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Assemblea dei presidenti di sezione – Approvazione Bilancio 25.10.2025

Relazione politica

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Buongiorno a tutte e tutti e vi ringrazio per la vostra presenza. 

Nelle prerogative al presidente spetta l’indirizzo politico per cui vorrei provare a ragionare con voi sul groviglio di nodi che stanno ingarbugliando la micro politica nazionale e la macro politica su scala mondiale.

Cercherò di essere il più chiaro possibile perché se è sacrosanto ricordare che la nostra Associazione sia apartitica, é altrettanto certo che non siamo avulsi dalla politica, e occorre invece che ce ne occupiamo pienamente. Senza citarne le parole vi invito a ricordare a questo proposito la figura e la grandezza della lezione che ci ha lasciato in eredità Giacomo Ulivi sull’impegno politico che ogni individuo dovrebbe assumersi, a maggior ragione nel contesto storico attuale.

Come sappiamo in Italia in questi giorni e nei prossimi mesi andranno a delinearsi nuove giunte e nuovi presidenti di regione.

Ritengo importante e doveroso fare tutto il possibile per un voto che aiuti e spinga l’alternativa nel Paese. [...]

continua

[...]

Avere costruito un centrosinistra largo ovunque è un risultato prezioso, come importante in questi due anni è stato il recupero di una credibilità nelle battaglie su salario, sanità, scuola: campi che anche governi a guida di centrosinistra non avevano saputo rappresentare e comprendere. Ribadisco ancora una volta che ANPI non entra nelle dinamiche dei vari partiti ma va da sé che la politica inclusiva a cui noi aspiriamo non è sicuramente rivolta verso l’attuale compagine governativa che su varie tematiche sta rappresentando le pulsioni più retrive, razziste e classiste come nessun governo prima aveva messo in campo. 

Sono del parere che se vogliamo recuperare autorevolezza dentro mondi delusi da scelte che hanno indebolito la democrazia dobbiamo accelerare un’alternativa che non sia solo una somma di sigle, ma coinvolga parti di società disposte a costruire assieme un’idea dell’Italia dove sentano di avere spazio e una quota di potere nel senso della decisione. Credo che la nostra Associazione, pur rimanendo fedele alle proprie prerogative di autonomia e indipendenza dai partiti, debba però svolgere il ruolo di catalizzatore e veicolare messaggi positivi e costruttivi di collaborazione verso chi dimostri di tenere alla nostra Carta Costituzionale e verso coloro  che preservino  la libertà di espressione in ogni sua forma. 

Lo dico perché fuori da qui il mondo è scosso da eventi che chiedono anche a noi una riflessione alta e penso che dovremo farlo con tutta la sincerità necessaria.

Il punto è che stanno cambiando equilibri di potere, storiche alleanze internazionali, si accentuano povertà, ineguaglianze, che portano milioni di persone a ribellarsi o ad arrendersi.

La più potente democrazia del pianeta è ostaggio di una plutocrazia volgare e violenta.

Sullo sfondo un protezionismo di dazi e ricatti, a conferma che “dove non passano le merci, prima o poi passano le armi”.

Perché di questo stiamo parlando: di una economia di guerra che coincide con due conflitti devastanti in una stagione dove vecchi e recenti imperi lottano per la loro egemonia su scala globale.

Personalmente credo che regni un'euforia esagerata, per alcuni versi tuttavia giustificata, sul negoziato tra Israele e Hamas per terminare il massacro nella Striscia di Gaza. Che non si spari, date le circostanze, è già un enorme risultato. Quanto alle magnifiche sorti della trattativa, solo il tempo dirà.  A cominciare proprio dal testo dell'accordo in venti punti per il quale il presidente americano Trump avrebbe preteso in via preventiva il Nobel. Il linguaggio utilizzato è talmente generico da permettere qualsiasi interpretazione. Infatti a minor intensità e con poco eco sulla stampa, ma le uccisioni indiscriminate proseguono e l’occupazione è nei fatti. 

Diamo per scontato che almeno la fase uno si concluda felicemente con lo scambio degli ostaggi israeliani (vivi e ora i morti che ancora mancano) e i prigionieri palestinesi, anche se non è così e le cronache ce lo raccontano. Già la lista segnala una possibile criticità futura, a causa di un'assenza. Manca il nome di Marwan Barghouti, il quale non è soltanto il più famoso degli ergastolani, ma anche, secondo tutti i sondaggi, l'eventuale vincitore a mani basse in un'elezione per il presidente palestinese. Lo voterebbero i suoi connazionali di qualunque tendenza. Persino molti pro-Hamas, lui che è profondamente un laico. Israele ha lamentato spesso di non aver un interlocutore credibile e rappresentativo con cui trattare dall'altra parte. Lo avrebbe. Obiezione: è un terrorista condannato a cinque ergastoli. Contro-obiezione: non era forse un terrorista Begin, ex primo ministro di Israele e premio Nobel per la Pace, organizzatore di vari attentati tra cui quello al King David hotel in cui morirono 91 persone tra militari britannici e civili palestinesi? E con il "terrorista" Arafat non furono forse firmati gli accordi di Oslo? 

