Archivio della categoria: fascismo

Commemorazione Attilio Derlindati

discorso di Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Ringrazio la sezione ANPI “Stigli” di Collecchio, per questo significativo invito. Ringrazio l'amministrazione comunale, sempre così attenta al tema della memoria, e dico grazie a tutti i presenti. Nel novembre 1944 il territoriodell’alta Val Parma fu attraversato da ingenti forze nazifasciste. Soldati addestrati ed equipaggiati per azioni di antiguerriglia rastrellarono paesi e boschi in cerca di partigiani.[...]

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Trascorsero quasi 20 giorni prima che gli antifascisti potessero fare ritorno e rioccupare il territorio che avevano dovuto abbandonare frettolosamente poche settimane prima per evitare la cattura. Nella casa della famiglia di mezzadri Bernini-Rossi a Lama di Ravarano si era insediata una parte degli uomini che componevano il Distaccamento “Stomboli-Gradessa” della 12^ Brigata Garibaldi. Nonostante la calma che sembrò segnare i giorni successivi al rastrellamento, i tedeschi di stanza a Cassio Parmense furono informati della presenza di partigiani a Lama. La casa fu circondata e gli uomini presenti furono arrestati. Bruno Ferrari, Partigiano “Zannarossa” decise di uccidersi facendosi esplodere una bomba a mano sul ventre, piuttosto che essere catturato. Agli altri furono legati i polsi dietro la schiena col filo di ferro e furono condotti verso Cassio.

Tra di loro anche un ragazzino, poco più che un bimbo, Walter Bernini, di 15 anni. Qui furono fucilati e sepolti all’insaputa di tutti, che li pensarono deportati in Germania. I loro corpi sarebbero stati scoperti solo a guerra finita, nel maggio del 1945. Quando furono recuperate le salme dei “martiri della famiglia Bernini-Rossi” venne alla luce anche un’undicesima vittima di uno sconosciuto, probabilmente un olandese disertore dell’esercito tedesco. Tra i sei partigiani giustiziati c'era anche Attilio Derlindati, Partigiano “Mongolo”, che era il Comandante del Distaccamento “Stomboli-Gradessa della 12^ brigata Garibaldi “Fermo Ognibene". Attilio aveva 21 anni ed era uno studente di Scienze naturali. Pensate un po' ventun’anni, potrebbe essere nostro figlio, nostro nipote. Personalmente ho un figlio della stessa età, studente al terzo anno di Scienze politiche. È stato semplice per me entrare in empatia con Attilio e pensare cosa lo abbia spinto in quegli anni, a compiere una scelta così netta e definitiva. Occorrerebbe ricordarlo più spesso questo nome, questo cognome, e chi come lui per un'idea di libertà, ha donato il bene più prezioso in suo possesso, quello della vita. Occorrerebbe ricordare più spesso i ruoli delle persone che qui, come in tante altre parti del mondo hanno perso la vita, e tutto ciò che avevano, per resistere. L’eccidio del 7 dicembre 1944, ottant'anni proprio oggi, non è stato solo l’omicidio ignobile e barbaro di 7 partigiani e 4 civili innocenti. È stato l’attacco alla montagna, all’idea della montagna e ai suoi figli. Le progenie della resistenza e insieme i suoi artefici hanno costretto i tiranni a venire sulle nostre montagne, nei nostri luoghi, negli anfratti delle grotte, dei rigagnoli, degli alberi centenari. Hanno violato luoghi sacri di lavoro e silenzio. Hanno voluto incidere profondamente, hanno profanato corpi e speranze, ma non hanno annientato l'idea, che è stata quella che ci ha condotto ad essere di nuovo liberi. La Libertà è passata da qui, attraverso i massacri della Conca della Bora, come negli altri innumerevoli luoghi di eccidi, di dolore straziante. E badiamo bene, non per scappare è arrivata la montagna, ma per combattere. Ad inseguire e a stanare la debolezza inerme furono i nazifascisti, che per incapacità e ignominia infierirono sempre sugli indifesi, sui ragazzi, sui simboli, disumanizzandoli, come in questo caso. La resistenza è quella delle montagne e delle pianure, delle città e dei paesini arroccati, delle singole stalle, dei focolari,dei contadini, delle donne, dei giovani ragazzini, la resistenza dei momenti umani che ci toccano nel profondo. Grazie al ruolo che ho l'onore di ricoprire pro tempore, ho avuto la possibilità di conoscere persone, intere comunità e luoghi che hanno spesso similitudini di dolore e resistenza. La resistenza alle torture, sintomo della debolezza intrinseca dei fascisti e dei nazisti, che umiliano il corpo e annientano le membra per distruggere l’ideale che non riescono a spegnere. E l'eco di quelle torture, di quel crepitio di mitraglia, di quell’infinito desiderio di tornare ad essere individui liberi, deve guidare tutti noi oggi nella quotidianità, a batterci per un mondo migliore, più equo, più giusto, più solidale. E se davvero aneliamo a tutto ciò, se dentro noi è rimasto un barlume di giustizia e libertà, dobbiamo fieramente passare da questi luoghi di strazio e sofferenza, se desideriamo tornare a una vita degna di questo nome. Piero Calamandrei, in un celeberrimo discorso tenuto nel 1955 a Milano, davanti a una platea costituita solo da giovani ragazze e ragazzi, ebbe modo di dire a loro: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione”. Probabilmente di quella platea giovanile, di ormai settant'anni fa, molti saranno parecchio anziani o non ci saranno più, ma quel monito del vecchio giurista e Costituente Calamandrei rimane di una attualità disarmante. Ricordare qui oggi Attilio Derlindati, e assieme a lui tutti i martiri di Cassio, non è solo un dovere civile e morale, ma è anche un bisogno assoluto, quasi fisico, di riscoprire le nostre radici, da dove proveniamo, di quali siano le nostre storie intime, individuali, per giungere a quella più macro, a quella collettiva che mai come in questo periodo storico ha la necessità di essere evidenziata e riaffermata. Ottant'anni per un giovane di oggi appaiono come un salto temporale enorme, per la grande Storia invece è solo un soffio, un sospiro. Per accorciare sensibilmente i tempi che sembrano così distanti alle nuove generazioni, raccontiamo loro la Storia dei tanti Attilio che hanno costellato di martiri la nostra Storia recente, storie di uomini e donne che hanno detto di no a ogni dittatura. Solo così dimostreremo loro tangibilmente che la memoria e gli esempi non si insegnano ma si tramandano di generazione in generazione. Grazie.

