Archivio della categoria: costituzione

Commemorazione Attilio Derlindati

discorso di Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Ringrazio la sezione ANPI “Stigli” di Collecchio, per questo significativo invito. Ringrazio l'amministrazione comunale, sempre così attenta al tema della memoria, e dico grazie a tutti i presenti. Nel novembre 1944 il territoriodell’alta Val Parma fu attraversato da ingenti forze nazifasciste. Soldati addestrati ed equipaggiati per azioni di antiguerriglia rastrellarono paesi e boschi in cerca di partigiani.[...]

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Trascorsero quasi 20 giorni prima che gli antifascisti potessero fare ritorno e rioccupare il territorio che avevano dovuto abbandonare frettolosamente poche settimane prima per evitare la cattura. Nella casa della famiglia di mezzadri Bernini-Rossi a Lama di Ravarano si era insediata una parte degli uomini che componevano il Distaccamento “Stomboli-Gradessa” della 12^ Brigata Garibaldi. Nonostante la calma che sembrò segnare i giorni successivi al rastrellamento, i tedeschi di stanza a Cassio Parmense furono informati della presenza di partigiani a Lama. La casa fu circondata e gli uomini presenti furono arrestati. Bruno Ferrari, Partigiano “Zannarossa” decise di uccidersi facendosi esplodere una bomba a mano sul ventre, piuttosto che essere catturato. Agli altri furono legati i polsi dietro la schiena col filo di ferro e furono condotti verso Cassio.