Tenere in cattività Barghouti è l'evidente cartina di tornasole dell'indisponibilità di Netanyahu a considerare qualunque futura mediazione con la controparte. Ovvero, uno Stato palestinese non solo non è alle viste, ma nemmeno, nelle intenzioni di Israele, in un'agenda futura. 

Purtroppo la possibilità di una ripresa delle ostilità, quindi della ripresa del massacro, non è affatto remota.

Lo stesso omicidio di Charlie Kirk segna una svolta nel mandato di Trump col saldarsi dell’estremismo religioso a ricchezze sfrontate, in una ideologia e concezione del potere che si vorrebbe imporre a guida dell’Occidente.

In casa nostra il tutto ha la piega cinica e imbarazzante di Giorgia Meloni che passa dallo spargere odio alla propaganda domenicale sulla rete ammiraglia del servizio pubblico. 

In questi giorni l'intimidazione subita dal conduttore di Report Sigfrido Ranucci e dalla sua famiglia lascia sgomenti. Non solo per l'aggressione a colpi di bombe carta al giornalista, che da anni è uno dei simboli di chi prova ancora, cocciutamente, a raccontare le pieghe nascoste e gli scandali dei potenti. Ma anche perché rende manifesta una democrazia monca, malata, dove i cronisti che fanno il loro dovere rischiano, sistematicamente, pressioni e minacce, fino a violenze come quella del 16 ottobre scorso. La solidarietà non basta. La destra non può manganellare il giornalismo critico. Un comportamento simile utilizzato su più fronti. Fare del vittimismo per poi avere mano libera per colpire verbalmente, per ora. 

Nei giorni precedenti invece una critica particolarmente stucchevole veniva mossa da questo governo all'iniziativa della Global Sumud Flotilla, nello specifico che si trattasse non tanto di un'operazione umanitaria, ma anche o soprattutto di un gesto politico. Non solo i due intenti convivevano naturalmente, ma forse c'è di più, forse si aggiunge un elemento filosofico a quello politico. I naviganti della Flotilla hanno messo l'inerte Occidente (governo italiano in testa) di fronte alla sue contraddizioni, ipocrisie e mancanze, che forse mai come nel caso dell'assedio di Gaza e del genocidio dei palestinesi si stanno manifestando. 

All'obiezione che sarebbe più rapido ed efficace lasciare la consegna di aiuti umanitari ai governi coi loro mezzi, l'iniziativa in sé e per sé della Flotilla ha posto una domanda, sia banale che profonda: perché finora non lo avete fatto?

Perché nemmeno una parola, un gesto contro il blocco degli aiuti, o contro i proiettili che uccidono chi cerca un pezzo di pane, verso un paese che scientemente affama la popolazione aggredita, secondo la logica del "ogni bisonte morto è un indiano in meno" con cui gli americani affamavano i nativi per sterminarli due secoli fa? 

All'accusa di voler provocare l'esercito invasore israeliano, la Flottilla ha replicato: perché accusate noi che non violiamo nessuna legge e veniamo in pace, e tacete su chi ci aspetta con le armi e in violazione del diritto internazionale?

Al sovranismo e patriottismo d'accatto, al Prima gli Italiani, la Flotilla ha controbattuto: siamo cittadini anche noi, e allora perché non ci proteggete dagli attacchi (infami) coi droni? Perché la "difesa dei confini nazionali" non include le imbarcazioni che battono bandiera di quella stessa nazione? E perché i gazawi non possono esercitare la sovranità sulle loro acque territoriali, e far entrare chi vogliono?

Di fronte alla critica di velleitarismo e sterilità dell'iniziativa, di stare perdendo tempo e soldi, la domanda dei naviganti è sempre la stessa: ma voi dove siete, cosa fate? Dove eravate un anno fa, due anni fa, quindici anni fa?

Il metodo del padre del pensiero occidentale ha posto quindi i governanti di questa parte di mondo di fronte alle loro ipocrisie, all'incoerenza e inconsistenza dei loro messaggi e delle loro azioni. L'Occidente dei diritti universali tratta i popoli diversamente a seconda della loro provenienza, religione e colore della pelle. L'Occidente democratico e liberale chiude entrambi gli occhi di fronte a un genocidio, se a perpetrarlo è una presunta democrazia "alleata", perché la divisione fra amici e nemici, "noi" e "altri" domina rispetto a quella tra oppressori e oppressi.

Ci sono voluti i corpi, il coraggio e la resistenza (Sumud, in arabo) degli equipaggi di quelle cinquanta barche per mostrarci la nudità e lo squallore dei governi di fronte alla tragedia palestinese. E allo stesso tempo per ricordarci che non tutto è perduto, che è ancora possibile risalire il baratro morale in cui stiamo precipitando.

In quanto all’Europa balbetta: critica Netanyahu con sanzioni risibili.

Assiste al collasso della V Repubblica in Francia e alla strategia di riarmo della Germania.

È un’Europa sempre più vaso di coccio tra autoritarismi, autocrazie, dittature.

Di fronte a questo rivolgimento il tema è come il progetto di ANPI si colloca in uno scontro che ha come posta esplicita la democrazia liberale, le sue regole e istituzioni.

