il saluto di Nicola Maestri
Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma
Un saluto alle persone presenti, che testimoniano una sensibilità civile ammirevole. È il segno che esiste una comunità che resiste ai cattivi sentimenti. Con piacere e profondo rispetto verso questi caduti vi porto l’avvolgente e caldo saluto del Comitato Provinciale di Anpi Parma.
Siamo qui per confermare un impegno per esaltare le libertà, e difendere la Costituzione nata dalla Resistenza. Un movimento di popolo con migliaia di persone che misero in gioco la propria vita. Uomini e donne, che lasciarono il lavoro, le case, gli affetti, per salire in montagna e combattere per riconquistare la dignità calpestata. [...]
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Una precisa strategia militare già prevista dalle spietate direttive del generale Wilhelm Keitel, comandante in capo delle forze armate tedesche e ribadita dagli ordini draconiani del feldmaresciallo Albert Kesselring: non riuscendo a stanare ogni singolo partigiano che si nasconde in montagna, che combatte in collina o nelle città occupate, le truppe tedesche (con l’ausilio dei reparti armati di RSI) dovranno mettere a ferro e fuoco quei villaggi e quelle comunità che danno aiuto ai partigiani; si dovranno massacrare civili innocenti che possono dare ai partigiani rifugio, cibo e cure.
Oggi, grazie al lavoro degli storici, sappiamo che diverse stragi nazifasciste non erano rappresaglie compiute per vendicarsi di azioni partigiane, ma spietate operazioni di polizia antipartigiana, usate per controllare un territorio in prossimità delle linee di difesa e ritirata. Massacri ordinari, crimini di guerra, ritorsioni vigliacche. È contro questa politica del terrore che i ribelli, i combattenti irregolari, i partigiani che si danno alla macchia cercano di resistere; e lo fanno come possono. La scelta di combattere non sarà né allora, né in seguito, una decisione presa a cuor leggero. Convincersi all'uso armato della violenza è un dramma di coscienza attraversato da dubbi, da crisi, da tormenti interiori: perché in fondo «ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione», come avrebbe ricordato Cesare Pavese nella sua Casa in collina.
Sta tutta qui l’etica della responsabilità di quei combattenti volontari, «dagli abiti laceri e dalle scarpe rotte», «straccioni affamati» come li chiamano i tedeschi, che scelgono la lotta al fascismo perché mossi dalla ferma convinzione che sia giunto il momento d’opporsi in maniera definitiva, risoluta e forte, anche con la violenza, a chi la violenza la usa mille volte di più.
Pochi avevano capito il fascismo, la sua natura, la sua essenza totalitaria. Piero Gobetti, giovane prodigio, aveva compreso e predicò incessantemente l’intransigenza come valore assoluto, la bussola per indicare un comportamento senza compromessi. Gobetti, che aveva definito il fascismo come l’autobiografia della nazione, concludeva il saggio biografico che immediatamente scrisse dopo la morte di Matteotti con queste parole:
“Non si può immaginare una commemorazione più spontanea e più generosa. Come se i lavoratori abbiano sentito in lui la parola d’ordine. Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta.”
Parole troppo dure?
Datate? Non credo.
Oggi esiste una memoria collettiva?
Si invoca spesso una memoria condivisa. È una richiesta equivoca. Occorre una memoria fondata sulla storia che lega Risorgimento e Resistenza.
Ricordiamo che a resistere dopo l’8 settembre del ’43 sono soprattutto ufficiali e soldati del regio esercito sbandato, che si danno alla macchia, ma anche giovani nati e cresciuti sotto il fascismo: studenti ispirati da uno spontaneismo libertario, patriottico, influenzato da Mazzini e da Croce, operai, antifascisti della prima ora, sorvegliati speciali, che hanno patito il carcere e il confino, e molte donne: sono i “piccoli maestri” decisi a mettersi fuori legge per farla finita con un regime ormai crollato, che ha portato la rovina della patria. Scegliere di resistere, è un atto di disobbedienza radicale contro il poter fascista (come scriverà Italo Calvino), che matura nell’intimo della propria coscienza, in solitudine, e si trasforma in assunzione di responsabilità con l’irrompere della guerra in casa.
Azioni di sabotaggio, attacchi a convogli in transito e a linee nemiche, agguati continui a tedeschi e fascisti nelle città occupate: chi combatte nella Resistenza deve misurarsi ogni giorno con eccidi, rastrellamenti e violenze, senza cedere mai alla paura e al ricatto delle rappresaglie. È una scelta coraggiosa ma non scontata, una scelta dolorosa e carica di responsabilità.
Una scelta verso la quale il Paese dovrebbe riconoscenza.
E invece abbiamo la seconda carica dello Stato che colleziona busti del duce, e invece abbiamo la presidente del consiglio che non si dichiara antifascista, legittimando quegli squallidi episodi che infestano l’Italia di scorribande fasciste come abbiamo dovuto assistere anche nella nostra Parma, città medaglia d’oro alla Resistenza.
E invece ad ogni anniversario del 25 aprile il Paese è però scosso da un Processo alla Resistenza che punta il dito sulle ragioni dell’antifascismo, confondendo torti e ragioni, meriti e bassezze, valori e disvalori, che cerca di equiparare le azioni partigiane ad atti di terrorismo.
