Archivio della categoria: costituzione

i miei sette figli

Camminando insieme verso il 25 aprile 

Considerata la grande richiesta di biglietti e il limitato numero di posti nella sala vi informiamo che per vedere
“I miei sette figli”
la PRENOTAZIONE E' OBBLIGATORIA


Vi invitiamo a telefonare al nr.


0521/230242


(anche attraverso whatsapp)

oppure attraverso e-mail a:


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per prenotare la vostra poltrona.


Grazie della collaborazione

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Camminando insieme verso il 25 aprile

"Era giunta l'ora di resistere, era giunta l'ora di essere uomini. Di morire da uomini per vivere da uomini."
Piero Calamandrei
Anni di coraggiose scelte
80 anni di indissolubili esempi
Un domani di giusta libertà
Sabato 15 Aprile, TeatroDue
Ingresso: 3€
Nell’ambito delle Celebrazioni per la Festa della Liberazione, Fondazione Teatro Due, in collaborazione con ANPI - Comitato Provinciale di Parma - propone la lettura de :
I MIEI SETTE FIGLI
di ALCIDE CERVI e RENATO NICOLAI
L’appuntamento è SABATO 15 APRILE alle ore 18.00 presso la sede dell’Anpi (Piazzale Barbieri, 1): dopo i saluti di Nicola Maestri, presidente provinciale Anpi di Parma, si camminerà insieme verso il 25 aprile in una passeggiata resistente diretta al Teatro Due, dove avrà luogo lo spettacolo alle ore 19.00.
"I miei sette figli è un piccolo capolavoro di dolcezza di fierezza e di forza. Una testimonianza della perennità dei valori della Resistenza"

Sandro Pertini
#anpi #25aprile #TeatroDue #spettacolo #passeggiataresistente #resistenza #storia #liberazione #fratelliCervi


I MIEI SETTE FIGLI

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forum delle associazioni antifasciste e della Resistenza

ANPI, AICVAS, ANED, ANEI, ANFIM, ANPC, ANPPIA, ANRP, FIAP, FIVL 

Il 25 Aprile è la data del calendario civile in cui tutti i cittadini e le cittadine ricordano la Liberazione, e quindi, la Resistenza che ha cambiato la storia d'Italia con la sconfitta del nazifascismo.

Con la Costituzione repubblicana e antifascista si sancì la conquista della democrazia e di libere Istituzioni. Il 25 Aprile, che pose fine alla tragedia della guerra, fu preceduto da un ventennio di lotte antifasciste, durante il quale decine di migliaia di italiani furono perseguitati, arrestati, confinati, deportati e uccisi perché contrari al regime di Mussolini.

Ogni anno celebriamo questo giorno e rinnoviamo l'impegno in difesa di quei valori. Quest'anno lanciamo un appello affinché il 25 Aprile sia caratterizzato da una straordinaria partecipazione unitaria di donne e uomini, giovani, famiglie, popolo. Esprimiamo preoccupazione per dichiarazioni, decisioni e comportamenti di alcuni rappresentanti delle istituzioni e della politica che, in vari casi, sono apparse divisive e del tutto inadeguate rispetto al ruolo esercitato.  [...]

continua

[...]

Si impone una netta condanna del fascismo, mentre si moltiplicano episodi di violenza e di apologia del fascismo stesso di cui si rendono protagonisti gruppi che si ispirano a quella ideologia e a quelle politiche, riaffermando in questo giorno che unisce tutti gli italiani il significato più profondo della Liberazione. Aggiungiamo l'allarme per la grave situazione economica e sociale in cui versa l'intero Paese a causa degli effetti perversi di tante crisi che si sono sovrapposte e intrecciate, e la necessità e l'urgenza, a più di un anno dall'aggressione russa all'Ucraina, di spingere il governo italiano e l'Unione Europea a dare vita a una iniziativa diplomatica per aprire uno spiraglio di trattativa che crei le condizioni di una pace giusta e duratura. Sosteniamo lo spirito e la lettera della Costituzione, di cui ricorre il 75° anniversario dell'entrata in vigore, che disegna una Repubblica parlamentare, antifascista, una e indivisibile, dando forma alle speranze e ai sogni di futuro di quanti combatterono e diedero la vita.

Per queste ragioni pensiamo che i valori dell'antifascismo e della Resistenza, incarnati nella Costituzione, non siano mai stati così attuali come oggi: è bene che libertà e liberazione, piena democrazia ed eguaglianza sociale, lavoro, pace, solidarietà orientino le Istituzioni della Repubblica e la vita quotidiana dei cittadini.