E qui arrivo allo stimolo, al pungolo che ci spetta far giungere alle istituzioni in senso lato. Ecco perché bisogna che una classe dirigente si faccia interprete non solo di bisogni materiali, ma di una domanda più profonda, di senso e indirizzo della storia, ed è fondamentale che lo faccia anche ANPI perché è la sola condizione per rafforzare tutta la galassia del mondo progressista, anziché spargerci in mille rivoli che non incideranno tangibilmente nella vita delle persone più in difficoltà. 

La domanda, anche per noi, è se, dentro questa nuova scena dell’Europa e del mondo, l’Italia, per il suo passato, la cultura, la tradizione, può avere ancora una funzione diversa dal nulla di adesso.

Per prima cosa sul capitolo della pace da opporre a una narrazione che punta a militarizzare la stessa diplomazia.

Si tratta di capire se siamo in grado di offrire con il nostro impegno, maggiore ampiezza di visione e respiro a un pensiero per l’Alternativa (senza lasciare un ambito tanto fondamentale alla sola testimonianza delle proprie fedi) perché questo risulterebbe riduttivo e settario. 

Penso che su questo si siano compiuti dei passi importanti e che su questi capitoli, però, al punto in cui siamo non possiamo attendere gli altri. Tutto il mondo progressista in questo momento buio della storia, diventa risorsa essenziale.

Ma di fronte alla portata dei fatti tocca a noi dire, spiegare, raccontare come pensiamo questo tempo storico, ce lo ha consegnato a piene mani la storia che ci ricorda il grande sacrificio di chi ci ha preceduto nella riconquista della libertà. Abbiamo il diritto/dovere di farci sentire, e lo dobbiamo fare perché sono le donne e gli uomini dietro le nostre spalle a renderlo evidente.

E dobbiamo farlo perché grazie a loro, siamo quelli che hanno dentro di sé gli anticorpi per interpretare quel moto di indignazione che si respirava nelle piazze giovanissime di questi giorni e gli interrogativi che scuotono l’Italia profonda, quella che non si vede, ma c’è.

Questo nostro patrimonio oggi è il più attrezzato a contrastare una destra che a sua volta è interprete di un pensiero reazionario generato dalle pagine più buie della storia di questo Paese.

Ma appunto per questo nella discussione tra noi credo di avere sempre qualcosa da imparare. Renato Lori, il partigiano Cric, una sera di tanti anni fa, davanti a un piatto di tortelli, mi disse: “Le forze reazionarie nel nostro Paese sono forti e hanno radici profonde, e non possiamo sottovalutarlo mai. Ma ti assicuro che in egual misura sono al tempo stesso consapevoli del fatto di avere un grande argine davanti a loro, e quella diga siamo noi, gli antifascisti e i progressisti.” 

E me lo disse con gli occhi velati. 

Vi ho voluto raccontare questo aneddoto perché credo intimamente che le classi dirigenti dovrebbero avere il compito di leggere le situazioni prima di altri, dico dovrebbero perché nessuno ha la sfera di cristallo ma questo tema necessita di una postura che a mio avviso deve venire prima di ogni altra legittima burocrazia fatta di sacrosanti obblighi e paletti, senza però diventarne schiavi o limitarsi al ruolo di passacarte. Questa è la definizione alta del termine politica. Le classi dirigenti degne sanno discutere e mai come ora la discussione su un mondo che è già cambiato dobbiamo saperla affrontare.

Chiamiamolo il nuovo impianto di un pensiero su libertà e democrazia, su pace e dialogo tra le religioni, tra i movimenti e l’associazionismo, che sfidi le destre nel segno della speranza contro la paura.

In questa sede vorrei però iniziare a parlare con voi di futuro prossimo della nostra Associazione. Tra meno di un anno e mezzo andremo a congresso. Sarebbe forse il caso di mettere mano allo statuto e al regolamento, ma lo affronteremo a tempo debito, tuttavia vi confesso che faccio parte di quelli che pensano che cinque anni tra un congresso e l’altro siano un tempo politico giurassico che non possiamo più permetterci. Il mondo viaggia a velocità massima e inevitabilmente si perdono pezzi importanti. Credo che la durata di un mandato non dovrebbe superare i tre anni, vedremo cosa deciderà il congresso nazionale del 2027. Nei due congressi precedenti la mozione non ha avuto successo ed è stata respinta. A mio modo di vedere i tempi sono maturi, rimaniamo in attesa.

Sinceramente, non so dire se tra meno di due anni saremo ancora nella identica voragine politica in cui viviamo oggi. 