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80° anniversario dell’eccidio del CUP a Bosco di Corniglio/2

20 ottobre 2024

TOMMASO MARTINELLI

22 anni

ANPI COLLECCHIO


Alla base di questo mio breve intervento, ci sono due quesiti di fondo a cui cercherò di dare risposta: 1) che cosa mi ha spinto ad entrare nella grande famiglia ANPI in così giovane età ? 2) Perché un ventenne, nel 2024, dovrebbe iscriversi alla nostra associazione ? Per rispondere alla prima domanda, vorrei tentare un azzardatissimo parallelo storico tra due persone, nate dalla mia fantasia che per semplicità chiameremo entrambi Mario Rossi. [...]

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Un Mario Rossi nato nel 2002 e un Mario Rossi nato 80 anni prima nel 1922.

Partiamo dal Mario Rossi nato nel 2002. Il nostro Mario frequenta le scuole elementari, le medie e le superiori. Poi si iscrive all’università e con qualche difficoltà cerca di

barcamenarsi con gli studi. Oserei dire una vita tranquilla, una vita normale.

Pensiamo ora, invece, al suo alter ego nato all’inizio del 1922. A pochi mesi dalla nascita Mario vive le gloriose giornate di Agosto, quando a Parma gli abitanti dell’Oltretorrente erigono le barricate e impediscono ai fascisti di entrare nei loro borghi. Naturalmente Mario non ricorda direttamente queste gesta, se non attraverso le parole dei suoi cari. Così come non ricorda che sempre in quell’anno, ad ottobre, Mussolini prende il potere a seguito della Marcia su Roma.

Il nostro Mario cresce e frequenta le scuole elementari fascistizzate, se è fortunato fino alla quinta, se deve aiutare il babbo nei campi o in bottega fino alla terza.

A 17 anni scoppia la seconda guerra mondiale, a 18 anni anche l’Italia entra nel conflitto, a 20 anni viene arruolato nell’esercito e a 21 anni, a seguito dell’8 settembre, decide di salire in montagna.

Fino a 23 anni rimane in questi monti e verso la fine di aprile può finalmente scoprire il significato della parola Libertà.

Credo, dunque, che la risposta migliore al quesito iniziale sia proprio questa: la mia scelta di entrare in ANPI è dovuta alla consapevolezza che la piccola porzione di mondo in cui viviamo sia più libera, più giusta e più uguale, rispetto a quella di 80 anni fa, grazie alla lotta e alle fatiche di Mario e alle migliaia di altri ragazzi e ragazze che come lui imbracciarono il moschetto e andarono su in montagna a combattere quel regime che li avevi privati di tutto per più di vent’anni.

Veniamo ora alla seconda domanda, se è vero tutto quello che ci siamo appena detti, perché un ragazzo di vent’anni di oggi dovrebbe ancora iscriversi alla nostra associazione?

Credo che l’errore più grosso da non commettere sia proprio quello di considerare i diritti di cui godiamo come assodati e irrevocabili, non è così. Ci dimentichiamo che non è stato così per migliaia di generazioni prima di noi.

Così come sono stati conquistati, possono essere persi e lo vediamo tutti giorni con questo governo; dall’attacco alla sanità pubblica, alla precarietà sul lavoro, passando per una scuola pubblica sempre più bistrattata.

Vi è anche un’altra questione, fino ad ora abbiamo parlato della nostra porzione di mondo, della nostra Emilia e della nostra Italia, ma se allarghiamo un attimo lo zoom, i diritti di cui abbiamo parlato si sciolgono come neve al sole.

Per non parlare delle decine e decine di conflitti che tutt’ora sconvolgono il nostro pianeta: Palestina, Yemen, Libano, Ucraina, Mali, Myanmar, Congo; solo per citarne alcuni.

In sostanza, credo che un ventenne debba iscriversi perché possiamo migliorare questa nostra Emilia, questa nostra Italia e questo nostro mondo e possiamo farlo tutti insieme

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Giacomo Ferrari a 50 anni dalla scomparsa

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI di Parma  

È con grande rispetto e commozione che personalmente mi approccio a questo ricordo di Giacomo Ferrari, il Comandante “ARTA”, e lo faccio portandovi il saluto convinto di tutto il Comitato Provinciale di ANPI Parma.

La storia dei popoli e delle nazioni è anche storia di persone, allo stesso modo che l'evolversi della vita degli individui, con più accentuazione per alcuni di essi, accade sotto la spinta di avvenimenti che riguardano l'intera società. [...]

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[...]

L'esistenza di Giacomo Ferrari è esemplare sotto questo aspetto. Il suo formarsi come uomo, il suo agire in un lungo arco di tempo - tre quarti del secolo scorso e la fine del precedente - ci mostrano un continuo intreccio con le vicenda di Parma e dell'Italia: una guerra coloniale, due guerre mondiali, l'avvento di una dittatura, il riscatto da essa, la ricostruzione del Paese, l'avvio di un'epoca di pace laboriosa.

Cinquant'anni fa ci lasciava l'uomo che attraverso il suo emblematico esempio ci ha donato una grande eredità, quella della strada da seguire, dell'esempio cristallino da imitare. Leggendo la sua testimonianza, i suoi ricordi, se ne trova traccia anche nel recente libro scritto dal pronipote Fabio Pasini, nel suo “Una biografia sentimentale”, Ferrari descrive in maniera puntuale e aderente ciò che ogni individuo dovrebbe pretendere da sé stesso, quando dice: “Ritenevo che la prima cosa che dovevamo fare noi, che intendevamo criticare la società e cercare di modificarla, era dimostrare che sapevamo compiere il nostro dovere e poi chiedere agli altri di dare e fare quello che noi dicevamo dovessimo dare e fare”.