Tra di loro anche un ragazzino, poco più che un bimbo, Walter Bernini, di 15 anni. Qui furono fucilati e sepolti all’insaputa di tutti, che li pensarono deportati in Germania. I loro corpi sarebbero stati scoperti solo a guerra finita, nel maggio del 1945. Quando furono recuperate le salme dei “martiri della famiglia Bernini-Rossi” venne alla luce anche un’undicesima vittima di uno sconosciuto, probabilmente un olandese disertore dell’esercito tedesco. Tra i sei partigiani giustiziati c'era anche Attilio Derlindati, Partigiano “Mongolo”, che era il Comandante del Distaccamento “Stomboli-Gradessa della 12^ brigata Garibaldi “Fermo Ognibene". Attilio aveva 21 anni ed era uno studente di Scienze naturali. Pensate un po' ventun’anni, potrebbe essere nostro figlio, nostro nipote. Personalmente ho un figlio della stessa età, studente al terzo anno di Scienze politiche. È stato semplice per me entrare in empatia con Attilio e pensare cosa lo abbia spinto in quegli anni, a compiere una scelta così netta e definitiva. Occorrerebbe ricordarlo più spesso questo nome, questo cognome, e chi come lui per un'idea di libertà, ha donato il bene più prezioso in suo possesso, quello della vita. Occorrerebbe ricordare più spesso i ruoli delle persone che qui, come in tante altre parti del mondo hanno perso la vita, e tutto ciò che avevano, per resistere. L’eccidio del 7 dicembre 1944, ottant'anni proprio oggi, non è stato solo l’omicidio ignobile e barbaro di 7 partigiani e 4 civili innocenti. È stato l’attacco alla montagna, all’idea della montagna e ai suoi figli. Le progenie della resistenza e insieme i suoi artefici hanno costretto i tiranni a venire sulle nostre montagne, nei nostri luoghi, negli anfratti delle grotte, dei rigagnoli, degli alberi centenari. Hanno violato luoghi sacri di lavoro e silenzio. Hanno voluto incidere profondamente, hanno profanato corpi e speranze, ma non hanno annientato l'idea, che è stata quella che ci ha condotto ad essere di nuovo liberi. La Libertà è passata da qui, attraverso i massacri della Conca della Bora, come negli altri innumerevoli luoghi di eccidi, di dolore straziante. E badiamo bene, non per scappare è arrivata la montagna, ma per combattere. Ad inseguire e a stanare la debolezza inerme furono i nazifascisti, che per incapacità e ignominia infierirono sempre sugli indifesi, sui ragazzi, sui simboli, disumanizzandoli, come in questo caso. La resistenza è quella delle montagne e delle pianure, delle città e dei paesini arroccati, delle singole stalle, dei focolari,dei contadini, delle donne, dei giovani ragazzini, la resistenza dei momenti umani che ci toccano nel profondo. Grazie al ruolo che ho l'onore di ricoprire pro tempore, ho avuto la possibilità di conoscere persone, intere comunità e luoghi che hanno spesso similitudini di dolore e resistenza. La resistenza alle torture, sintomo della debolezza intrinseca dei fascisti e dei nazisti, che umiliano il corpo e annientano le membra per distruggere l’ideale che non riescono a spegnere. E l'eco di quelle torture, di quel crepitio di mitraglia, di quell’infinito desiderio di tornare ad essere individui liberi, deve guidare tutti noi oggi nella quotidianità, a batterci per un mondo migliore, più equo, più giusto, più solidale. E se davvero aneliamo a tutto ciò, se dentro noi è rimasto un barlume di giustizia e libertà, dobbiamo fieramente passare da questi luoghi di strazio e sofferenza, se desideriamo tornare a una vita degna di questo nome. Piero Calamandrei, in un celeberrimo discorso tenuto nel 1955 a Milano, davanti a una platea costituita solo da giovani ragazze e ragazzi, ebbe modo di dire a loro: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione”. Probabilmente di quella platea giovanile, di ormai settant'anni fa, molti saranno parecchio anziani o non ci saranno più, ma quel monito del vecchio giurista e Costituente Calamandrei rimane di una attualità disarmante. Ricordare qui oggi Attilio Derlindati, e assieme a lui tutti i martiri di Cassio, non è solo un dovere civile e morale, ma è anche un bisogno assoluto, quasi fisico, di riscoprire le nostre radici, da dove proveniamo, di quali siano le nostre storie intime, individuali, per giungere a quella più macro, a quella collettiva che mai come in questo periodo storico ha la necessità di essere evidenziata e riaffermata. Ottant'anni per un giovane di oggi appaiono come un salto temporale enorme, per la grande Storia invece è solo un soffio, un sospiro. Per accorciare sensibilmente i tempi che sembrano così distanti alle nuove generazioni, raccontiamo loro la Storia dei tanti Attilio che hanno costellato di martiri la nostra Storia recente, storie di uomini e donne che hanno detto di no a ogni dittatura. Solo così dimostreremo loro tangibilmente che la memoria e gli esempi non si insegnano ma si tramandano di generazione in generazione. Grazie.

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80° anniversario dell’eccidio del CUP a Bosco di Corniglio/2

20 ottobre 2024

TOMMASO MARTINELLI

22 anni

ANPI COLLECCHIO


Alla base di questo mio breve intervento, ci sono due quesiti di fondo a cui cercherò di dare risposta: 1) che cosa mi ha spinto ad entrare nella grande famiglia ANPI in così giovane età ? 2) Perché un ventenne, nel 2024, dovrebbe iscriversi alla nostra associazione ? Per rispondere alla prima domanda, vorrei tentare un azzardatissimo parallelo storico tra due persone, nate dalla mia fantasia che per semplicità chiameremo entrambi Mario Rossi. [...]

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Un Mario Rossi nato nel 2002 e un Mario Rossi nato 80 anni prima nel 1922.

Partiamo dal Mario Rossi nato nel 2002. Il nostro Mario frequenta le scuole elementari, le medie e le superiori. Poi si iscrive all’università e con qualche difficoltà cerca di

barcamenarsi con gli studi. Oserei dire una vita tranquilla, una vita normale.

Pensiamo ora, invece, al suo alter ego nato all’inizio del 1922. A pochi mesi dalla nascita Mario vive le gloriose giornate di Agosto, quando a Parma gli abitanti dell’Oltretorrente erigono le barricate e impediscono ai fascisti di entrare nei loro borghi. Naturalmente Mario non ricorda direttamente queste gesta, se non attraverso le parole dei suoi cari. Così come non ricorda che sempre in quell’anno, ad ottobre, Mussolini prende il potere a seguito della Marcia su Roma.