Per questi obiettivi e su questi valori fondativi chiamiamo cittadine e cittadini, affinché il 25 Aprile di quest'anno sia una grandissima festa unitaria, pacifica, antifascista e popolare a sostegno della democrazia e a difesa della Costituzione della Repubblica. 11 aprile 2023
 

Il Forum delle Associazioni antifascista e della Resistenza 

ANPI, AICVAS, ANED, ANEI, ANFIM, ANPC, ANPPIA, ANRP, FIAP, FIVL 

XXVAPRILE2023

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#unfioreperpicelli

brunella manotti


Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare…
Antonio Gramsci

In questo periodo molte città italiane sono teatro di attacchi ai monumenti della memoria dell’antifascismo e della Resistenza. Si parla di atti di vandalismo, se ne scrive in modo generico, si lascia che la cittadinanza, impegnata nella frenesia della vita quotidiana, comprensivamente preoccupata per la crisi economica, distratta troppo spesso dai social e ormai in parte assuefatta alle “cattive notizie”, non ci faccia caso e liquidi questi fatti come “cose di poca importanza”. 
Questo ci deve far riflettere. Stiamo perdendo memoria della genesi della nostra democrazia, ci siamo allontanati dalle radici della nostra storia per vivere in un “presente permanente” dentro al quale i segni del nostro passato smettono di parlarci e di farci riflettere. Rischiamo di “abdicare alla nostra volontà”. [...]

continua

[...]
Così anche l’atto di bruciare la corona di fiori posta sotto la lapide che ricorda Guido Picelli è stato liquidato in parte come il gesto sconsiderato di qualche ubriaco, senza alcuna contestualizzazione, a eccezione dell’intervento sui media locali di alcune associazioni antifasciste che hanno sentito l’urgenza di porre il problema parlando di attacco fascista. 

Con loro l’Anpi provinciale e la sezione di Parma hanno voluto sottolineare che questa città, medaglia d’oro della Resistenza, è indissolubilmente legata alla lotta per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia sociale. L’Anpi lo ha fatto lanciando l’appello di portare un fiore in piazzale Picelli. Un fiore per Guido Picelli, protagonista delle Barricate di Parma del 1922, contro ogni fascismo, contro chi ha agito di notte per colpire la memoria di una delle figure più importanti dell’antifascismo parmense. 

Le cittadine e i cittadini hanno risposto con grande entusiasmo, il loro gesto ha fatto rumore, ha parlato al cuore dell’Oltretorrente e alla città tutta. Ha lasciato un segno tangibile, come dimostrano le tante fotografie che ci sono arrivate.

Il fine settimana si è colorato di una straordinaria partecipazione, sentita e sincera. Facendo memoria attiva donne e uomini hanno ribadito la propria capacità critica di sottrarsi a letture semplificate e fuorvianti del presente, hanno spezzato ancora una volta le catene dell’indifferenza. 

Basta un piccolo gesto di obiezione di coscienza per rompere il silenzio, per abbattere i muri, per far sentire la voce di chi, come noi, crede ancora nel valore della convivenza civile e della democrazia.


CP Anpi

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autonomia differenziata

L'AUTONOMIA DIFFERENZIATA FA MALE ALL'ITALIA
Conferenza pubblica a difesa della Costituzione, dell'unità del paese e della centralità del Parlamento

Si è tenuto sabato 4 marzo al circolo Arci Zerbini di Parma un incontro pubblico informativo, organizzato da Anpi Comitato Provinciale di Parma, da Anpi sezione di Parma e dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale di Parma, per confermare l'opinione negativa su una riforma istituzionale che, poiché rischia di ampliare il  divario tra cittadini e territori e di disgregare l'unità nazionale differenziando i diritti sociali e civili dei cittadini, spalanca la strada ad un mutamento profondo della Costituzione antifascista. 

Ospiti e relatori Luigi Marino del Comitato Nazionale Anpi e Edoardo Fregoso docente di storia del Diritto.

Foto incontro

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assemblea nazionale cervia

nicola maestri


Carissime e carissimi tutti.