Un valore, quello di Giacomo Ferrari, esemplare, che tocca il suo punto apicale in occasione dell'uccisione del figlio Brunetto quando, nonostante il dolore straziante, si preoccupa della vita e della sicurezza dei suoi partigiani e poi, a poco più di un mese di distanza, la vigilia di Natale del 1944, divide lo scarso rancio con i prigionieri fascisti. Un gesto che descrive limpidamente la cifra dell'uomo.

Giacomo Ferrari è stato un autentico uomo delle istituzioni. Proviamo a pensarlo Prefetto subito dopo il 25 Aprile del 1945, poi uno dei Padri costituenti eletto appunto alla Costituente, quindi Senatore, Ministro dei Trasporti nel II e III Gabinetto De Gasperi, per poi assumere l'incarico di Sindaco della città di Parma dal 1951 al 1963, apportando modifiche tangibili sul tenore di vita, soprattutto delle classi meno abbienti.

Mi consentirete una piccola parentesi affettiva e famigliare, perché nel maggio del 1961 in Municipio a Parma, il Sindaco Ferrari, unirà in matrimonio mio padre Armando e mia madre Iride, figlia di Eleuterio, martire della Resistenza. Un ricordo intimo questo, che mi accompagna fin dalla tenera età. Non mi scuso per questa concessione al richiamo della nostalgia che è un sentimento insopprimibile fino a quando l'essere umano conserverà la coscienza di avere un passato. Essa però può essere sterile e addirittura ostacolare la trasmissione delle esperienze da una generazione all'altra quando si esaurisce nel rimpianto dei tempi andati, visti come carichi di virtù e paragonato a un presente foriero di ogni corruzione e ogni vizio. Ma la nostalgia non è solo amore, a volte struggente, per il nostro passato, è anche stimolo alla comprensione storica. E la parabola su questa terra di ARTA lo ha dimostrato plasticamente.

Per tornare proprio al suo percorso, dopo questa significativa esperienza da Sindaco, Giacomo Ferrari ritorna in Senato e mantiene l'incarico di vicepresidente della Commissione Trasporti fino al 1970, quando abbandona l'attività politica.

La vita di Giacomo Ferrari ha attraversato il cosiddetto “secolo breve” come una cometa luminosa, come quel faro che illumina i nostri caduti che non sono mai morti, per utilizzare le sue stesse parole. Come dimenticare l'orazione funebre che Giacomo Ferrari tenne in occasione dei funerali di Mariano Lupo, il giovanissimo ragazzo di Lotta Continua, ucciso brutalmente da alcuni neofascisti nel 1972. Un'orazione tenuta davanti a più di quarantamila persone, che rappresenta ancora oggi una lezione perenne di umanità e un lascito morale unico e insostituibile. Ma oggi, la sua vicenda, ci offre l'opportunità per gettare una luce e riflettere a fondo sul fenomeno che ha caratterizzato drammaticamente il Novecento, mi riferisco al fascismo, il grande rimosso del nostro Paese.

Se ne parla sempre ma non se parla mai davvero. Attualizzato o sminuito, sempre e comunque in qualche modo travisato da forme di revisionismo più o meno subdole. Ma il fascismo, come anche Arta ci ha così bene dimostrato, è stato qualcosa di molto più complesso e di ben più inquietante; e aguzzando la vista oggi lo potremmo scovare dove meno ci si aspetterebbe di trovarlo.

Abbiamo la fortuna di avere in eredità storie come quelle di Arta, ma anche di tante vittime del fascismo, che attraverso le loro drammatiche esperienze, hanno visto la nascita del regime a volte in presa diretta. Ci sono scritti illuminanti dedicati ad esempio da Antonio Gramsci all'ascesa del regime fascista. Scritti che ne rilevano i legami con le grandi trasformazioni che attraversano le società capitalistiche, e che mettono al centro le classi sociali, i tempi della storia, le forme del comando e i processi di modernizzazione. Scritti che mostrano l'evoluzione di un pensiero d'avanguardia, sempre vigile e acuto malgrado l'isolamento e le sofferenze della prigionia e della guerra. E sono proprio questi i pensieri a cui tornare ogni volta, per sorprendersi di quanto possano continuare a parlarci con la stessa attualità. Tutto ciò per ribadire con forza che per nostra fortuna abbiamo avuto saggi e illuminati pensatori, nati sul finire dell'ottocento, che continuano,

nonostante il tempo trascorso, a possedere il pregio della contemporaneità e la potenza del dono di offrirci profondi spunti di riflessione.

Giacomo Ferrari, uno dei figli più gloriosi e meritori della nostra città, è senza ombra di dubbio uno di questi uomini.

Ed è proprio questo il significato della sua lezione e di quella che definiamo la memoria storica, della quale da più parti si lamenta l'offuscamento e che comporta, laddove questa tendenza non sia contrastata, il dissolvimento della coscienza politica di un Paese, la perdita del senso della solidarietà nazionale, la brutale colonizzazione della sua cultura. Un popolo di “senza storia”, manipolabile e assoggettabile mediante le tecniche della comunicazione di massa, è condannato a perdere la propria autonomia, vale a dire la propria capacità di pensare e di decidere anche quando se ne rispettino le libertà formali.

Concludo.

Ricordare la figura e l'opera di Giacomo Ferrari non è perciò soltanto un atto di dovuta gratitudine, è anche un atto di fede nei valori dei quali e per i quali è vissuto e che hanno dato nuovo alimento alla tradizione che ha dato gloria a Parma e alla sua provincia conferendole un posto

d'onore nella storia nazionale del nostro Paese.