Il nostro Mario cresce e frequenta le scuole elementari fascistizzate, se è fortunato fino alla quinta, se deve aiutare il babbo nei campi o in bottega fino alla terza.

A 17 anni scoppia la seconda guerra mondiale, a 18 anni anche l’Italia entra nel conflitto, a 20 anni viene arruolato nell’esercito e a 21 anni, a seguito dell’8 settembre, decide di salire in montagna.

Fino a 23 anni rimane in questi monti e verso la fine di aprile può finalmente scoprire il significato della parola Libertà.

Credo, dunque, che la risposta migliore al quesito iniziale sia proprio questa: la mia scelta di entrare in ANPI è dovuta alla consapevolezza che la piccola porzione di mondo in cui viviamo sia più libera, più giusta e più uguale, rispetto a quella di 80 anni fa, grazie alla lotta e alle fatiche di Mario e alle migliaia di altri ragazzi e ragazze che come lui imbracciarono il moschetto e andarono su in montagna a combattere quel regime che li avevi privati di tutto per più di vent’anni.

Veniamo ora alla seconda domanda, se è vero tutto quello che ci siamo appena detti, perché un ragazzo di vent’anni di oggi dovrebbe ancora iscriversi alla nostra associazione?

Credo che l’errore più grosso da non commettere sia proprio quello di considerare i diritti di cui godiamo come assodati e irrevocabili, non è così. Ci dimentichiamo che non è stato così per migliaia di generazioni prima di noi.

Così come sono stati conquistati, possono essere persi e lo vediamo tutti giorni con questo governo; dall’attacco alla sanità pubblica, alla precarietà sul lavoro, passando per una scuola pubblica sempre più bistrattata.

Vi è anche un’altra questione, fino ad ora abbiamo parlato della nostra porzione di mondo, della nostra Emilia e della nostra Italia, ma se allarghiamo un attimo lo zoom, i diritti di cui abbiamo parlato si sciolgono come neve al sole.

Per non parlare delle decine e decine di conflitti che tutt’ora sconvolgono il nostro pianeta: Palestina, Yemen, Libano, Ucraina, Mali, Myanmar, Congo; solo per citarne alcuni.

In sostanza, credo che un ventenne debba iscriversi perché possiamo migliorare questa nostra Emilia, questa nostra Italia e questo nostro mondo e possiamo farlo tutti insieme

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Modello Valditara

«Condividiamo profondamente le preoccupazioni del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione che ha espresso parere negativo sulle nuove Linee guida dell’educazione civica proposte dal ministro Valditara. [...]

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Il Consiglio ha giustamente criticato l’approccio fortemente individualista, l’inserimento dell’educazione finanziaria come mero strumento di valorizzazione e tutela del patrimonio privato, la mancanza di riferimenti espliciti all'educazione contro ogni forma di discriminazione e violenza di genere. Il Ministro aveva presentato il documento dichiarando di ispirarsi “al concetto di scuola costituzionale” in coerenza “con il nostro dettato costituzionale". Non cogliamo tale coerenza. Dobbiamo riprendere lo spirito costituente. Per questo l’educazione civica deve avere lo scopo di promuovere il senso civico e formare cittadini consapevoli, responsabili, critici e informati sui propri diritti e doveri, e deve porre al centro della sua attenzione il valore e la dignità della persona umana, al fine di determinare la formazione di cittadini attivamente coinvolti nella vita della comunità, capaci di contribuire positivamente alla crescita di una società sempre più complessa. Ci auguriamo che il ministro accolga le riflessioni del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e apporti le necessarie modifiche alle Linee guida dell’educazione civica per un progetto di società pienamente fondato sulla Costituzione».


