Relazione introduttiva di Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma
Credo sia utile mettere a fuoco i tre grandi temi sul tavolo in questo periodo. Il primo è quello della pace e della guerra; il secondo è quello della democrazia; il terzo è quello del ruolo dell’Unione Europea nel terremoto che stiamo vivendo. Su queste tre questioni ruotano le tantissime novità degli ultimi giorni e su queste questioni dobbiamo riflettere, approfondire, decidere che fare.
Credo che dobbiamo precisare, quantomeno al nostro interno, la posizione dell’ANPI su alcuni temi che ruotano attorno a queste questioni.
[...]
[...]
Noi auspichiamo che le trattative per la tregua – e ci auguriamo per la pace, nonostante le crescenti perplessità– vadano a buon fine nonostante la tenaglia dei due imperialismi, le evidenti forzature da parte di Trump, la condiscendenza di Putin a tali forzature, l’apparente messa in secondo piano di Zelensky. Per quanto deprecabili possano essere le forme con cui si stanno svolgendo le trattative, a me pare che il peacekeeping dei cosiddetti volenterosi, l’ombrello nucleare francese, l’ansia dell’incremento delle spedizioni di armi in Ucraina e delle sanzioni alla Russia, lo stesso piano Rearm Europe, sostituito velocemente con Prontezza 2030, per fortuna parzialmente messo in discussione persino dal Consiglio europeo, vanno nella direzione contraria non solo alla trattativa di pace, ma anche a qualsiasi de-escalation. Si continua su una linea drammaticamente fallimentare. Non solo: accenno allo sconcertante silenzio dell’Unione e dell’Italia sulla ripresa del massacro a Gaza che sta creando una nuova ondata di indignazione nel Paese e sicuramente in tutti noi. Noi rileviamo in modo sufficientemente definito la dimensione di due imperialismi, diversi per molti aspetti, ma per certi versi di analoga natura; l’imperialismo dell’America di Trump, caratterizzato da una visione proprietaria del mondo e da uno sfondo pseudo-ideologico che richiama in parte importante le teorie dell’anarco- capitalismo, cioè della distruzione tendenziale di ogni aspetto dello stato sociale e della sua sostituzione integrale con il libero mercato, oltre che della riduzione dello Stato a una politica di potenza sia all’interno che su scala internazionale, con l’abbandono degli elementi fondamentali dello stato di diritto; da ciò una visione della pace in Ucraina che abbia anche come corollario immediato gli interessi economici degli Stati Uniti e l’appropriazione delle materie prime; l’imperialismo della Russia di Putin che si muove secondo la logica dello spirito grande russo, con una visione assoluta della difesa dei confini e con una loro possibile espansione, anche in questo caso con una appropriazione delle materie prime. Entrambi questi imperialismi sono in conflitto con l’Unione Europea per varie ragioni, fra cui la forma di governo democratico dei Paesi dell’Unione. Qui l’Unione paga il prezzo di tre anni di politica sbagliata rispetto alla guerra in Ucraina, una politica che ha continuamente allontanato l’orizzonte di un possibile negoziato, lasciando campo libero a terze forze per candidarsi a mediatori del conflitto, col paradossale esito che il grande mediatore, quantomeno ad oggi, sembra proprio il Paese che più degli altri si è speso per l’acuirsi della guerra, e cioè gli Stati Uniti. Noi dobbiamo difendere la natura della democrazia rappresentativa e partecipata come si è costruita nel dopoguerra in Europa occidentale e come l’abbiamo promossa in Italia attraverso la Costituzione, di cui rintracciamo i segni nella elaborazione delle forze e delle personalità antifasciste durante il ventennio e nelle idealità della Resistenza; in sostanza ciò che abbiamo definito democrazia liberale più democrazia sociale e Stato di diritto. Assieme, dobbiamo avere la distinta consapevolezza del declino delle forme democratiche negli ultimi decenni in Europa, in particolare dall’avvio della prima grande crisi quella dei mutui subprime, con la progressiva marginalizzazione di decine di milioni di elettori sacrificati sul mantra della governabilità, fino ad arrivare ad una sorta di democrazia decidente ed escludente col progressivo tramonto del conflitto sociale come sale delle vita democratica, con l’abnorme crescita del disincanto e perciò dell’astensionismo elettorale fino all’ossimoro di una sorta di democrazia oligarchica. Noi dobbiamo contrastare in modo sempre più fermo la politica dell’estrema destra italiana e delle forze analoghe in tutta l’Unione Europea, perché unite dalla