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80° anniversario dell’eccidio Piazza Garibaldi – 2

Carmen Motta  
Presidente Istituto Storico della Resistenza
e dell' Età Contemporanea
Parma 

Grazie Presidente, saluto le autorità civili, militari, le associazioni partigiane e combattentistiche i familiari; un grazie particolare a Nicola Maestri, presidente Anpi Provinciale, che mi ha proposto di intervenire nell’80’ della commemorazione dei martiri di piazza Garibaldi quale Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma. E’ per me un onore e porto il saluto di tutto l’istituto.

L’eccidio che oggi commemoriamo, quando fu commesso, scosse profondamente tutta la popolazione di Parma per l’efferatezza e la ferocia che si abbatté sui corpi dei 7 “martiri”, martiri appunto anche per questo, con una selvaggia e inaccettabile violenza; quegli avvenimenti  vivissimi nella coscienza civile della città, ferita e traumatizzata per come il regime fascista avesse raggiunto un apice inimmaginabile nell’infliggere torture, morte, privazione delle libertà personali. [...]

continua

[...]

E’ questa “coscienza” civile che non dimentica la spinta profonda per cui ogni anno istituzioni democratiche, familiari e cittadini vogliono riaffermare il loro ricordo pubblico.

Ma la memoria non è, e non può essere, solo doveroso ricordo; è soprattutto impegno nel sollecitare conoscenza, ricostruzione storica e adesione a quei valori conquistati, mai scontati, a fondamento della convivenza di una comunità che vi si riconosce e li sente propri.


La marcia del tempo, inesorabile, ottunde, cancella, affievolisce, mitiga sentimenti, emozioni, fatti, quasi non fossero mai esistiti, allontana consapevolezze e certezze.


I nostri giovani, ma non solo loro, conoscono il tempo breve drammatico vissuto dai 7 martiri? E’ storia che a loro appartiene?

Dubito, anzi temo di no.

Voi oggi presenti qui, al contrario, e io stessa, quei fatti li ho sentiti raccontare in famiglia, li ho “vissuti” attraverso la testimonianza e il dolore del racconto di chi invece li subì; abbiamo avuto questa straordinaria opportunità e tanti di noi, nati non molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, sono stati spinti a conoscere, studiando, leggendo la “storia” del nostro paese, del nostro territorio, nel ventennio della dittatura, a capire cosa fu la Resistenza, la Liberazione, la nascita della nuova repubblica e della democrazia.

Ricordiamo, allora, insieme ciò che avvenne.


Per questa mia sintetica ricostruzione indispensabile e prezioso il volume del 2003 “L’ultima notte di agosto. Il martirio di Giuseppe Barbieri.” di Marco Minardi.

Era l’ultima notte di agosto del 1944. Nel primo pomeriggio del 31 alcuni partigiani ( Giovanni Boni “il Monello” e altri non identificati successivamente) avevano ucciso, vicino al macello pubblico di allora, due fascisti della Brigata Nera di Parma, Luigi Gonzaga di San Secondo e Brenno Monardi detto “Bragòn” di Parma, particolarmente inviso alla popolazione dei borghi popolari ( per inciso Monardi si era schierato contro Balbo nelle Barricate del 1922 un significativo cambiamento!), e, forse, ma non ci sono riscontri storici certi, anche un militare tedesco.


L’uccisione dei due fascisti della B.N. avvenne in un momento in cui era in corso una forte rappresaglia contro gli ambienti antifascisti in città, in particolare nei quartieri popolari dei Capannoni del Cristo e in Oltretorrente.


Vincenzo Ferrari, Eleuterio Massari, Gedeone Ferrarini, Ottavio Pattacini, Afro Fanfoni, Bruno Vescovi, Giuseppe Barbieri , ormai privi di forze per le violenze subite, furono trascinati, all’alba del primo settembre, alla fucilazione in piazza Garibaldi.


I corpi scaricati, come stracci, e abbandonati davanti ai cancelli della Villetta, il cimitero cittadino, con divieto delle autorità di rimuovere le salme.

Il monito; nessuna pietà per i “sovversivi”; guardate, di questo siamo capaci. Se cadete nelle nostre mani vi massacriamo.


Incaricati dell’esecuzione miliziani della B.N. di Parma, con qualche elemento giunto appositamente dalla provincia; prima un vanto da rivendicare e poi, negli anni dei processi, un gesto da rinnegare, scaricando sui superiori la responsabilità. La vigliaccheria dei violenti.


Per i vertici fascisti della città il Federale Romualdi, Patterozzi capo ufficio politico, Maestri il comandante, risultò intollerabile che gli antifascisti resistenti osassero colpire nel centro abitato della città. Ne andava del loro prestigio.


Partì la rappresaglia nei quartieri popolari e si scelsero le vittime, per la vendetta, nei luoghi di tortura della B.N. di via Walter Branchi, vicino a strada delle Orsoline.


Ricordiamo chi erano i 7 martiri: Eleuterio Massari, 41 anni, merciaio ambulante dell’Oltretorrente, arrestato dieci giorni prima del supplizio da parte della B.N. di Parma guidata da “Bragòn”.


Comunista, fratello del ricercato gappista di Parma, Attilio Massari, detto “Bulen”, imprendibile.


La moglie Lidia, ricevuta dal Maestri della B.N., inutilmente lo implorò: Eleuterio non si era mai occupato attivamente di politica, era ammalato.

Nessuna pietà.


Ottavio Pattacini, 38 anni, comunista, ferroviere
, finito in una retata della B.N. di quei giorni. Sua moglie Anna era incinta dell’ottavo figlio. Anche lei supplicò clemenza. Nessuna pietà.


Bruno Vescovi, 18 anni, partigiano della 31’ Brigata Garibaldi Copelli, tipografo
, catturato a casa in b.go Sorgo in Oltretorrente perché ferito durante un rastrellamento in montagna. Una soffiata lo fece arrestare.

Nessuna pietà.

Afro Fanfoni da tempo in carcere, 40 anni, contadino della bassa parmense, anarchico, arrestato dalla B.N. su indicazione dei fascisti locali.

Nessuna pietà.