Paolo Papotti

Responsabile nazionale formazione ANPI

anpi valditara

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Ricordando Mariano Lupo

Intervento ANPI Provinciale di Parma

52° anniversario dell’omicidio di Mariano Lupo (1972-2024)

Parma, 25 agosto 2024 Stefano Cresci

Carissimi amici, carissimi compagni,
permetteteci di iniziare con alcuni saluti e ringraziamenti. Intanto al Sindaco di Parma, Michele Guerra. La città è decorata con la medaglia d’oro per lo straordinario apporto durante la guerra di Liberazione. È molto significativa la sua presenza qui, oggi. Alle organizzazioni, movimenti e le associazioni antifasciste, ai rappresentanti e agli attivisti dei partiti e dei sindacati intervenuti, e a tutti voi per aver scelto di esserci e condividere questa raccolta e significativa commemorazione.
Lasciamo per ultimi, ma non certamente per importanza, i famigliari di Mariano.[...]

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Credo sia importante oggi, in occasione dell’anniversario della sua morte, partire invece dalla vita di Mariano Lupo. 

Mario e la sua famiglia arrivarono nella seconda metà degli anni Sessanta, quando pressante era la richiesta di lavoratori per iniziare le opere edilizie della nuova città, negli anni del boom delle costruzioni, dei piani di edilizia economica residenziale e delle trasformazioni urbane.

I desideri di Mario erano quelli di un ragazzo diciannovenne che, partito da un piccolo paese dell’entroterra siciliano, arrivava in una città del nord per cercare condizioni di  vita migliori per sé e la sua famiglia e, in senso lato, costruire una società più giusta e umana. Queste idee erano condivise da tanti operai, disoccupati, studenti e, anche dagli stessi partigiani, che si trovavano insieme per praticare obiettivi di solidarietà, difesa e ampliamento dei diritti. Nell’estate del 1972 l’Italia era un Paese in piena trasformazione, attraversato da un esteso risveglio sociale, dalla presa delle piazze di migliaia di giovani. Mariano era uno di quei giovani. 

In quei tempi di grandi trasformazioni, subentrava poi un ulteriore problema molto grave: il neofascismo in quegli anni vedeva Parma, città simbolo dell’antifascismo grazie ai fatti successi 50 anni prima con le Barricate e, successivamente, con la Lotta di Resistenza, un bersaglio da colpire. 

Vi era l’idea di fomentare la paura e l’insicurezza nell’opinione pubblica – attraverso bombe in banche, piazze e treni – per favorire una svolta antidemocratica, per reprimere quella partecipazione politica e disgregare quella ancor giovane democrazia. Dentro questo nefasto disegno fu lasciato ampio spazio ai gruppi neofascisti aventi la violenza come elemento centrale del loro agire politico, a latere del Movimento sociale italiano ma da esso, in alcuni casi non controllabili o spesso tollerati, che si muovevano con aggressioni, pestaggi e piccoli attentati.

In questo quadro si colloca il fatto tragico che ricordiamo oggi.

"Mario, operaio immigrato comunista, ucciso dall’odio e dalla violenza dei fascisti”: con queste parole la targa posta sul luogo dell’omicidio, racconta ciò che accadde a Mariano "Mario" Lupo.

La sera del 25 agosto 1972, all’ingresso del Cinema “Roma” a Parma, venne aggredito, accoltellato e ucciso da un gruppo di neofascisti. L’omicidio era volontario e la matrice era inequivocabilmente inseribile nella violenza politica neofascista, come decretò la sentenza in via definitiva.

La città restò attonita ma reagì con vigore e gli stessi funerali furono un’enorme risposta democratica e antifascista. In Piazza Picelli, nel cuore del quartiere popolare dell’Oltretorrente, Giacomo Ferrari - il vecchio sindaco comunista e comandate partigiano “Arta”- tenne l’orazione funebre davanti alle bandiere a lutto di tutti i partiti, ai gonfaloni delle associazioni democratiche e dei comuni, agli striscioni del movimento di fronte a una folla impressionante per la nostra città. 