Si assiste, di contro, a una generale riabilitazione del fascismo, quasi a giustificare le colpe dei tanti crimini commessi da militi della RSI, “buoni padri di famiglia”, costretti solo ad obbedire a ordini superiori”. «Assassini», «vigliacchi», «terroristi», «colpevoli sfuggiti all’arresto»: così i revisionisti hanno da sempre definito i partigiani, accusati d’irresponsabilità per non essersi costituiti ai nazisti in modo da evitare rappresaglie.
Ma si tratta di una questione tirata fuori in maniera consapevolmente faziosa da chi, allora e in seguito, fu incapace di considerare il profondissimo dilemma umano e intellettuale che i partigiani di tutta Europa si erano posti, con estrema serietà e coscienza. Al fatto, cioè, che proprio l’antifascismo, in tutte le sue componenti politico-culturali, si era da sempre ispirato all’idea di un’Europa in cui le nazioni potessero convivere pacificamente; ma con l’irrompere della guerra l’idea della pace non poteva indurre alla soluzione d’arrendersi, di cedere al ricatto delle rappresaglie.
L’assenza di processi contro criminali di guerra nazifascisti ha nel tempo alimentato l’odio verso i partigiani, permettendo ai carnefici di rimanere impuniti. Migliaia di documenti e fascicoli processuali illecitamente archiviati con nomi di vittime e carnefici, con testimonianze e luoghi di migliaia di eccidi in tutta la penisola. Documenti occultati per oltre 50 anni in nome delle ragioni della guerra fredda rinvenuti solo nel 1994 presso la sede della Procura militare di Palazzo Cesi a Roma. Un tragico Atlante delle stragi nazifasciste, con oltre 5000 episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti, per il quale ben pochi hanno pagato.
Pensate che è stata approvata, nel 2022, con grande e grave ritardo, una legge che istituisce un fondo per il risarcimento dei danni subiti negli anni della guerra da parte delle forze del Terzo Reich.
Ebbene questa legge è boicottata dall’Avvocatura dello Stato nei processi in corso.
Perché accade questo?
Sono forse nazisti?
No, ma certo sono insensibili formalisti, senza pudore. Senza capire che si tratta di carne viva, non di creditori. La Presidenza del Consiglio è responsabile di un comportamento costruito su falsi, cavilli, ritardi strumentali.
È intollerabile che non sia fatta giustizia anche se dopo tanto tempo. Sono reati contro l’umanità, imprescrittibili. Da questo luogo sacro rivolgiamo un appello perché questo scandalo finisca presto.
La Resistenza ha affermato il diritto di un popolo a non farsi massacrare, a non farsi annientare senza muovere un dito: il diritto di lottare (con e senz’armi) per riprendersi la libertà e restituire dignità al Paese in cui il fascismo aveva avuto origine nel 1922.
In tutte le sue forme e ovunque si combattesse, nelle città presidiate dai Gap o a Nord della linea Gotica, tra gli Appennini e il Po, e ancora con la mobilitazione sociale nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle campagne, la Resistenza rappresentò il senso più profondo della lotta contro questa politica criminale. Donne e uomini, partigiani e civili, internati e deportati: persone che, con modalità e tempi diversi (e per diverse ragioni) avevano contribuito a riscattare l’onore della Patria, gettata nel fango dal fascismo e dai suoi miti guerrieri. Alcuni trovarono la morte, altri divennero sopravvissuti, ma per tutti l’amore per la libertà aprì un nuovo sguardo al futuro.
Voglio salutarvi con le parole di Rosario Bentivegna, noto Partigiano romano:
«Capimmo allora, poco più che ventenni, che la pace tra uomini liberi era la cosa più́ bella del mondo e quella lezione non l’abbiamo mai dimenticata, noi che abbiamo dovuto batterci nella più́ feroce delle guerre e abbiamo visto cadere, al nostro fianco, tanti amici, compagni, tante persone che ci erano care. La guerra è la cosa più́ sporca, più́ ignobile che all’uomo possa capitare di vivere, anche se i fascisti la acclamavano e la invocavano come “unica igiene del mondo”».
Ponte Lugagnano, questo luogo della Memoria ci parla oggi del senso di quella scelta antifascista; la scelta maturata da un’intera generazione costretta a battersi, come scrisse Piero Calamandrei «per necessità, non per odio», nell’idea di un possibile riscatto dell’Italia «dalla vergogna e dall’orrore del mondo».
Non dimentichiamo, andiamo avanti, con amore e dolcezza.
“Avevamo vent’anni e oltre il ponte/oltre il ponte ch’è in mano nemica/vedevam l’altra riva, la vita/ tutto il bene del mondo oltre il ponte. Tutto il male avevamo di fronte/ tutto il bene avevamo nel cuore/a vent’anni la vita è oltre il ponte/ oltre il fuoco comincia l’amore. E vorrei che quei nostri pensieri quelle nostre speranze di allora rivivessero in quel che tu speri o ragazza color dell’aurora”.
Voglio pensare che Italo Calvino, nato nel 1923, quando scrisse questi versi meravigliosi pensasse a loro, ai nostri ragazzi di Ponte Lugagnano.
Grazie a tutte e tutti:
Viva la vita,
viva la libertà,
viva la Resistenza!


