Giuseppe Barbieri, avvocato, arrestato privo di documenti, ma la sua identità e il suo ruolo nella Resistenza erano noti alla B.N.; “Basileus” il suo nome di battaglia, era un eccellente cospiratore, dedito, con grande capacità e intelligenza, allo sviluppo della lotta armata per la sconfitta del nemico.

Tutti i dirigenti della Resistenza erano consapevoli di quanto importanti fossero per il nemico. Atrocemente torturato per settimane nulla rivelò sulla organizzazione del movimento clandestino e i nomi di chi collaborava con lui. Fu un eroico silenzio che salvò i suoi compagni e per questo nessuna pietà.

A loro si aggiunsero Gedeone Ferrarini e Vincenzo Ferrari, prelevati dalle carceri tedesche in Cittadella.

Gedeone Ferrarini, 39 anni, abitava a Valera, commerciante di burro e latte dirigeva l’azienda familiare, sospettato di attività antifascista, quale lui era, scelse di restare in pianura per continuare la sua attività aziendale proseguendo ad appoggiare la Resistenza.
Nessuna pietà.


Vincenzo Ferrari, 41 anni, di B.go del Naviglio, cameriere
, Ardito del Popolo con Picelli nel 1922, caduto in una retata della B.N. in via Po il 22.7.1944. Nessuna pietà.

Altri due antifascisti Giustino Cortesi e Giuseppe Guatelli sfuggirono alla morte; Cortesi morì nel 1947 in conseguenza delle torture subite; Guatelli fu ritenuto più utile per uno scambio di prigionieri.


“Giustizia necessaria” la definì il giornale diretto da Pino Romualdi.


Di questa “giustizia necessaria” perirono i 7 martiri antifascisti; persone come noi, con un lavoro, una famiglia, degli ideali; divennero eroi loro malgrado; persone di diversa estrazione sociale, culturale, accomunati nella terribile fine delle loro vite dal coraggio della “scelta”.Sì. Si erano assunti la responsabilità della scelta, consapevoli del rischio, che non riguardava solo loro ma le loro famiglie, le amicizie; la loro esistenza per la Liberazione del popolo italiano. Per ricominciare con un’altra storia per tutti.

Cosa può essere più esemplare, più autentico, più indenne dallo scorrere del tempo di queste vite che 80 anni fa furono annientate affinchè la fine di una dittatura, la vittoria della Resistenza ridessero dignità, pace, giustizia, libertà al loro al nostro paese?


Sono certa che noi tutti dobbiamo a loro eterna riconoscenza e ammirazione, ma, più ancora, fino a che il tempo della nostra vita ce lo concederà, impegno a non commemorare solo la loro morte ma la loro viva presenza, oggi, per chi poco o nulla la conosce; solo così continueranno a vivere nel presente e nel futuro e non avranno donato il bene più prezioso, la vita, inutilmente.


E i carnefici?
I responsabili della dittatura fascista a Parma?
Fu fatta giustizia?


Vennero portati a giudizio con il primo processo della fine di settembre 1945 a cui parteciparono tantissime persone di Parma e provincia, con i famigliari delle vittime dell’eccidio. E tale era la rabbia nei loro confronti che successero tumulti davanti e in tribunale.

La requisitoria del pubblico ministero Primo Savani, futuro sindaco della città, dimostrò che furono sacrificati sette cittadini estranei al fatto per cui furono incarcerati, torturati, fucilati.

La Corte Straordinaria d’Assise condannò dodici dei tredici imputati; otto a morte mediante fucilazione, quattro a lunghe pene detentive.

Ci vollero molti anni e altri processi prima di vedere concluso l’iter giudiziario.

Da Parma, a Piacenza, a Firenze, ad Ancona. Un ulteriore calvario per i famigliari, con un pesante aggravio anche delle spese per assistere ai processi.

A Firenze, 1948, dove il processo riprese per la terza volta, la requisitoria del procuratore chiese la condanna all’ergastolo per tutti gli imputati; nel frattempo il parlamento aveva abolito la pena di morte ed era intervenuta l’amnistia per molti reati del ventennio fascista.

Maestri, Cavatorta, Patterozzi, Lisoni (i due ultimi latitanti) condannati all’ergastolo, Melani a 24 anni, Rosi e Martello a 21 anni.

Il processo, in sostanza, aveva confermato la responsabilità degli uomini della B.N. come evidenziato dal primo processo a Parma.

Poi su ricorso degli avvocati difensori nel 1950 il nuovo esame ad Ancona.

Nel 1951 nel nuovo processo, trasferito da Roma a Macerata, Romualdi, accusato di aver ordinato l’uccisione dei sette detenuti per rappresaglia la notte del 31.8.1944. adottò la linea difensiva di scaricare tutta la responsabilità sui tedeschi, giustificando le esecuzioni nelle piazze e nelle carceri come atti di obbedienza verso ordini superiori provenienti dai comandi militari tedeschi.

Sostanzialmente la subordinazione delle milizie fasciste della Repubblica di Salò nei confronti dell’esercito occupante tedesco.

Nessuna dignità, nessun onore, miseria umana e politica di un gerarca fascista.

Romualdi volle dare di sé e della fine ingloriosa della Repubblica di Salò un’immagine rovesciata rispetto ai documenti ufficiali della Prefettura degli anni 1943-1945, dei suoi articoli sulla Gazzetta di Parma e degli stessi atti processuali fino a quel momento svolti.

Romualdi, e altri esponenti del neonato MSI, si attribuiva una personalità adatta agli anni ’50, moderata, equilibrata. Prima un fascista intransigente, fautore della linea dura contro l’antifascismo, ora accorto politico.

Romualdi sostenne che non era responsabile dell’eccidio dei 7 patrioti antifascisti in piazza Garibaldi, né delle atroci torture a cui erano stati sottoposti; la sentenza assolutoria “per non aver commesso il fatto” giunse il 23 maggio 1951.

L’ex federale fascista, incarcerato nel 1948, fu liberato alla vigilia del processo di Macerata; Patterozzi era ancora latitante.

La “giustizia” per loro fu questa.


