e alla 162ma denominata “Turk” arrivati qui frugarono i boschi, le case e le stalle alla ricerca dei gruppi di partigiani.

L'ordine di sganciarsi non fu sufficiente a mettere in salvo tutti i resistenti. Non salvò nemmeno la popolazione civile, che subì comunque le conseguenze dell'aver aiutato i ribelli. Molti tra loro vengono imprigionati e torturati per estorcere delle informazioni sui gruppi di partigiani. Il bilancio dopo circa 10 giorni di terrore fu di più di 20 tra civili e partigiani uccisi, numerose persone imprigionate nelle carceri o spedite nel campo di concentramento di Mauthausen.

Una ferita aperta per molto tempo per tutta la comunità, fatta di famiglie che hanno perso i propri cari o che non sapranno per molto tempo dove fossero e in che condizioni. Come ogni anno Vi invitiamo a leggere i nomi, a guardare i volti sul monumento qui a

fianco. Vi invitiamo ad immaginare le loro esistenze, uniche ed irripetibili, a pensare alla vita che avrebbero potuto avere in un paese in pace. E come avvenne qui accadde anche in tantissime altre località italiane a nord della linea Gotica oppure nel centro e sud Italia. Le sole vittime civili delle rappresaglie nazifasciste in Italia si contano in almeno 10.000 persone. Avvicinandoci a questa data è ogni anno più difficile trovare le parole per leggere la complessa e sempre più tragica e preoccupante realtà che ci circonda.

Celebrare questa data senza approcciarci all’attualità renderebbe vano il ricordo dei caduti e di coloro che si sono spesi anche con la vita per garantire a noi un paese democratico.

Nel mondo, ormai ogni giorno, si sta alzando l’asticella di quanto è tollerabile, di quanto non è più considerato esecrabile agli occhi della cosiddetta civiltà.

Gli organismi sovranazionali (migliorabili certo) nati a seguito della Seconda guerra mondiale e riconosciuti da tutte le parti in causa oggi sono rifiutati da una classe dirigente mondiale che si ripiega sui propri interessi particolari. Lo sfregio al diritto internazionale, e alla vita stessa delle persone, operato da alcune delle maggiori potenze mondiali in questi ultimi anni (e non ultimo in questi giorni) sta ridefinendo quella che è la modalità di mantenere i rapporti tra Stati del mondo. Rapporti basati sulla volgare potenza di fuoco e su malcelati interessi economici. Tutto questo, come sempre, a discapito delle popolazioni più in difficoltà, delle minoranze, dei ceti più poveri. Un ritorno all’indietro, al peggiore Novecento, in vari stati mondiali che hanno visto una forte ondata nera di movimenti con idee reazionarie e razziste. Chi ha l’enorme responsabilità di governare in qualsiasi momento storico (e mi riferisco ora nello specifico al nostro Paese) deve ispirarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione, sulla quale ha giurato:

“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Facciamo poi nostro l’appello alla pace così fortemente espresso dal Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno e ne sottolineiamo questo passaggio fondamentale:

“La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio. Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale.”


Dicevo che avvicinandoci a questa data è ogni anno più complesso trovare le parole ed è per questo che torniamo spesso da chi la tragedia della Seconda guerra mondiale l’ha vissuta e che ha partecipato al riscatto del nostro paese. Qualche giorno fa parlando di attualità con il partigiano “John”, Walter Cantoni, siamo tornati a casa con due affermazioni, semplici solo in apparenza, che ci hanno colpito profondamente e continuano a interrogarci: “il passato come avvertimento” e “la pace è un sentimento”.

Due frasi che, se ascoltate davvero, diventano una chiamata alla responsabilità, individuale e collettiva.

La prima, il passato come avvertimento, ci richiama al dovere della conoscenza della nostra storia.

Lo storico Francesco Filippi, in un articolo apparso su un giornale nazionale, afferma che:

“Alla domanda «che mi importa del passato?», io solitamente rispondo che il passato è il luogo in cui si trovano le risposte al nostro modo di guardare la realtà. È nel passato che si forma la mappa genetica del nostro vivere: se ci piacciono i capelli lunghi o corti, se dal macellaio troviamo la carne di coniglio ma non quella di gatto, se pensiamo sia normale passare otto ore al giorno lavorando, se accettiamo di vivere in pace o di morire in guerra. È tutto scritto nella stratificazione delle scelte di generazioni che ci hanno preceduto, in un’opera di sedimentazione lenta e inesorabile.” In queste parole c’è una verità profonda: nulla di ciò che siamo nasce per caso. Le nostre abitudini, le nostre convinzioni, perfino ciò che riteniamo “normale”, sono il frutto di decisioni, conflitti, rinunce e conquiste che altri hanno compiuto prima di noi.

Conoscere ciò che è stato non significa restare prigionieri del passato, ma dotarsi degli strumenti per comprendere il presente. Significa saper riconoscere i segnali, cogliere le analogie, mettersi in allarme quando riemergono dinamiche che la storia ci ha già mostrato essere pericolose. Conoscere la storia, allora, non è nostalgia: è vigilanza. È la bussola che ci aiuta a capire in quale direzione stiamo andando. La seconda affermazione, “la pace è un sentimento”, acquista un valore ancora più forte se accostata alle parole e ai richiami costanti del Presidente della Repubblica.

Dire che la pace è un sentimento significa sottrarla alla retorica e riportarla nella profondità dell’esperienza umana. Il vocabolario ci aiuta a comprendere: sentimento è, innanzitutto, l’azione di sentire, di percepire stimoli interni ed esterni; è consapevolezza di sé, della propria forza e della propria fragilità. È la capacità di riconoscere e apprezzare un valore, di distinguere ciò che è umano da ciò che lo nega.

Dire che la pace è un sentimento significa quindi riconoscerne il valore profondamente umano e affermare anche che la pace è un modo di pensare significa educare lo sguardo, la coscienza, la sensibilità. Perché la pace non è solo assenza di guerra: è rispetto, responsabilità, cura dell’altro. È una scelta quotidiana che definisce il modo in cui guardiamo il mondo e le persone che lo abitano.

Entriamo quindi in questo 2026, che porta con sé l’ottantesimo della nascita della Repubblica italiana (antifascista per costituzione) e della partecipazione (finalmente!) fondamentale delle donne al voto e alla vita pubblica, con molte preoccupazioni ma rinnovato impegno e speranza.

Cercando di scacciare la sensazione di impotenza che naturalmente potrebbe assalirci sapendo che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa di utile e sostanziale.

Come fecero i partigiani, le staffette e la popolazione civile tra queste colline.

Storia, memoria e pace, passato, sentimento e impegno: sono questi i fili che tengono insieme una comunità consapevole. Coltivarli non è un esercizio astratto, ma un atto civile, necessario, urgente. Perché solo conoscendo e sentendo davvero possiamo

mantenere e migliorare la nostra Repubblica democratica e garantirle un futuro più giusto, più umano, più degno della storia che gli antifascisti, i resistenti e le madri e padri Costituenti ci hanno consegnato.


 

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