Anche nel 1973, l’Avvocato Primo Savani – partigiano e politico molto conosciuto - allora presidente dell’ANPI commemorò in un comizio “la figura del giovane Lupo”. 

L’assassinio di Lupo si inseriva in una lunga scia di omicidi di militanti dei movimenti in Italia ed è il culmine delle aggressioni promosse nella nostra città. In questo senso, giustamente, all’epoca, si disse che la morte di Lupo era  in qualche modo “annunciata”: tra il 1968 e il 1972, le minacce, gli agguati, le violenze e le esplosioni di matrice neofascista ebbero una notevole ascesa.

Il processo d’appello si concluse il 15 giugno 1976, ad Ancona, con un inasprimento delle pene per i colpevoli, già riconosciuti colpevoli in primo grado. Secondo i giudici, l’aggressione era stata “decisa, preordinata ed attuata da una sola parte contro l’altra che si limitò, peraltro con scarsissima efficacia, a difendersi”. Nella sentenza definitiva si legge ancora: “Non possono dunque esservi dubbi sul fatto che, i giovani missini, quella sera, avevano in animo di fare qualcosa e si erano preparati in tal senso”. 

In quel fatto tragico si ritrovano molti dei protagonisti di quella fase storica: un piccolo gruppo di picchiatori della destra radicale, armati di coltelli, già conosciuti alla Questura per le loro azioni squadriste; un giovanissimo operaio, immigrato dal Sud in cerca di riscatto, attivista della sinistra rivoluzionaria di Lotta continua che sognava, insieme ad altri giovani, un mondo diverso; una città, distintasi per il suo antifascismo, che vide nella morte di quel giovane il perpetuarsi del sacrificio di altri suoi figli nella Lotta di Resistenza.

Anni inquieti, pieni di sangue dove le battaglie politiche venivano combattute purtroppo anche con la violenza, ma la Repubblica aveva “tenuto” e, grazie a quella società in fermento, alla stagione di rivendicazioni dei diritti operata da quei tanti giovani, e ai rappresentanti politici di indubbia qualità, provenienti ancora in larga parte dalla Resistenza, si era concretizzata una grande stagione di conquista dei diritti civili e sociali.

In un decennio si approveranno varie leggi fondamentali come lo Statuto dei lavoratori, nel maggio del 1970, e a dicembre dello stesso anno, la legge Baslini-Fortuna, che introduce il divorzio nell’ordinamento giuridico italiano. Nel 1975, con la riforma del diritto di famiglia, viene riconosciuta la parità di diritti all’interno nella coppia.

Ancora nel maggio del 1978, la Legge Basaglia, che disponendo la chiusura dei manicomi ha segnato una svolta nel mondo dell'assistenza ai pazienti psichiatrici, una cesura col passato e sulla strada della dignità. Nello stesso mese, il 22 maggio, viene approvata la Legge 194, che depenalizza e disciplina le modalità di accesso all'aborto.

La memoria di Mariano Lupo si è persa per un lungo periodo già dalla fine degli anni Settanta per ragioni storiche e politiche, per almeno venti anni, ma da qualche anno si è deciso di riportare Mariano Lupo e quel periodo storico all’attenzione della città di Parma.

La nostra storia è un patrimonio da non disperdere proprio per la nostra gente.

Crediamo essenziale fare memoria perché molto spesso, anche in forme diverse, la storia si ripete e la consapevolezza di ciò che è stato, è l’unico vero antidoto per difendere la nostra democrazia e contrastare pericolose derive di odio, di violenza e prevaricazione, di razzismi e discriminazioni, lottando per la realizzazione concreta della nostra Costituzione e di un Paese con minori disuguaglianze socioeconomiche e una rinnovata giustizia sociale. 

Per far ciò è certamente necessario far comprendere ai nostri concittadini, in particolare ai più giovani per varie ragioni comprensibilmente delusi, che l’impegno politico è la più alta forma di servizio alla Comunità. La politica, quindi, può e deve divenire lo strumento democratico fondamentale per creare una società diversa, a patto che si costruiscano le fondamenta necessarie: consapevolezza, conoscenza storica e capacità critica di valutazione dei contesti.  