Ecco uno, tra i molti, capovolgimenti della storia reale; quella giudiziaria, è noto, spesso non coincide con la prima ma ciò non toglie che i fatti abbiano dimostrato il contrario.

Tutti colpevoli, nessun colpevole per un regime che assassinò migliaia di cittadini italiani e inviò nei lager nazisti una moltitudine di connazionali di religione ebraica, antifascisti, omosessuali, militari che non aderirono alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943.

Fu la Resistenza che riscattò l’onore della patria.

Fu la Costituzione repubblicana che definì i caratteri di uno stato democratico per un paese rinato dalle macerie di un regime totalitario negatore e persecutore dei diritti fondamentali di ogni persona.

Nonostante tutto questo i conti con il ventennio fascista l’Italia, mio personale giudizio ma non solo mio, non li ha mai fatti fino in fondo.

Analizzare le cause richiederebbe più tempo di quanto mi consenta il mio intervento. Ma questo è uno dei nodi che ancora non sono stati sciolti definitivamente.

E la storia ci insegna, invece, che prima o poi i nodi non sciolti riemergono e il tentativo di riscrivere la storia ad uso e consumo di chi, pro tempore, gestisce il potere non è mai scongiurato.

Non sono solo i fascisti del terzo millennio, come loro stessi si definiscono, che vorrebbero imporre un revisionismo storico del ventennio; è un tentativo che riguarda anche una storia più vicina a noi, quella degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso; lo stragismo neofascista che fondava le radici proprio là dove la Resistenza credeva di averle estirpate per sempre; colluso con organi “deviati”dello stato, coperto da tanti, troppi esponenti ai massimi livelli istituzionali; lo stato repubblicano, democratico, antifascista, non lo hanno difeso ma al contrario hanno tentato di logorarlo, di minarlo, per riportare indietro le lancette della storia.

Sta tutto qui il cuore della domanda: se non si è antifascisti cosa si è?

Domanda fastidiosa, pare, oggi, ma ineludibile.

Riordinando vecchi fascicoli dell’Istituto ho ritrovato articoli del quotidiano locale, la Gazzetta di Parma, che mi hanno colpita: una lettera al direttore del giornale del 3.9.1989 nella quale, in riferimento all’eccidio di piazza Garibaldi, si ribadiva che la rappresaglia, cito, “sarebbe stata voluta dal comando tedesco in seguito all’uccisione di un graduato germanico( fatto mai accertato) caduto insieme ai militi Brenno Monardi (Bragòn) e Luigi Gonzaga”, dunque alle “presunte” responsabilità della B.N. , con riferimento alla sentenza definitiva della Corte d’Assise di Macerata di assoluzione con formula piena di Romualdi ( deceduto nel 1988)e Pattarozzi.

Nessuna ammissione della responsabilità morale , prima ancora che politica e militare dei dirigenti fascisti di Parma. Nemmeno di chi torturò e fucilò i 7 martiri.

Come se le vite di ciascuno di quei resistenti, di quelle persone in carne e ossa, rientrassero negli “inconvenienti” della storia, di cui la responsabilità era, appunto, dell’occupante tedesco; come se il regime fascista di quell’occupante non fosse alleato e non ne condividesse a pieno le finalità.

Irritato l’estensore della lettera, forse, dal fatto che, il 2.9.1989 alla solenne celebrazione dei 7 martiri di piazza Garibaldi, Leonardo Tarantini (“Nardo”) presidente provinciale Anpi, unico intervento, gli dedicò , dopo la lettura dei singoli nomi dell’eccidio, queste parole:”Ai martiri gloriosi che con il loro sangue aprirono il cammino della libertà”.

Poche parole che riassumono il senso di quella tragedia e il suo valore inestimabile. Nessuna retorica da parte di chi visse direttamente e partecipò a quella vicenda storica che ancora ci interroga e ci chiede che il sacrificio di sette persone e dei loro ideali siano ancora per tutti la nostra bussola oggi, come ieri, come domani.

Con gli occhi aperti sul mondo, sul nostro presente, contro l’indifferenza dei ciechi e sordi, di chi non vuol sapere, di chi ignora volutamente, di chi mente sapendo di mentire.


La vita è una e i martiri di piazza Garibaldi l’hanno persa per noi; non volevano morire, volevano vivere e lottare per un paese libero, più giusto, in pace.


Chi ha fatto scempio dei loro corpi e delle loro vite ha creduto di annientarli e con loro i valori in cui credevano; ma così, al contrario, nemesi della storia, ha dato loro vita per sempre. 

Custodiamola.


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80° anniversario dell’eccidio Piazza Garibaldi – 1

Carlo Ghezzi 
vice Presidente vicario nazionale Anpi

Porto il saluto dell’Anpi alle autorità civili e militari, ai rappresentanti dell’associazionismo resistenziale e combattentistico e a voi tutti che siete qui convenuti. Oggi ci incontriamo per commemorare l’efferata strage del primo settembre del 1944 e per ricordare un terribile contributo pagato da sette antifascisti parmensi impegnati a ridare la libertà e la dignità al nostro paese.  [...]

continua

[...]

Il 31 di agosto del 1944 a Parma dopo che cinque antifascisti erano stati fucilati, tre giovanissimi partigiani avevano teso un agguato a Brenno Monardi, detto Bragone, il gerarca locale del partito fascista, uccidendolo. Questo evento aveva fatto infuriare la Brigata Nera locale che diede il via alla rappresaglia più crudele di cui la città di Parma abbia memoria. 

La notte tra il trentuno agosto e il primo settembre la parabola di violenza culminò nell'uccisione di sette antifascisti, prigionieri da giorni nella sede della Brigata Nera di via Walter Branchi. A lungo Giuseppe Barbieri, Afro Fanfoni, Vincenzo Ferrari, Gedeone Ferrarini, Eleuterio Massari, Ottavio Pattacini e Bruno Vescovi vennero sottoposti a torture indicibili, a violenze bestiali, a sevizie crudeli; vennero infine portati in Piazza Garibaldi e fucilati.