Però credo di avere una certezza: che aldilà di chi ricoprirà ruoli specifici pro tempore, ANPI dovrà sempre interpretare il proprio ruolo in maniera istituzionale ma anche di avanguardia sociale. Per questi motivi quindi, oggi, in occasione di questa assemblea dei presidenti di sezione, vorrei rivolgervi un appello sincero che sale spontaneamente dalle nostre profonde radici antifasciste e che hanno a cuore il futuro della nostra Associazione. Impegniamoci, impegnatevi affinché una nuova generazione possa entrare con rinnovato entusiasmo e spalancare ulteriormente le finestre della memoria. Come avvenne nel 2006, nel congresso di Chianciano, dove le partigiane e i partigiani con un gesto generoso e lungimirante, decisero di aprire le porte alle nuove generazioni di antifascisti. Occorrerebbe una nuova Chianciano anche sul nostro territorio. Ne approfitto quindi per esprimervi il mio e il nostro sincero ringraziamento per quello che state facendo e per quello che farete con impegno nei vostri territori. Sarà importante operare affinché una nuova nidiata possa prendere in mano la bandiera della pace e della tolleranza, investiamo quindi sui più giovani, diamo loro le chiavi per un mondo nuovo che abbia radici antiche, diamo loro fiducia, sapranno raccogliere il meglio e portarlo avanti. Abbiamo il dovere morale di provare ad immaginare l’ANPI del futuro e il futuro di ANPI.

Perché, se così non fosse avremmo la responsabilità di consegnare alla destra peggiore l’opportunità di stravolgere in via definitiva l’ordinamento costituzionale della nostra democrazia.

Ma questo non può e non deve accadere.

E allora discutiamo, senza cadere nell’errore di crederci insostituibili. Non l’ho mai fatto ma oggi spero me lo concederete, vorrei citare qualcosa di intimo, una frase di mio padre, il quale mi diceva sempre che al cimitero della Villetta c’è pieno di insostituibili. Tutti siamo importanti e fondamentali ma l’aspetto che ci deve contraddistinguere deve essere quello che ci vede protesi verso chi rappresenta nuove gambe, nuove braccia e soprattutto nuove teste pensanti che dovranno portare avanti questo patrimonio di ideali e di storia, diversamente saremo destinati a soccombere innanzi alla storia. 

Se serve, cambiamo quello che si deve migliorare.

Quello che deve rimanere chiaro è il traguardo da tagliare, perché comunque la si pensi, dovremo farlo tutte e tutti assieme.

Concludo anticipandovi che è nostra intenzione convocare prima della fine di novembre un’assemblea allargata a tutti i Comitati di sezione per dare seguito e proposte a ciò cui vi ho accennato. 

Grazie. 

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Bosco di Corniglio – Domenica 19.10.2025

Orazione Ufficiale Eccidio Bosco di Corniglio

Carme Motta Presidente Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Parma

Sindaci, Autorità civili e militari,

Rappresentanti delle Associazioni Partigiane, Anpc, Alpi, Anpi, di cui porto il saluto quale Presidente Isrec,


Cittadini e cittadine,

sono onorata per l’invito, nell’80’ della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo e vi ringrazio.


Leonardo Tarantini, partigiano Nardo, scrisse che l’eccidio di Bosco di Corniglio fu “uno dei giorni più infausti della Resistenza parmense” con la perdita del Comando Unico delle formazioni partigiane parmensi. 

I destini personali di quei partigiani si erano incrociati.


Giacomo di Crollalanza , comandante “Pablo” 26 anni, giovane ufficiale venuto dalla Sicilia, dopo l’8 settembre si unisce alle formazioni partigiane; aveva esperienza militare e capacità di stratega. 


Con lui, quella notte del 17 ottobre 1944, Gino Menconi partigiano “Renzi”, toscano, di famiglia benestante , laureato, prima repubblicano poi comunista; Giuseppe Picedi Bonettini , partigiano

“Penola”, toscano, famiglia della nobiltà sarzanese, cresciuto con idee democratiche, tre partigiani di guardia Enzo Gandolfi e Domenico Gervasi , quest’ultimo carabiniere, entrambi della provincia di Parma, Settimio Manenti di Urbania, provincia di Pesaro. 


Morirono tutti, sorpresi dalle SS tedesche, perché traditi. Si difesero strenuamente fino alla fine. Divennero leggenda.

La “settimana di lotta alle bande”, lanciata da Kesserling, raggiunse l’obiettivo più importante.


Dalle micidiali raffiche di mitra e dall’incendio si salvarono fortunosamente il Vicecomandante Giacomo Ferrari “ Arta” , Primo Savani “Mauri”, Boni, Pelizzari, Cipriani, Parisi, Zammarchi e pochi altri.


Ma non fu la fine. Non ci si poteva arrendere e nemmeno concedersi il tempo della disperazione. [...]

continua

[...]

I tedeschi e i fascisti ci contavano; il colpo inferto era durissimo.  Ma la storia andò diversamente.

Il 23 ottobre fu eletto il nuovo Comando Unico;  comandante “Arta”, commissario politico Achille Pelizzari “Poe”, Leonardo Tarantini “ Nardo” capo di stato maggiore.

Loro ci sono alla sfilata del 25 aprile 1945 a Parma. Inizia la nuova Italia.

Quel 25 aprile la maggioranza di noi, per età anagrafica, non c’era ma abbiamo provato ad esserci dopo, come oggi, insieme ai giovani che hanno compreso il sacrificio di quelle vite per il futuro di tutti/e.