Questi sono gli obiettivi prioritari da perseguire in un quadro politico nazionale e internazionale incapace di rispondere alle enormi sfide che sono dinnanzi a noi, che non ha saputo neppure evitare il ritorno della guerra in Europa e altri conflitti altrettanto sanguinosi che funestano questo mondo. La nostra fallimentare società neo-consumistica dominata dalla grande finanza e da piccoli, grandi o grandissimi centri di potere, che si nutrono delle divisioni sociali e alimentano le disuguaglianze, sta provocando guerre e miserie in un dejà-vu intollerabile.

L’idea di società competitiva che produce scarti, soprattutto umani, povertà dilagante e alimenta la violenza tra gli strati più poveri della popolazione non può rappresentare il futuro di questo Paese e del mondo. 

Voglio esser chiaro oggi. Esiste grande preoccupazione per la proliferazione di organizzazioni neofasciste e neonaziste che dovrebbero essere immediatamente sciolte in base alla Legge, ma ancor più preoccupano tentativi sempre più evidenti di negazione, equiparazione o edulcorazioni della nostra storia recente e le riforme costituzionali tese a distruggere la Carta costituzionale in profondità, nella sua essenza vera, operate da forze politiche che non fanno mistero di rifarsi ad una destra reazionaria, già conosciuta tragicamente in questo Paese.

Le responsabilità che ci attendono sono molte, l’obiettivo è difficile da raggiungere ma non possiamo sottrarci a questa responsabilità. Dobbiamo riprendere dalla nostra storia e dai valori della Repubblica e riportare all’impegno tante persone deluse e indifferenti.

Mariano sarebbe stato ancora qui con noi a lottare quotidianamente per un lavoro che sia dignitoso e rappresenti un modo per riscattarsi socialmente, contro le discriminazioni vergognose di genere e i razzismi, per l’accesso all’istruzione e a un potenziamento del Sistema culturale veramente inclusivo, per la preservazione dell’ambiente e la difesa di una Sanità pubblica universalistica. In altre parole, un Paese più umano e giusto dove le persone siano veramente al centro del dibattito pubblico. 

Credo che, come molti giovani inascoltati anche oggi, si impegnerebbe ancora e per questo Mario, così veniva chiamato dagli amici, vive con noi nell’impegno di tanti giovani e meno giovani che cercano di costruire un mondo migliore in cui vivere. Il nostro.

Ciao Mariano.

Ora e sempre (più) Resistenza.


Mariano Lupo 52°anniversario

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Comitato Provinciale

23 marzo 2024
relazione politica di Nicola Maestri
Presidente Comitato Provinciale ANPI

Da anni (oramai) leggo quasi quotidianamente i tanti commenti ai post che mi capita di condividere sui social e altri mezzi di comunicazione. Alcune presenze sono divenute per me un appuntamento fisso e il dialogo che si è generato si avvicina nello spirito a una comunità dove ci si ritrova. È quello che poi mi capita in maniera analoga quando incontro voi, compagne e compagni di ideali che nelle sezioni territoriali vi impegnate con passione e dedizione. Parto da questo concetto perché credo occorra prendere atto che anche questo è un canale di informazione importante, non l'unico ovviamente, non fraintendetemi, ma da non sottovalutare. Sono sempre meno purtroppo i luoghi fisici dove è importante e fondamentale confrontarsi e dibattere. [...]

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[...]

Per alcuni siamo considerati vetusti e nostalgici, ma il confronto e l'incontro sono veramente il sale della democrazia, che invece vogliono oggi giorno imporci

etichettando in modo sprezzante come superfluo se non peggio. In un mondo che inequivocabilmente vira verso orizzonti cupi noi di ANPI tenacemente intendiamo navigare in direzione ostinata e contraria, come direbbe il poeta.