Dopo l’esecuzione i loro corpi vennero lasciati esposti insepolti al sole rovente d’agosto con il divieto di rimuoverli. 


Quei drammatici avvenimenti imitarono l’analoga strage attuata a Milano in Piazza Loreto il 10 agosto delle stesso anno con la fucilazione di 15 antifascisti. Questi obbrobri dovevano rappresentare un orribile monito a coloro che intendevano contrastare la truce Repubblica di Salò e i sui padroni nazisti. Questo è quanto accaduto a Parma nella città che nell’estate del 1922 aveva saputo resiste-re alle squadracce fasciste di Italo Balbo.

Ma a Parma Livia Rosset, la moglie di Eleuterio Massari una delle sette vittime, spinta dal coraggio e dalla disperazione nelle prime ore del mattino si recò a recuperare il corpo ormai irriconoscibile del marito. Sfidando i divieti dell'autorità lo caricò su un carretto e lo riportò a casa attraversando i borghi dell’Oltretorrente intenzionata a dargli una degna sepoltura.

Quella donna, nel momento più terribile della propria esistenza, seppe dimostrare con quel suo atto una straordinaria dignità di fronte all’abominio e all’infamia dei fascisti scrivendo una pagina grondante di dignità che rimane nella storia della Resistenza


Dopo venti mesi nel corso dei quali il movimento resistenziale ha supportato gli alleati Anglo-americani nel contrastare i nazifascisti e dopo uno straordinario tributo di sangue e di dolore che hanno portato alla sconfitta dell’esercito più forte del mondo l’Italia insorgeva e si liberava e la terribile seconda guerra mondiale giungeva al suo termine. Si aprivano nuove speranze per una umanità senza guerre, senza genocidi, senza razzismi.

Noi però non possiamo dimenticare le gravi colpe delle quali si sono macchiati in passato gli Italiani. Non possiamo dimenticare che il fascismo è stato portato in Europa proprio dal nostro paese e che il regime, dopo aver soppresso le libertà democratiche usando la violenza e insinuandosi nelle divisioni tra le forze antifasciste, aveva imprigionato o ucciso i propri avversari politici a partire da Giacomo Matteotti, aveva promulgato le ignobili leggi razziali, aveva promosso sanguinose guerre coloniali connotate da tante stragi perpetrate in Africa e poi in Jugoslavia e infine aveva scatenato il secondo conflitto mondiale a fianco di Hitler trascinando l’Italia nel baratro. 

Non possiamo dimenticare che alla fine del 1942 dopo che Stalingrado aveva resistito all’assedio tedesco e dopo che Rommel era sconfitto in Africa tutta l’Italia comprese che la guerra era persa e si interrogò su come uscire da quella tragedia. Si interrogò l’esercito, la Chiesa, la Corona, l’imprenditoria, gli intellettuali, una parte dello stesso fascismo. Purtroppo si interrogarono in tanti ma non si mosse nessuno. Si mobilitarono solo i lavoratori con i grandi scioperi del marzo 1943 e con quelli ancor più imponenti della primavera del 1944 che impressionarono la grande stampa internazionale che ne scrisse titolando a caratteri cubitali.

I lavoratori diedero con quelle azioni un colpo formidabile al fascismo e a Mussolini disvelandone le debolezze, seppero svolgere una funzione nazionale e seppero prendere nelle loro mani il destino del paese.

Sappiamo quanto assurda sia la descrizione che taluni commentatori ci propongono per denigrare la Resistenza cercando di dipingere una Italia dove vi sarebbero stati pochi fascisti, pochi antifascisti e una massa grigia, inerte, indifferente composta dalla stragrande maggioranza della popolazione. Una area grigia indubbiamente vi è stata, ma la Resistenza fu combattuta da 270.000 partigiani che ebbero più di 60.000 morti, molti dei quali assassinati dopo essere stati sottoposti a indicibili torture.

I partigiani combattenti poterono sopravvivere perché aiutati e sostenuti dalla popolazione civile che permise loro di approvvigionarsi e di nascondersi quando era necessario. Resistenza fu la scelta di una parte importante dell’Esercito italiano di schierarsi con gli Alleati e che fu pagata con terribili massacri come quello di soldati italiani a Cefalonia.

La Resistenza fu sorretta dai 650.000 militari italiani che si trovavano sui diversi fronti all’estero e che vennero internati nei lager tedeschi perché si rifiutarono di andare a servire la Repubblica Sociale di Salò e ben 50.000 di loro vi trovarono la morte. Pensate quanto più sangue sarebbe stato versato dai resistenti e dagli alleati Anglo-Americani se quei soldati avessero fatto una scelta diversa.

La Resistenza fu sostenuta dai numerosissimi comitati del Comitato di Liberazione Nazionale che si formarono nei quartieri e nei paesi del Centro-Nord dell’Italia, fu sostenuta dalla rete dei militanti del Cln operanti nei luoghi di lavoro, dal contributo dato da tante parrocchie; non possiamo dimenticare i 250 sacerdoti deportati e i 210 sacerdoti che vennero fucilati rei di difendere dalla barbarie i loro parrocchiani. 40.000 italiani sono stati deportati e uccisi nei campi di sterminio.

Con la Resistenza erano solidali tantissime famiglie angosciate per i loro cari al fronte a combattere una guerra perduta e coloro che erano stati inviati sotto le armi furono oltre 4 milioni e mezzo. Contro la guerra erano coloro che soffrivano per la mancanza dei generi di prima necessità con i prezzi che salivano alle stelle con una inflazione del 344 per cento in città sottoposte notte dopo notte ai bombardamenti.

Molti lavoratori vennero brutalmente deportati in Germania per alimentare le traballanti capacità produttive della macchina bellica tedesca e molti altri furono colpiti nella fase finale della guerra per la loro scelta di difendere gli impianti industriali, le grandi infrastrutture del paese, i porti, le centrali elettriche, le gallerie e i ponti dalla furia e dalla vendetta dei nazisti in fuga. Resistenza furono il milione di scioperanti del marzo del 1944. Sommiamo questi numeri e ci rendiamo conto di quanta parte del popolo italiano chiedesse la fine della guerra, della occupazione straniera, il ritorno alla democrazia, alla pacifica convivenza civile, ad una maggior giustizia sociale, alla pace.

