08.09.2026 – Felino – Commemorazione MArtiri di Cefalonia

Simona Damenti Presidente ANPI Felino

Siamo qui oggi. Davanti a questo cippo. Davanti alla memoria di uomini coraggiosi. E non siamo qui per una celebrazione. Siamo qui per un atto di verità. Perché la memoria non è un gesto gentile. La memoria è una responsabilità che brucia. Questi tre ragazzi non sono pietre. Non sono simboli da usare quando fa comodo. Sono vite spezzate. Sono domande che bussano alle nostre coscienze. Sono la prova che dignità, scelta, sacrificio… non sono parole astratte. Sono carne. Sono sangue. Sono futuro strappato via. E oggi, mentre pronunciamo il nome di Ezio Damenti, il fratello di mio nonno che abitava alla Valle di Sant’Ilario, dobbiamo ricordare che non era un eroe scolpito. Era un ragazzo vero. «Io vi penso sempre… non credete che vi abbia abbandonato… e sempre vi penserò… così spero che voi ripensiate a me…» scriveva dalla prigionia alla famiglia. Parole che non erano solo affetto: erano paura.

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La paura più umana e più crudele. La paura di essere dimenticato. La paura che la distanza, la

guerra, la prigionia potessero spegnere il suo posto nel cuore della sua famiglia.

Un ragazzo che parlava dei bambini, dei familiari, della fisarmonica del nipotino Renzo. Un ragazzo che avrebbe voluto tornare a casa. Un ragazzo che non ha potuto.

E mentre ricordiamo lui, Pietro Reverberi e Luigi Venturini, non possiamo ignorare ciò che accade nel mondo. A Gaza, la devastazione continua. In Ucraina, la guerra divora città e famiglie da anni.

Nuovi conflitti si accendono in varie parti del mondo come scintille in un campo già incendiato. 

Il mondo brucia. E chi finge di non vedere, sceglie l’indifferenza. Le immagini di oggi non sono così diverse da quelle del 1943. E questo dovrebbe farci tremare.


Ogni guerra ci interroga. Ogni vittima ci somiglia. Ogni scelta di resistenza ci riguarda.

Ricordare non è un gesto formale. È un gesto scomodo. È dire: io vedo. Io riconosco. Io non mi volto dall’altra parte.

Ed è proprio per questo che oggi non possiamo tacere. La decisione del Sindaco di non accettare l’intervento del Presidente provinciale ANPI. E’ una scelta sbagliata, qualunque sia la motivazione.

Perché la memoria non appartiene a un’amministrazione. Appartiene alla comunità. La voce dell’ANPI non è un accessorio. È parte della storia che oggi commemoriamo.

Escluderla significa togliere un pezzo di verità. Significa togliere un pezzo di dignità.

La memoria è ciò che ci rende umani. È ciò che ci permette di imparare, di scegliere, di non essere complici dell’oblio. E’ la via per la redenzione

Primo Levi ci ha lasciato parole che oggi non possiamo ignorare: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare.»

E oggi, più che mai, dobbiamo vigilare. Perché mentre siamo qui, mentre ricordiamo chi ha resistito al nazifascismo, un’ondata filo‑nazifascista sta rialzando la testa. In Italia. In Europa. Nel mondo.

Si infiltra nei linguaggi. Nelle piazze. Nei social. Nelle istituzioni. Si traveste da “opinione”, da “tradizione”, da “identità”. Ma resta ciò che è: un veleno. Un veleno che divide. Che disumanizza.

Che riscrive la storia per cancellare le responsabilità. E allora oggi, davanti a questo cippo, dobbiamo dirlo con chiarezza: non permetteremo che il nazifascismo torni a camminare nella nostra terra. Non permetteremo che la memoria venga manipolata. Non permetteremo che l’odio diventi normalità.

Perché la Resistenza non è finita. Perché la democrazia non si difende da sola. Perché la memoria

non è un ricordo. È un impegno.

VIVA LA RESISTENZA DI EZIO PIETRO E LUIGI

Nicola Maestri Presidente Comitato Provinciale ANPI Parma

Ringrazio la sezione ANPI di Felino per l’invito alle Celebrazioni per i Martiri di Cefalonia. Visto che l’Amministrazione Comunale del Paese ha scelto di non permettere ad ANPI provinciale la possibilità di portare il proprio contributo, in qualità di presidente lo pubblico sui canali social. Ringrazio inoltre tutti coloro che si sono mostrati solidali di fronte a questa grave decisione. “Proprio in questi giorni, potremmo dire in queste ore, ottantatre anni fa, nell'isola di Cefalonia si consumava il sacrificio della Divisione Acqui.