Questa premessa per dire che sono colpito e allarmato dal clima che si va alimentando. Proviamo a fare mente locale e pensiamo a questo senso diffuso di intolleranza verso l’altro, a episodi che vanno oltre la distanza o il dissenso da una posizione che non si condivide.


Quanto pesa su tutto questo la guerra?

Cioè le due guerre che si consumano nel cuore d’Europa e in qu ella striscia di terra dove dopo trentamila morti (la metà bambini e minori) ancora migliaia di camion con beni di prima necessità restano bloccati al valico di Rafah?

Sono convinto che pesi tanto.


Le immagini e testimonianze di quelle tragedie e di un dolore senza sbocco (apparente) esasperano gli animi e ostruiscono i sentieri dell’ascolto. Rimbalzo come tutti da un reportage alle ricostruzioni storiche.

Se guardo all’Ucraina mi rendo conto che in due anni ho letto libri e analisi che per tutta una vita avevo largamente ignorato.

Ascolto voci che rimpallano le cause, e retrodatano le colpe. La guerra è iniziata dieci anni fa in Crimea e si è protratta nel Donbass.

Certo. È così.


Da lì un primo bivio, tra chi finisce col giustificare l’invasione russa (se non in forma esplicita marcando la complessità del processo storico) e chi, pure scorgendo quella medesima complessità, antepone il diritto sovrano a ogni altro pregresso.


A Gaza questo dualismo emerge con maggiore forza (e conseguente polemica). Se attacchi la strategia omicida di Netanyahu senza citare l’orrenda strage di Hamas del 7 ottobre rientri nel perimetro dell’antisemitismo (per lo meno inconsapevole). Se muovi da quel 7 ottobre c’è chi aggredisce la logica indicando nei trentamila morti e prima ancora nel mezzo milione di coloni e prima ancora nella mancata osservanza di tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite sullo Stato palestinese l’origine dell’escalation di odio e distruzione.


E il punto qual è? Che ciascuna di queste affermazioni risponde al vero.


Ma dietro parabole così strazianti (neonati che muoiono di stenti, donne stuprate, corpi devastati e rubricati come danni collaterali) non può non esserci il tentativo (almeno l’intenzione) di arginare il male e proporsi uno schema mentale diverso.

Altre epoche e protagonisti lo hanno fatto.
Un nome, Nelson Mandela, ma certamente non solo lui.

Oggi di fronte allo strazio sembra invece antistorico invocare due popoli per due Stati. Analisti acuti rimuovono quel traguardo come improponibile.

Altre voci, talvolta anche le più impensabili, declinano verso posizioni marginali o estreme e tutto concorre a comprimere speranze che in altri momenti si erano pure imposte. Un lento proseguire dove distinguere tra Israele e la sciagura di chi oggi lo governa o tra i terroristi di Hamas e il popolo palestinese si fa sempre più esercizio retorico quando dovrebbe essere l’alfabeto che non si arrende alla guerra.

Alle guerre.

Alcuni giorni fa a Roma la Cgil, l'ANPI e altre associazioni hanno promosso una grande manifestazione.

La volontà è una e semplice: far cessare le armi, fermare le bombe, soccorrere la gente stremata di Gaza, liberare gli ostaggi ancora prigionieri, e riaprire, allargare, lo spiraglio di una conferenza internazionale con una forza militare su quel campo di macerie in vista di una lenta ricostruzione.

Provare ancora, nonostante l’orrore di questi mesi (e anni) a non chiudere il libro della storia dovrebbe essere un dovere morale.

Ma se l’intolleranza s’impone quella speranza si annulla. E dopo rimane solo l’onda dell’odio a concimare cinismo e violenza.

Non può e non deve essere.

Mi sembra inoltre doveroso un passaggio sul premierato. Purtroppo se non interverranno fatti nuovi e significativi capaci di condizionare un sentimento prevalente nel paese noi questa volta corriamo il rischio serissimo di perdere il referendum.