La Resistenza vittoriosa ha portato il nostro paese alla elezione della Assemblea Costituente varata anche con il voto delle donne che promulgò la Costituzione dove sta scritto al primo punto che “L’Italia è una Repubblica de-mocratica fondata sul lavoro”.

Una Costituzione che va applicata integralmente. Che va difesa dagli attacchi che continua a subire e che va fatta vivere nella sua pienezza e nelle sue potenzialità. 

Quando nel 1945 è terminato il conflitto in Europa i resistenti di tutti i paesi dichiararono solennemente: “mai più guerre, mai più persecuzioni razziali”.

Purtroppo la storia è andata da una altra parte, Guerre e persecuzioni sono apparse in forme e modalità impressionanti e il mondo stenta ad individuare un equilibrio solidale e condiviso nella sicurezza di tutti.

Non possiamo dimenticare che ci sono crimini che moralmente non cadono mai in prescrizione e che vi sono valori imperituri fondanti la nostra civiltà: gli uni e gli altri non potranno essere mai confusi anche se sono trascorsi da allora molti anni.

La pietà vale per tutti coloro che sono morti ma non sarà mai ammissibile porre sullo stesso piano coloro che si sono battuti per la libertà e per la democrazia con coloro che si sono battuti perché prevalesse il nazi-fascismo e i suoi orrori.

Sappiamo che senza memoria del proprio passato, senza coscienza del proprio presente un popolo non va da nessuna parte e rischia di ricadere nei drammi dai quali è faticosamente uscito.

Bisogna invece ricordare, analizzare, capire, far sì che gli errori e gli orrori non si ripetano; anche per questo siamo qui oggi a Parma.


Sono trascorsi tanti anni dalla fine del secondo conflitto bellico mondiale, la nostra società ha fatto indubbiamente tanti passi in avanti ma nuove sfide ci incalzano. 

Oggi è in corso nel mondo un terremoto politico e sociale con l’intrecciarsi della crisi economica con quella pandemica, con quella ambientale, con migrazioni bibliche dalle aree più povere del mondo e con una crisi della democrazia che spinge milioni di persone ad estraniarsi da un percorso partecipativo con il crescere dell’astensionismo che lascia spazio a pulsioni con caratteri eversivi che si mani-festano in Europa come nelle Americhe. 

Il tutto sotto la cappa terribile di una guerra scatenata da Putin nel cuore dell’Europa con l’invasione della Ucraina seguita dall’esplodere della guerra in Medio Oriente.

L'attacco folle e irresponsabile di Hamas contro Israele ha creato orrendi lutti e immani devastazioni e ha innescato una terribile reazione attivata del paese aggredito. 

Condanniamo senza titubanza alcuna l’ignobile e brutale atto di aggressione di Hamas contro la popolazione civile israeliana, contro anziani, bambini e donne in spregio di ogni elementare senso di umanità e di civiltà. Al sangue versato si è aggiunta la barbara pratica della cattura di ostaggi. 

Ma non possiamo negare un senso di angosciante impotenza davanti alla squilibrata risposta del Governo di Israele, alla mattanza che sta avvenendo a Gaza con il massacro di oltre 40.000 persone. Una guerra sanguinosa che bisogna assolutamente fermare. Occorre far cessare i combattimenti e i massacri in corso con l’avvio dell’azione diplomatica che sappia avviare trattative concrete, ricercare un accordo condiviso, una pace giusta per due popoli e due Stati. In tale contesto l'Unione Europea e i suoi Governi appaiono incredibilmente inerti ed avvertiamo la loro palese rinuncia ad avere un proprio autonomo ruolo, una propria capacità di iniziativa.

Gli orrori della seconda guerra mondiale paiono non averci insegnato niente; il sonno della ragione seguita a generare mostri.

Bisogna fermare la guerra, le bombe, i morti, le tragedie.


Dalla piazza di questa città innalziamo le nostre preoccupate voci; lo facciamo noi che siamo gli eredi di coloro che seppero sconfiggere il nazionalismo del fascismo e del nazismo; noi che siamo gli eredi di coloro che in quella terribile stagione si batterono per costruire un mondo di libertà, di giustizia e di pace. Chiediamo atti di responsabilità e di saggezza. 

Il delirio bellicista che sembra dilagare va sconfitto dalla forza tranquilla di paesi e di popoli che sanno che la guerra, oltre a lacrime, sangue e devastazioni porta solo alla sconfitta di tutti come ripete inascoltato Papa Francesco. Occorre rilanciare una politica di convivenza pacifica e con essa rilanciare l’antifascismo e la tolleranza, occorre contrastare il razzismo e la xenofobia, l’antisemitismo e l’anti-islamismo, l’omofobia e il disprezzo per coloro che sono diversi. Siamo allarmati.

Abbiamo bisogno di idealità alte, di riferimenti e di valori forti come li seppero costruire e testimoniare quelle persone che seppero scegliere di schierarsi dalla parte giusta tra il 1943 e il 1945 esprimendo la loro rivolta morale con grande co-raggio. Abbiamo bisogno di rinnovare le loro speranze. Anche i loro sogni. 

Abbiamo bisogno di giovani, di donne e di uomini capaci di indignarsi di fronte alle ingiustizie, alla carenza di democrazia, di libertà, di pace. Ripartiamo allora dalla memoria di coloro che si sono battuti per ridare la libertà a chi c'era, a chi non c'era e per garantirla anche a chi si batteva contro.  

Ripartiamo dalla memoria di quegli uomini e di quelle donne cui dobbiamo moltissimo e davanti a loro inchiniamo le nostre bandiere. 

Viva la fratellanza tra i popoli.
Viva la Resistenza.
Viva la Costituzione italiana.
Viva la Repubblica antifascista.
Viva la pace.


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