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A distanza di tanti anni siamo qui per ricordare quella tragedia e trarne ancora una volta insegnamento. Non tanto per noi, che un buon tratto lo abbiamo compiuto, ma soprattutto per i più giovani, per le nuove generazioni che troppo spesso non conoscono, perché troppo in pochi glielo hanno insegnato, quanti sacrifici è costata la conquista della libertà e delle istituzioni democratiche.

Ci ritroviamo quindi oggi per rendere omaggio alla memoria dei combattenti di Cefalonia e per ricordare agli immemori che alla data dell'8 settembre 1943 le truppe italiane occupavano parte della Francia, la Jugoslavia, l'Albania, la Grecia, le Isole dell'Egeo e la Corsica. Era questo l'immenso arco lungo il quale era disseminato l'esercito italiano nel momento più tragico della nostra storia nazionale, in un intricato groviglio di avvenimenti, quando, venuta meno una direttiva generale di difesa, si svolse il dramma delle nostre Forze Armate all'estero, prese avvio la Resistenza e diverse unità italiane attaccarono e si batterono anche per riabilitare il nome dell'Italia dinanzi agli occhi degli altri popoli.

Quello della Divisione Acqui è uno dei primi episodi di resistenza organizzata e uno dei pochi che ha visto protagonista una grande unità delle Forze Armate italiane contro l'esercito nazista, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943. Mai un così elevato numero di uomini, alcuni dei quali - voglio sottolinearlo - giovanissimi, scelsero in piena coscienza la via del supremo sacrificio.

Undicimilacinquecento soldati insieme con i loro ufficiali decisero liberamente di affrontare un combattimento impari, contro un nemico feroce, preponderante per uomini e mezzi.

Fra il 13 e il 28 settembre 1943 si compie l'eccidio dell'intera divisione che presidia le isole di Cefalonia e Corfù, di alto valore strategico a causa della loro posizione geografica. Con appassionate rievocazioni lo hanno ricordato in questi lunghi anni i superstiti di quella tragedia: padre Romualdo Formato, Lorenzo Apollonio, Amos Pampaloni. Memorie tangibili di quei giorni terribili, come del resto il martirio dei tre caduti felinesi della “Divisione Acqui”Ezio Damenti, Pietro Reverberi e Luigi Venturini. 

È pur vero che in diverse località vi fu la resistenza disperatamente chiusa in se stessa, senza possibilità di sviluppo, che lasciò solo l'eredità del sacrificio, ma vi fu anche quella destinata a prolungarsi nel tempo, ossia vi fu il susseguirsi su una scacchiera così vasta di situazioni diverse, di fatti, che costituirono le radici della identità della nazione italiana e della coscienza democratica che si andava sempre più risvegliando.

Chi ha vissuto o conosce quelle pagine di storia sa che vi furono anche eventi che portarono i militari italiani ad unirsi e ad essere inquadrati nelle formazioni partigiane dei diversi paesi, sconfiggendo lo smarrimento, ritrovando la fierezza della loro italianità, divenendo, da reparti di occupazione, a combattenti della libertà e ambasciatori di pace.

Il prezzo pagato fu altissimo, il valore dell'impresa anche: ma oltre 35.000 soldati italiani, volontari per la libertà dei popoli, caddero sul campo.

Quei nostri morti restituirono onore e dignità al nome dell'Italia all'estero e coloro che sopravvissero agli aspri combattimenti delle prime settimane successive all'armistizio, alle orrende stragi e alle deportazioni, presero in mano la bandiera della libertà e continuarono fino in fondo la lotta. Ciò avveniva mentre entro i confini nazionali, militari e operai, studenti e intellettuali, sceglievano la strada della lotta e della montagna, ed altri si organizzavano nelle città dove si costituivano i primi nuclei di gappisti e sappisti.

E dopo Cefalonia altri massacri per rappresaglia devasteranno l'Italia: Boves, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema, Vinca, Civitella in Val di Chiana, solo per ricordarne alcuni. Un prezzo altissimo, pagato da uomini coraggiosi e dalle popolazioni che parteciparono alla lotta. Il prezzo del riscatto morale e civile per realizzare la Repubblica, istituzioni libere e democratiche, capaci di assicurare una lunga stagione di pace alle nuove generazioni.