Resistettero per riportare al centro della comune convivenza la forza della ragione, contro l’ idea di morte salvifica del regime nei confronti di ebrei e oppositori o semplicemente diversi per l’deologia fascista e nazista, contro l’oppressione, la persecuzione, la guerra, l’ignoranza, l’indifferenza e la viltà di molte, troppe, coscienze; resistettero per restituire i più nobili ed insieme semplici sentimenti dell’animo umano che danno senso alla vita e la rendono degna.

Domandiamoci: la memoria della loro resistenza, di tutta la resistenza è ancora attuale o solo doveroso ricordo? 

Rispondo convintamente sì, è viva e attuale perché parla all’oggi.

In situazioni, condizioni e contesti diversi siamo tornati ad avere su fronti opposti democrazia e totalitarismo, autocrazia nel nuovo gergo, pace e guerra, diritto e violenza; siamo di fronte, purtroppo,  alla crisi dei modelli politici e sociali del secolo scorso.

Le destre estreme tornano ad essere punto di riferimento per ampi strati popolari in modo trasversale.

Prevale l’idea “dell’urgenza del presente”, così la definisco, come misura della vita delle persone;  ma l’urgenza intesa come possibilità di risposta alle esigenze diffuse, dovrebbe risiedere nell’attività politica e di governo delle comunità, non essere il pensiero dominante, pervasivo e riduttivo dell’esistenza.

Eppure l’attuale coscienza pubblica sta dissipando la memoria come patrimonio morale e di valori condivisi, consapevolezza e responsabilità individuale; l’esito è che chi si erge a risolutore di tutto, a semplificatore della complessità, ottiene sempre più largo consenso, anche in Europa, in tutto l’occidente. La democrazia un intralcio superfluo da superare perché ostacola, rallenta, pone vincoli, alla decisione istituzionale e politica. Avvenne esattamente così agli albori dei regimi totalitari del secolo scorso, è così in paesi europei e non solo. Anche la libera stampa, oggi, è un problema. Deve essere “eco” del potere governante.

Il concetto di “forza”, soprattutto militare, è diventato il metro di giudizio con cui si può superare ogni limite; l’interesse economico il paradigma del confronto e della negoziazione.

Così il diritto e le organizzazioni internazionali non sono più riconosciuti, oscurati se non vilipesi, derisi, e dunque resi impotenti sebbene nati dopo i conflitti mondiali al fine di gestire e superare le cause che li avevano determinati.

Il mondo è cambiato, certo, tutto non può rimanere immutabile,  a cominciare dalle istituzioni nazionali, europee, mondiali ma dipende “come “e “perché” si innova, se per allargare e consolidare  la democrazia o restringerla.

Dal massacro del 7 ottobre 2023, per la maggior parte di giovani ebrei, fino alla immane e sconvolgente tragedia del popolo palestinese, la guerra nella “martoriata” Ucraina, come la definiva papa Francesco, dove ogni giorno anche lì muoiono bambini, poco più che numeri, i conflitti noti e sconosciuti mai risolti nel mondo, sono il risultato dell’orizzonte perduto del diritto e della giustizia sociale.

Per questo ogni spiraglio di far tacere le armi è una speranza da perseguire tenacemente.

Umberto Eco nel memorabile intervento alla Columbia University del 25 aprile 1995 per celebrare la liberazione dell’Europa, coniò il termine “fascismo eterno” che, scrisse, “ scaturisce dalla frustrazione individuale e sociale per crisi economica o politica , per i timori dei subalterni verso i più subalterni “.

Pericolo mai scongiurato riferito alla responsabilità della società che ha diritto a risposte ma che deve porsi anche domande.

Non basta indignarsi, non è più sufficiente opporsi, bisogna trovare un “senso” dentro il disordine, la paura, gli egoismi, la mancanza di sapere, di cultura.

Abbiamo delle solide bussole, la Costituzione antifascista, frutto della Resistenza, il Manifesto di Ventotene, il futuro dell’Europa, gli studi storici, le testimonianze dirette di chi visse le tragedie del passato e quelle del presente.

Abbiamo, però, necessità di esempi di coerenza, di lungimiranza, di compostezza, di generosità, non di fenomeni leaderistici, non di toni e linguaggi infamanti, volgari, aggressivi utili a suscitare istinti primordiali anziché il pensiero critico. Ne abbiamo bisogno in ogni campo di azione dell’attività umana.

Le nuove generazioni ci guardano e attendono segnali concreti di speranza, fiducia, credibilità da opporre agli orrori della disumanità.

Loro ci sono e vogliono contare. Sapremo stare al loro fianco adeguatamente?

La violenza va sempre respinta, ripudiata; fa il gioco di chi vorrebbe zittire il dissenso.

Se si vuole la pace la si deve praticare.

Grandi manifestazioni di popolo pacifiche sono quelle che i “potenti” allergici alla democrazia temono di più.

Tutti abbiamo bisogno di “sogni”, soprattutto i giovani; riabituiamoci a sognare e rendiamo i sogni tangibili, realizzabili, alternativi allo sgretolamento delle certezze; libertà, democrazia, uguaglianza che sembravano scontate e non lo sono più. Dobbiamo sognarle di nuovo.

I partigiani che oggi commemoriamo, il loro sacrificio che  portiamo nel cuore, non si sono mai arresi pur consapevoli della possibile sconfitta, dell’inevitabile dolore per la perdita di chi lottava con loro.