Io penso che questa sia la ragione prima e fondamentale che deve spingerci a impostare la nostra opposizione alla proposta di premierato in una chiave che non ci schiacci sulla linea di un conservatorismo mai come adesso pericoloso perché poco efficace.

Quindi, sul piano del metodo, dico bene elaborare una serie di proposte capaci di delineare un progetto allo stesso tempo innovativo e alternativo alla riforma incostituzionale della destra.

Nello specifico la tesi di un presidenzialismo sgangherato nel quale saremmo già pienamente immersi e che trova nella vita dei partiti, in parte nel potere solitario di sindaci e governatori, ma soprattutto nel decisionismo di Palazzo Chigi con un abuso quotidiano di decreti e fiducie, la forma della sua espressione.

Non mi convince la lettura della loro proposta come una distrazione di massa dai fallimenti dell’azione di governo: Giorgia Meloni nel discorso della prima fiducia rivendicò quanto era scritto nel programma elettorale di Fratelli d’Italia (l’elezione diretta del presidente della Repubblica).


Continuo a credere che per loro questa riforma rappresenti il vero passaggio decisivo non solo di questa legislatura: accreditarsi come nuovi padri e madri di una costituzione rivista nel punto nodale della forma di governo e che archivia, questa volta definitivamente, la lunga stagione della discriminante antifascista.

Allora la domanda è quanto dobbiamo investire in termini polemici sullo scontro frontale rispetto a questo snodo?

Io penso che non possiamo ignorarlo perché è uno di quegli argomenti che se gestito con accortezza parla alla sensibilità di un pezzo importante del paese (non voglio dire un pezzo maggioritario, ma certamente un pezzo che nel momento del bisogno è disposto a uscire di casa e andare a votare contro una riforma che voglia aggredire alcuni dei pilastri costitutivi dello spirito costituente).

È chiaro che ci sono altri aspetti fondamentali a partire dal capitolo decisivo della legge elettorale (ogni sistema presidenziale che si accompagni al proporzionale alimenta una proliferazione dei partiti con la conseguenza di aumentare instabilità e conflitti, cioè esattamente l’opposto dei propositi annunciati).

Infine, a volo di uccello, una questione che riguarda la nostra Associazione.

In questi giorni, io, come immagino tanti di voi, ho appreso delle dimissioni di Roberto Cenati dalla carica di Presidente provinciale di ANPI Milano. Me ne guardo bene dal voler entrare in questioni che non conosco direttamente. Ma se ci definiamo un'associazione democratica, dobbiamo accettare e dibattere anche con chi ha sensibilità differenti, anche con chi ha posizioni minoritarie. Diversamente non potremo definirci un'associazione pluralista e democratica.

Guardate, so che sul termine “genocidio” ci sono diversi studi su quando sia opportuno definirli tali o meno. Questa definizione non esisteva prima del 1944. Si tratta di un termine molto specifico, che indica crimini violenti commessi contro determinati gruppi di individui con l’intento di distruggerli.

I Diritti Umani, così come stabilito nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazione Unite del 1948, riguardano i diritti fondamentali degli individui.


Se vogliamo trarre una lezione da questa vicenda, qualora ce ne fosse ancora bisogno, è che è necessario perseguire con determinazione a partire dal linguaggio, dal modo di porsi, e nella quotidianità, l'utilizzo prezioso del breviario della tolleranza, dell'inclusione, della solidarietà.

Senza dimenticare mai che ANPI è la casa di tutti gli antifascisti, non un piccolo partito. Non una congrega di carbonari. Siamo Ente Morale, non mi stancherò mai di 
ripeterlo, siamo parte integrante delle Istituzioni e come tali dobbiamo comportarci. Senza seguire le onde emozionali del momento.

Le Partigiane e i Partigiani, attraverso lo Statuto scritto di loro pugno, ci hanno autorizzati a proseguire sul solco da loro tracciato, di questo facciamone tesoro in ogni momento del quotidiano e nelle nostre strategie politiche.


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