Inoltre vi fu la vicenda dei 600.000 internati militari nei lager tedeschi. Forse il termine "internato" non suggerisce alle giovani generazioni particolari immagini di valore, se non quelle legate all’attualità come per esempio quello che avviene nei lager a cielo aperto nel deserto libico. C’è chi lo vede come una specie di limbo, pallido e squallido, e non riesce a comprendere quali meriti possa rivendicare dalla storia. Ma è sufficiente ricostruire gli accadimenti, le umiliazioni subite dai militari che, trovatisi sbandati, furono catturati dai tedeschi e avviati alla deportazione dove conobbero il dramma dell'internamento nei lager, senza poter avere, per il loro status, la possibilità di invocare l'applicazione delle garanzie giuridiche internazionali. Situazioni ancora oggi attuali. 

Si deve conoscere il dramma degli internati, di come affrontarono le condizioni di vita più avvilenti per un essere umano, come e quali sacrifici sopportarono nei lager dove oltre 50.000 italiani lasciarono la loro giovane vita. Vi furono le Unità italiane del risorto esercito che dalla disperata e sanguinosa battaglia di Montelungo alla Linea Gotica, avanzarono, combattendo verso il Po e le città del Centro-Nord. Erano il simbolo dell'Italia che risorgeva con il suo popolo, con le sue nuove e diplomatiche Istituzioni, era la testimonianza che la libertà non veniva regalata ma conquistata con grande sacrificio dai suoi combattenti per la Libertà e dai giovani soldati del rinato esercito italiano.

Avanzavano combattendo, con il Tricolore ripulito dall'onta e dalla vergogna del fascismo, a dimostrazione anche per gli alleati che la libertà non ci veniva regalata ma conquistata con enorme sacrificio di sangue.

É in particolare nella tragica vicenda della Divisione Acqui che si ritrova sintetizzato il dramma dei militari italiani dislocati all'estero nel momento dell'armistizio, ed è questo il motivo e la ragione per cui siamo qui riuniti. Ciò in quanto quello di Cefalonia fu un episodio che si staccò da ogni altro per il profondo significato che ebbe la straordinaria volontà di rivolta che contemporaneamente infiammò l'animo di migliaia di uomini e che fu tanto forte da avere ragione d'ogni elementare istinto di conservazione.

Potremmo definirlo un eroico furore quello che dominò tutta l'epopea di Cefalonia ed elevò il sacrificio della Divisione Acqui sul piano della leggenda. Ma sarebbe davvero sbagliato e riduttivo  fare di questa storia scritta da una Divisione di soldati un fatto puramente passionale, come alcune volte si è tentato di fare. Io ritengo che proprio dall’ epopea di Cefalonia emerga che sempre, ma soprattutto in guerra, il soldato è solo in parte quello che i regolamenti e l'addestramento vorrebbero: sotto la divisa rimane l'uomo con la sue infinite problematicità, con le sue grandi o piccole idealità, con la sua disperata umanità. 

È certo che, al di là di ogni meschina speculazione, Cefalonia rimane l'episodio più tragico e più fulgido di tutta la Resistenza italiana all'estero, e testimoniò all'Italia e al mondo la volontà di riscossa che animava i nostri soldati. A Cefalonia morirono 9.000 soldati italiani e le loro ossa furono abbandonate insepolte nell'isola perché, come si espresse all'epoca il comando della Wermacht: "I ribelli italiani non meritano sepoltura". Sarà solo la pietà dei greci che, più tardi, radunerà quelle spoglie in primitivi tumuli.

E allora abbiamo tutti il dovere, al di là di ogni calcolo o furbizia politica, di ogni convenienza e opportunità, identificata anche nella Realpolitik, come purtroppo è avvenuto, di attuare le necessarie iniziative affinché i caduti della Divisione Acqui e i superstiti abbiano sotto ogni aspetto la giusta e imperitura gratitudine e l'omaggio della nazione e degli italiani.

Nel concludere vorrei rimanesse una piccola traccia per le nuove giovani generazioni, per il futuro, per dire loro che non è cosa meschina ma alta e nobile tramandare gli accadimenti che investono la storia e impedire così che la memoria collettiva vada dispersa nel deserto della storia dove, per alcuni, ogni cosa è piatta e uniforme, è uguale all'altra, ossia una cosa vale l'altra.

Invece no, sappiamo che la storia è fatta di tanti momenti che non hanno lo stesso peso e la stessa natura, e sappiamo che la storia non può e non deve essere assoggettata agli interessi politici di un particolare momento. Così come deve essere rintracciata nella memoria e nella coscienza collettiva la matrice dolorosa e drammatica, ma anche eroica e luminosa della Resistenza e delle istituzioni democratiche dell'Italia.” 

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