Non avevano certezze sul futuro, lo immaginavano, lo sognavano; ci hanno creduto, hanno lottato insieme, oltre i loro personali convincimenti, le diversità sociali, politiche, religiose.

Hanno creduto che se non loro altri come loro ce l’avrebbero fatta.

Le loro morti non sono state inutili. Hanno salvato l’Italia, hanno salvato noi. Hanno consegnato il futuro. A quelli di allora e a noi oggi.

Per questo sono e saranno sempre con noi, vivi nella memoria presente. Ad indicarci la strada.

Una settimana fa ero sulla cima del monte Fuso; cammino tanto, quando posso, per passione, sui  nostri monti; sul Fuso si trova il pannello dei “ sentieri resistenti”, come in molti altri luoghi, e quello dedicato alla festa per l’inaugurazione, il 18 agosto 1901, del monumento alla Madonna dell’Alpe. Una manifestazione per celebrare il nuovo secolo. Nessuno dei partecipanti avrebbe immaginato che 14 anni dopo sarebbe scoppiato il primo terribile conflitto mondiale.

“Oltre 5000 persone venute dalle parti più lontane della montagna reggiana e parmense “. Il pannello riporta l’articolo della rivista del periodo “Giovane Montagna”;

“ Fu un importante momento di coesione attorno a questo monte che univa invece di dividere. Dalla cima si vedeva Parma e tutte le altre vette dell’Appennino parmense e reggiano.  La festa proseguì anche la sera. 

Gli ultimi rimasti avevano accatastato le molte piante tagliate in diversi punti della cima e vi avevano dato fuoco: e l’allegra fiammata vincendo la scura tenebra circostante anche ai lontani e non ancora informati avrà portato nella notte stessa la notizia che la festa di monte Fuso era passata lietamente perché sulla vetta di esso si era acceso ad indicarlo un falò di gioia ed allegrezza”.

Ho riflettuto su questa semplice testimonianza di un tempo tanto lontano; anche noi, insieme, possiamo e credo dobbiamo riaccendere la gioia e l’allegrezza della vita, la sua bellezza anche nell’impegno quotidiano. E’ nelle nostre mani. 

L’alba di un nuovo giorno arriva sempre; i partigiani lo sapevano, anche quelli che oggi ricordiamo, e non hanno mai dubitato che sarebbe stato un giorno di gioia per tutti. Finalmente liberi e in pace.

Il sogno divenne realtà. 

Crediamoci! 

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Marcia della Pace

L'ANPI aderisce alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi
del 12 ottobre e lancia un appello per una grande partecipazione

"Ora e sempre umanità"

ESE NOTIZIONE PERUGIA-ASSISI

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01.09.2025 – I 7 Martiri

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale Parma

Buongiorno a tutte e a tutti e grazie di essere qui, in questo luogo in cui sette antifascisti vennero uccisi per il loro desiderio di un Paese in cui vigessero Libertà e Giustizia Sociale. È ormai la quarta volta, grazie al ruolo che pro tempore ricopro, che mi trovo a condividere con voi la memoria dei Sette Martiri, eppure mai come oggi mi sento in difficoltà a parlarvi. A ottant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale il mondo sembra essere precipitato in una spirale di violenza e caos senza precedenti: il dialogo sembra morto, Stati che si dicono democratici arrestano e deportano le persone, massacrano interi popoli, bombardano e distruggono. Parallelamente, a livello sociale, aumentano le disuguaglianze, le tensioni, la paura, cui le estreme destre di tutto il mondo contrappongono, con le loro urla, i loro slogan e, quando governano, i loro provvedimenti, un fantomatico ordine esaltando il ritorno dello Stato forte, della nazione sovrana. [...]

continua

[...]

Italia poi, quella patria che la Resistenza riscattò dopo oltre vent’anni di dittatura e di un conflitto senza precedenti, sembra sempre più lontana che mai, e spesso a partire da chi ricopre le cariche più alte, dagli ideali di chi si impegnò per la Libertà, la giustizia, la pace. Non ve lo nascondo: mi sento sfiduciato, oppresso da un senso di impotenza di fronte al rombo sempre più potente delle armi come di chi urla, di chi invoca la guerra e non esita servirsi della violenza per imporre una propria visione del mondo, per dominare, per soverchiare l’altro, calpestando diritti fondamentali: “Come vivere?” si chiede in una poesia la poetessa polacca premio Nobel Wisława Szymborska. E allora torno a quel 1 settembre di ottantuno anni fa, quando la violenza fascista troncò le vite dei Sette che oggi commemoriamo:

Giuseppe Barbieri

Vincenzo Ferrari

Gedeone Ferrarini

Afro Fanfoni

Eleuterio Massari

Ottavio Pattacini

Bruno Vescovi

Avevano età diverse ed erano impegnati attivamente nella lotta al nazifascismo. Erano, potremmo dire, tranne Bruno Vescovi che era un ragazzo, “padri di famiglia”, potevano restare indifferenti mentre intorno a loro infuriava la violenza. Potevano evitare il rischio. Eppure non lo fecero. Perché? Penso che una possibile risposta si celi nella parola Libertà: un concetto che per noi oggi può sembrare alquanto vago, considerato che in Libertà siamo vissuti e viviamo: “liberi di” è la nostra concezione usuale di Libertà. Piero Calamandrei lo ribadiva già nel gennaio 1955 quando diceva che «la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro

a voi giovani di non sentire mai». Già allora l’insigne giurista e padre costituente sentiva il pericolo dell’indifferenza, e specialmente nei giovani. Indifferenza rispetto alla vita politica e sociale, a quella partecipazione e a quella responsabilità a cui tutte e tutti siamo chiamati. In quel 1 settembre ebbero la meglio la violenza e il terrore. Perché solo con questi mezzi i nazifascisti potevano imporsi sulla popolazione. E quel comportamento non era un’eccezione: fin dalla loro fondazione il fascismo e poi il nazismo, che al primo si ispirava, si erano serviti della violenza. Prima fu violenza politica contro gli avversari, poi violenza eretta a sistema di potere, infine fu guerra, cioè violenza orientata dalla volontà di dominio assoluto, alimentata dal razzismo e dal nazionalismo. È questo che oggi stentiamo spesso a capire. È quella la radice, oggi più che mai feconda, del male. La brama di dominio declinata in tutte le sue forme:


verso le persone,

verso le risorse del pianeta,

verso le relazioni.

Una radice che germoglia nell’indifferenza e che ancora oggi si nutre degli stessi slogan, delle stesse fallacie logiche, delle stesse parole roboanti e all’apparenza amiche. Dentro e fuori da un’Europa che sembra aver smarrito altre parole: Libertà, uguaglianza, fratellanza, gli ideali di quella rivoluzione francese che per prima proclamò al mondo che ogni essere umano nasce libero e uguale. Ma come fare oggi, in un mondo tanto complesso? Come onorare degnamente la memoria dei Sette Martiri, e con loro di tutti coloro, uomini e donne, che ottant’anni fa scelsero la parte giusta? Come vincere l’indifferenza? Non pretendo di dare risposte semplici, ma vorrei solo condividere una traccia, un sentiero. Anzitutto quello che ci ha portato oggi qui, e cioè fare memoria di loro, ripeterne i nomi, per ribadire che noi ci siamo, insieme, con le nostre storie e le nostre vite; per dire che nessuna intelligenza artificiale potrà riscrivere la storia di una Città che sul suo gonfalone porta appuntata la medaglia d’oro al valor militare per meriti partigiani. Essere qui non è soltanto un gesto di pietà verso i Sette Martiri, è ripetere un rito civile di cui abbiamo oggi estremo bisogno, è ribadire che raccogliamo il testimone del loro impegno. In secondo luogo, e mi rivolgo in particolare ai più giovani, occorre studiare. Studiare la storia, conoscerla: quella della nostra città e quella, più ampia, del mondo che è stato. Non per sancire una superiorità, non per escludere, ma per essere consapevoli dei passi compiuti da chi scelse di rischiare, e di farlo non soltanto per sé ma per gli altri. Non avevano certezze, i Sette Martiri, ma coltivavano la fede, nei loro ideali e in quelli più ampi di pace, libertà e giustizia. Ci hanno tracciato quel sentiero che, se anche oggi appare poco battuto, tuttavia è presente e vivo. Ecco perché occorre anche conoscere e studiare il presente, con le sue contraddizioni, con le sue ombre, ma anche con i barlumi di luce che ancora brilla in mezzo a tanta oscurità: fatelo per voi, ragazze e ragazzi, ma fatelo anche per gli altri. Infine, occorre impegnarsi. Oggi più che mai. Impegnarsi a ricostruire, attraverso la storia, il filo della memoria che ci lega al passato; ma anche a costruire l’attenzione e la cura verso il presente. Non accettiamo l’apatia e l’indignazione fine a se stessa a cui ci spingono i media, e i social in particolare. Mai come oggi c’è bisogno di ragazzi e ragazze che si sentano cittadine e cittadini del mondo: c’è bisogno di loro, del loro Impegno, perché non è più il futuro a essere minacciato, è il nostro e il loro presente. La pace e la democrazia nate dal disastro di ottant’anni fa oggi sono a rischio come mai dalla fine del Secondo conflitto mondiale. E a chi oscenamente afferma che solo preparando la guerra si mantiene la pace dobbiamo rispondere un “no” senza se e senza ma; solo con la pace, con il disarmo degli arsenali e delle parole costruiremo la vera pace. «Si svuotino gli arsenali di guerra, si colmino i granai», affermava il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il lavoro è enorme, ma abbiamo di fronte a noi l’esempio dei Sette Martiri. Ripartiamo dalle loro storie, ripartiamo dalla loro scelta.

Perché se oggi viviamo liberi e in Democrazia è anche merito di questi Martiri.