Se dovessi dare un titolo a questa breve incursione, la definirei "Il nemico è alle porte" prendendolo in prestito dalla famosa opera cinematografica. Il tema della centralizzazione e decentralizzazione dello Stato attraversa il Paese sin dall’Unità d’Italia. Già dalla costruzione del nuovo Stato lo sviluppo fu dicotomico, l’esaltazione del modello decentrato inglese da parte della classe dirigente liberale andò a disperdersi nella paura della disgregazione del nuovo Stato e nella difficoltà nel governare una società sempre meno liberale e sempre più di massa, su questa prima disomogeneità di valori si scelse la forma di stato unitaria centralizzata su modello francese, pur mantenendo autonomie locali. [...]

continua

[...]

Lo sviluppo italiano continua poi a muoversi su due fronti, quasi come un doppio stato. Il definirsi della struttura nazionale istituzionale si allontanò quindi da un contro bilanciamento naturale e vitale dei poteri in uno stato democratico per avvicinarsi più ad un servilismo nonché utilitarismo amministrativo.

La situazione si è ripresentata con le dovute e sostanziali differenze al termine del secondo conflitto mondiale quando a prevalere fu il decentramento amministrativo e legislativo e un accentuato regionalismo. Ad influenzarne la scelta fu anche inevitabilmente l’esempio negativo e contiguo del regime fascista, ben innervato nella cultura mnestica del paese, il quale abolì la suddivisione del territorio nazionale in circoscrizioni e arrivò a sopprimere le autonomie locali.

A prevalere fu dunque la linea più particolarmente degasperiana, egli fin da giovane fautore del regionalismo, della maggiore indipendenza delle autonomie locali e del decentramento burocratico e soprattutto dei poteri. La linea del capo provvisorio dello Stato aveva forti radici che affondavano anche nella storica linea del Partito Popolare Italiano e di Papa Pio XI, quest’ultimo tra l’altro firmatario dei Patti Lateranensi.

“All’unità degli atomi si preferiva l’unità degli organi” diceva lo stesso De Gasperi. Il fatto che gli organi in Italia fossero così sbilanciati non costituì evidentemente elemento di sfiducia, così come la presenza di una criminalità organizzata presente e influente in più di ogni altro paese, sviluppatasi parallelamente all’unità del 1861, quando l’attenzione

dell’allora primo ministro Cavour si focalizzò nell’investimento univoco alla classe imprenditoriale e industriale del Nord abbandonando il Mezzogiorno e anzi trasformandolo in una “palla al piede del settentrione” più avanzato dal quale trarre forze vitali e utilitarismo mercantile. Questo già provocò grande spinta centrifuga nel Regno, squilibrio interno economico e quindi culturale, velocità di sviluppo differenti e crescita delle diseguaglianze.

Un primo solco nella frattura dell’unità con il proliferare di strutture mafiose che si incunearono nell’assenza e nei mancati adempimenti dello Stato. E infine lo sciagurato percorso attuale sulla struttura istituzionale regionale, sulle richieste di autonomie differenziate, anche se tecnicamente differenti tra loro ma che hanno in comune sicuramente la zona di provenienza: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, tre regioni settentrionali che nel solco della storia perseguono sicuramente e comprensibilmente interessi regionali convenienti ma che allontanano e colpiscono un’Italia già ferita.

Queste tre regioni hanno chiesto di trattenere il 90% del gettito fiscale proveniente dai cittadini, questo peserebbe sulle casse dello Stato per 190 miliardi di entrate in meno sulle 750 totali derivate normalmente da tale processo, circa un quarto del valore complessivo. Questo vuole meccanicamente dire, maggiore sviluppo ed efficienza per tali Regioni e meno per lo Stato nel suo complesso e quindi per risorse destinate alla equa redistribuzione, cioè automaticamente meno per chi sta peggio, meno per il Mezzogiorno, significa ancora una volta ampliare la differenza di velocità a cui le due o varie Italie sembrano andare.

Nel breve periodo è possibile che i veneti, i lombardi e gli emiliani possano godere di un effettivo maggior benessere, potendosi avvantaggiare di una quota cospicua di risorse che, invece, dovrebbero essere destinate alla redistribuzione sul territorio nazionale, ma al di là di ogni rilievo circa la violazione del principio di solidarietà sociale ed economica, al crollo sociale ed economico dei territori svantaggiati, non può che conseguire una crisi dell’intero sistema Paese.


Già oggi il divario è molto forte: Lo Stato spende per un cittadino del Centro-Nord 17.621 Euro, mentre per un cittadino meridionale 13.613 Euro. Pertanto, se lo Stato volesse spendere la stessa cifra pro capite senza togliere risorse al Nord, dovrebbe mettere a bilancio circa 80 miliardi in più per il Sud.