progressiva negazione dello Stato di diritto, dall’attacco all’autonomia della magistratura, non più dalla marginalizzazione ma dalla criminalizzazione del conflitto sociale, da una sempre più evidente propensione autoritaria, da una profonda vocazione antieuropeista, come confermato dall’attacco vile della Presidente del consiglio al cuore dell’idea di Europa, cioè il Manifesto di Ventotene. La domanda che dobbiamo porci è quella che si chiede se all’interno della cosiddetta opinione pubblica esistano ancora gli anticorpi per combattere queste derive neofasciste. Se osserviamo la manifestazione indetta sostanzialmente da Anpi e Cgil, a cui hanno aderito altre associazioni e partiti progressisti a Parma lo scorso 1 marzo per contrastare la calata nella nostra città di gruppi musicali dichiaratamente fascisti, la risposta è sì, Parma e la sua provincia hanno ancora un forte radicamento ai valori democratici e antifascisti. È stato un bagno di folla per certi versi inaspettato, perché in tutta sincerità ci aspettavamo sì tanta gente motivata ma non certo cinquemila persone. D’altra parte la preoccupazione è alta per il periodo storico che stiamo vivendo. Ci troviamo quindi a dover rispondere ancora una volta, sotto le pressioni incessanti, a provvedimenti discriminatori e retoriche xenofobe a servizio dei potenti mentre si dichiarano amici del popolo, questa è una deriva in cui si crea la legittimità degli squadrismi, dell’ambiguità istituzionale, della minimizzazione, "dell’altrismo" e dell’indifferenza, verso cui è doveroso ricostituire una linea storica che rispetti i suoi eroi e che difenda le vittime dell’oggi e del domani. Nel pieno di queste complesse vicende è avvenuta la convocazione della manifestazione di Michele Serra, che, per essere esatti, è stata lanciata a causa e dopo i ripetuti attacchi alle forme di governo democratico in Europa e all’Unione Europea in generale e quindici giorni prima della proposta del ReArm Europe. La questione che abbiamo davanti, al di là dei dettagli, è se sia stato giusto o meno partecipare alla manifestazione. Nostri compagni erano in Piazza del Popolo perché era evidente, anche per la presenza di Cgil, Acli e Sant’Egidio, che la manifestazione avrebbe rappresentato diverse anime e diverse sensibilità. Non si configurava, in sostanza, come una piazza per la guerra e comunque sia non si capiva perché bisognasse regalare la piazza per l’Europa, per dirla con un paradosso, alla parte più bellicista degli europeisti. Ma dietro questa scelta c’è un pensiero che ci terrei a chiarire: nella situazione di grande confusione che regna oggi nel nostro Paese e davanti a un progressivo riflusso del movimento pacifista in Italia, a fronte dell’inesistenza di fatto di movimenti analoghi in quasi tutta Europa, noi dobbiamo essere presenti in tutte le piazze portando nelle forme più opportune il nostro messaggio e la nostra visione dell’Unione Europea. Oggi non è il momento di arroccarci, di chiuderci pensando che il rapporto con gli altri possa creare un contagio; è invece il momento in cui pensare al rapporto con gli altri come una risorsa che serve agli altri e serve a noi, per dirla con uno slogan: noi dobbiamo stare col popolo nelle varie forme con cui questo si manifesta. Concludo questi vari passaggi con l’imminente impegno che è di fronte a noi, ovvero il prossimo 25 Aprile, giorno in cui saranno trascorsi da quella data ottant’anni dalla fine della lotta di Liberazione e dalla riconquista della libertà. Dovrà essere un giorno speciale, unico, una grande Festa popolare e nazionale in ricordo di tutte e tutti coloro che in tanti casi hanno sacrificato la loro vita, la propria giovinezza per un paese finalmente libero e liberato. Partigiane, partigiani, staffette, donne, lavoratori, deportati, internati, militari, forze dell’ordine, sacerdoti, antifasciste, antifascisti, intere famiglie. La Costituzione del 1948 è stato il frutto di questa lotta, un dettato civile che riguardava e riguarda tutti: libertà, uguaglianza, solidarietà, lavoro, pace, dignità della persona, in una piena democrazia fondata sul pluralismo. Prepariamoci quindi a dare il nostro meglio, con passione, dedizione, collaborazione e coraggio. È probabile che alla manifestazione quest’anno sia presente con i propri vessilli, la Brigata Ebraica, esorto tutti i nostri iscritti, i nostri dirigenti a soffocare sul nascere ogni prevaricazione e di mettersi a difesa di qualsiasi tentativo di aggressione, anche verbale. Noi siamo l’Anpi, siamo un’ Istituzione e come tali dobbiamo comportarci.