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Commenti disabilitati su 01.09.2025 – I 7 Martiri

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25.08.2025 Mariano Lupo

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale Parma

Buonasera e benvenuti a questa importante ricorrenza che investe la nostra città e tutta la sua comunità. Vi porto i sinceri saluti della segreteria e del comitato provinciale di ANPI. Ringrazio di cuore i familiari di Mario Lupo, le autorità e tutti voi per la presenza. Sono trascorsi 53 anni dalla sera di quel 25 agosto del 1972, giorno in cui nei pressi del cinema Roma una dozzina di fascisti aggredirono a sangue tre giovani ragazzi di Lotta Continua. Tra questi Mariano Lupo, per tutti Mario, che venne raggiunto da un fendente al cuore che si rivelò fatale. Anche a Parma, l’attività squadrista dei neofascisti si inseriva dentro questa strategia del terrore al punto che l’omicidio del giovane Lupo venne compiuto dopo una vera e propria escalation, montata tra il ‘68 e il ‘72, di violenze e intimidazioni di matrice neofascista. [...]

continua

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A chi oggi sostiene che, ricordare e celebrare eventi storici accaduti così lontano nel tempo non serve a nulla e non incida nel vivere quotidiano, é buon esercizio rammentare loro che conoscere in maniera approfondita il nostro passato, é fondamentale affinché certe tragedie non abbiano a ripetersi. Le sciagure quotidiane a cui dobbiamo assistere, e mi riferisco ovviamente alle guerre che imperversano senza fine così come i massacri sistematici messi in atto sulla popolazione civile, ma anche a una politica governativa che è a dir poco meschina, forte con i deboli e vacua con gli arroganti, sono convinto invece siano figlie proprio di questa ignoranza e approssimazione. L’unica via che possa portarci a una vera emancipazione è la strada della conoscenza, che troppo spesso vediamo posizionata ai margini della discussione politica. Le cronache di quei giorni riportano in tutta la loro drammaticità quella che fu un’esecuzione e a poco servirono gli squallidi depistaggi che volevano relegare questo grave fatto di sangue, in un omicidio tra balordi o peggio ancora per motivi passionali. Quello di Mario Lupo fu un assassinio politico, messo in atto da fascisti strettamente legati al MSI. E la città di Parma e le sue genti lo percepirono fin da subito, nonostante il questore dell’epoca sostenesse il contrario, tanto che cinquantamila persone parteciparono ai funerali di Mario in un silenzio spettrale carico di dolore e rispetto verso questo giovane uomo vilmente ucciso. Giacomo Ferrari tenne l’orazione funebre davanti a una città attonita: «Si pianga il morto - disse l'ex sindaco partigiano - ma quanto è successo valga di monito per dare ai nostri figli un domani migliore e sereno e perché gli anziani oggi possano chiudere gli occhi senza imprecare al passato». Anche per questo, aggiungiamo oggi, la memoria di Lupo non può essere affidata solo a una lapide lungo l'indifferenza del traffico. Quella di Mario possiamo considerarla oggi, a distanza di 53 anni, fu una grande battaglia di resistenza all’avanzata del noefascismo per la quale Lupo è stato considerato un partigiano. E a questo proposito vorrei riprendere le parole della sorella minore di Mario, Miranda, rilasciate in occasione del cinquantesimo a precisa domanda: "Sì, e se dal punto di vista umano, familiare e personale avremmo preferito averlo con noi a lungo, nel tempo, piuttosto che Mario fosse destinato a diventare un simbolo, con gli anni, tentando di rielaborare faticosamente il lutto, ci è stato chiaro che lui ha vissuto testimoniando con ogni azione ciò in cui credeva. È giusto, quindi, che finalmente venga raccontato il suo volto di giovane ucciso perché impegnato nel difendere valori che ancora oggi ci chiedono di essere difesi. Ricordando che è stato ucciso un ragazzo che avrebbe potuto avere tutta la vita davanti a sé". E per chi oggi esprime concetti superficiali e inconsistenti, come quelli di una generica riconciliazione, offrendo la possibilità, come ha fatto il quotidiano cittadino, di disquisire senza contraddittorio alcuno, al responsabile materiale di questo omicidio, senza avere nessun fondamento e soprattutto l’onestà intellettuale di ricostruire le vicende di quei tragici anni in modo serio e obiettivo, è bene rammentare a questi smemorati che quello di Mario Lupo, come sancito da tre gradi di giudizio in tribunale, al di là di interpretazioni fuorvianti, offensive e ingiuste che pure furono avanzate, fu un omicidio politico. Lo ripeto, fu un omicidio politico. D’altra parte è un gioco che va avanti da decenni, pensate alla stagione dello stragismo nero in Italia. Oggi, sentenze passate in giudicato confermano la natura e matrice fascista di quelle stragi, esecutori materiali e mandanti, depistaggi orditi da pezzi dello Stato in un legame che non si è mai veramente spezzato con settori del ceto politico della destra di governo. L’amarezza più grande è assistere ai balletti vergognosi di figure di primo piano che si aggrappano sugli specchi pur di non dichiararsi antifascisti. Noi invece antifascisti li siamo e dimostrando di essere qui oggi, ancora una volta, testimoniamo l’importanza della memoria, che è ciò che rimane in fondo alle nostre coscienze. Mario è qui con noi, Mario vive ogni giorno nei nostri cuori, nel nostro modo di interpretare democraticamente le nostre vite. Il suo ricordo è vivo, la memoria non morirà mai.


lupo25

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