Ciò concretamente significa che il divario si aggraverebbe ulteriormente, con l’arretramento della presenza dello Stato: ovvero meno ospedali, meno scuole, meno infrastrutture, meno asili, meno musei e università, laddove già oggi mancano e nessuna perequazione sarebbe possibile.

L’autonomia differenziata da una parte contraddice e nega il principio di eguaglianza formale e sostanziale, dall’altra frammenta la naturale unitarietà funzionale delle infrastrutture del Paese, beni comuni della Repubblica, e dunque essa, anche al di là della disuguaglianza delle risorse economiche, crea disuguaglianze formali e sostanziali ed incide sulla funzionalità (e sulla competitività) delle grandi infrastrutture logistiche. Si pretende di regionalizzare la vera e propria “spina dorsale” del Paese, la scuola statale, sostituendola potenzialmente con 20 sistemi scolastici differenti, attribuendo alle Regioni la potestà legislativa sull’intera materia: sulle norme generali, sulle assunzioni del personale, sulla valutazione, in tema di formazione. Insomma, sul come e sul cosa insegnare.

Si tratta di un approccio modesto ed egoistico verso una serie di funzioni che, al contrario, dovrebbero rappresentare uno strumento dell’interesse generale. La configurazione di sistemi scolastici a marce differenti segnerebbe inevitabilmente il passaggio da una scuola organo dello Stato unitario e garante di un livello di istruzione analogo in tutte le regioni italiane, ad un sistema strutturalmente disuguale che forma studenti di serie A e di serie B.


In un tempo, più di altri, in cui la disgregazione e l’allontanamento dalle grandi istituzioni democratiche per smanie e tendenze machiste porta a isolamento e sfibramento, abbiamo affrontato e vissuto l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la quale si è trovata a dover affrontare una pandemia in solitaria, un mai così frenetico e disordinato ricambio istituzionale, una costrizione del mercato europeo, il 58% della popolazione che oggi voterebbe per stare all’interno dell’Unione Europea, e tra altri e vari elementi un dato preminente: l’iscrizione ai propri atenei universitari da parte di studenti europei di fatto dimezzata.

Avremmo dovuto imparare da questa nefasta scelta, perché si crea dunque, soprattutto, una questione di opportunità, dove sta l’opportunità e l’investimento nel futuro di una nazione che atrofizza la propria appetibilità e il proprio afflusso culturale, dove sta l’opportunità, quindi, nel picconare l’unità di intenti e dei destini di una popolazione e di una istituzione per la frenetica affissione di bandierine da campagna elettorale permanente, da miti federalisti da sguainare o da storie pronte da confezionare e spedire all’elettorato del futuro. Nella politica della rivendicazione, della rappresentazione superiore alla realtà, diventa importante preservare la sostanza con maggiore puntualità e aprioristicamente rispetto a quella che è la velocità della strumentalizzazione.

Dove sta quindi, l’opportunità, in un’Italia divisa di fronte alla guerra alle porte, perché come dicevo in premessa la guerra è sempre alle porte, e a quelle di ognuno, anche quando sembra lontana. Nella stessa politica dell’apparenza, o del “clima d’opinione” come dice la storiografia, con che autorevolezza si presenta in diplomazia un’istituzione mortificata? E chissà con quale autorevolezza si presenta in diplomazia chi pone il segreto di Stato, come questo governo, sulle proprie forniture di armamenti per paura che quella stessa rappresentazione politica non gli si ritorca contro. Ora quindi, se non si è più in grado di farne una questione di sostanza, è ora di sostanziarne l’apparenza, perché la guerra si serve delle fratture come la gravità dello scarso calcestruzzo, chissà che nel giocare con le rappresentazioni non ci si ritrovi la realtà.

Mi chiedo questa Unità dove si possa trovare se non nei momenti di crisi, se non nella vicinanza all’estinzione, e per di più per molteplici motivi come il riscaldamento globale, una condanna non un rischio, e l’attualissimo sciagurato rischio della guerra mondiale nucleare. Sarà bene guardarsi attorno e capire qualcosa in più di come ci si guarda, per capire che questa richiesta di autonomia non riguarda solo l’Italia, per capire che la guerra non riguarda solo l’Ucraina, per capire che il riscaldamento globale non riguarda solo qualche isola del Pacifico o le nostre valigie per le vacanze.

Per tutto questo sarà bene guardarsi attorno. E la nostra Associazione può e deve guardarsi attorno e per questo può e deve svolgere un ruolo importante. Gramsci diceva: "Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.


Basta tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza"

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